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martedì 16 ottobre 2018
 
 

Sei nazioni, il trionfo del rugby

02/02/2013  Sabato 2 febbraio comincia il prestigioso torneo che vede misurarsi le squadre di Galles, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Francia (dal 1910) e Italia (dal 2000).

Jacques Brunel, alla guida della Nazionale italiana di rugby per il secondo anno (Reuters).
Jacques Brunel, alla guida della Nazionale italiana di rugby per il secondo anno (Reuters).

Sei nazionali, quindici partite, un mese e mezzo. E’ tempo di Sei Nazioni, il più grande spettacolo rugbistico dell’emisfero settentrionale, per dirla con le parole dell’Independent. Si comincia sabato 2 febbraio. L’Italia, ultima arrivata al banchetto delle grandi d’Europa, ambisce alla crema. Per gli azzurri, 3 sfide casalinghe (Francia, Irlanda e Galles) e 2 in trasferta (Scozia e Inghilterra).
 
E un pokerissimo di rivali da far tremare i polsi, al netto di crisi (Scozia), emergenze (Galles) e rinnovamenti (Irlanda), che da un anno all’altro non mancano mai. A Jacques Brunel, al secondo Sei Nazioni alla guida dell’Italia ovale, il compito di presentarci le squadre, partendo dalla sua.

- Che Italia sarà?
"Innanzitutto, è una squadra che ha assorbito il nuovo corso tecnico. Un anno fa, si era agli inizi della mia gestione, c’era soprattutto curiosità di capire come i giocatori avrebbero assimilato le novità. E c’era pure da avviare il rinnovamento del gruppo, con vista sulla prossima Coppa del Mondo. Come primo anno, mi sembra sia andata bene, con conferme importanti anche nei test-match autunnali. Dobbiamo ripartire da lì, per progredire. E’ naturale che ci si aspetti sempre di più dall’Italia, col passar del tempo. E credo che siamo in grado di dare risposte alle aspettative, a patto di interpretare ogni partita con la volontà di imporre il gioco. E’ logico che non si parta per vincere il torneo, saremmo dei folli a pensarlo. Ma ricordo che l’anno scorso abbiamo vinto in casa con la Scozia e perso solo di misura contro l’Inghilterra: stavolta avremo 3 partite all’Olimpico, quindi crediamo di poter fare di più."

- E ora, le rivali: la Francia?
"Arriva al Sei Nazioni da favorita, soprattutto per quel che ha fatto vedere nei test-match autunnali. E non parlo solo di risultati, peraltro eccellenti, visto che la Francia ha superato Australia, Argentina e Samoa. Soprattutto, ha giocato un rugby brillante ed efficace, lanciando giovani di qualità. E’ una squadra di grande talento, ma che sa pure essere opportunista. Per cultura, l’Italia somiglia alla Francia: certo, il loro talento è maggiore."

- La Scozia?
"Che dire: è una squadra che spesso sorprende, in un senso o nell’altro. Prendiamo lo scorso Sei Nazioni: se l’è giocata con tutte, pur non ottenendo grandi risultati. A novembre, invece, ha mostrato il volto negativo, perdendo tutti i test-match disputati. Tra l’altro, ha perso il ct., quindi è in una fase di rinnovamento, sotto tutti i punti di vista."

- Il Galles?
"Non si può dire che sia in una fase positiva né tanto meno fortunata. Alla Coppa del Mondo fu la grande sorpresa, uscito di scena solo per sfortuna. Giocava un gran rugby, poteva creare problemi a qualunque squadra. Poi, è diventata l’ombra di quello che sembrava un autentico squadrone. Per di più, non è fortunato: ha perso qualche match di misura, come con l’Australia, e qualche giocatore importante per infortunio."

- L’Inghilterra?
"Ha affrontato un’opera di rinnovamento quasi radicale, tra alti e bassi. Non facile, ma spesso positivo, il post-Mondiale, dopo la prestazione incolore in Nuova Zelanda. Forse deve trovare ancora la quadratura giusta, visto l’alternarsi di risultati. Ma un aspetto non può essere dimenticato: ha novembre ha sconfitto gli All Blacks, e quando ottieni un successo del genere vuol dire che può battere chiunque."

- Resta l’Irlanda: cosa ne pensa?
"Un periodo non bellissimo, per forza di cose: il nucleo di quella che era una squadra eccezionale è in là con gli anni. Quindi, squadra un po’ vecchia e necessità di rinnovarla. Qualche assenza importante anche per l’Irlanda, che però sa sempre sorprendere chi dovesse darla per bollita."

Stadio tutto esaurito durante una partita di rugby della Nazionale, a dimostrare il grande interesse del pubblico per questo sport (Reuters).
Stadio tutto esaurito durante una partita di rugby della Nazionale, a dimostrare il grande interesse del pubblico per questo sport (Reuters).

Il Sei Nazioni, una miniera. Se il rugby italiano cresce è merito dello storico approdo, che risale all’ormai lontano 2000. Un movimento quasi di nicchia che s’è allargato sempre più. Certe prerogative (soprattutto la connotazione geografica, caratterizzata dalle abituali roccaforti) restano, naturalmente. Ma la crescita è stata impressionante, sotto innumerevoli punti di vista. I praticanti, innanzitutto. Perché il rugby fa audience, soprattutto tra i giovani. E ha grande appeal, sempre più. Guardarlo in tv è uno spettacolo, i ragazzi ne sono attratti.

Aumenta l’interesse, come il numero dei praticanti, più che raddoppiati da quando l’Italia ovale ha fatto il suo esordio nello storico torneo invernale. Le cifre spiegano tutto, non tradiscono mai. Nell’ultima stagione prima del Sei Nazioni i tesserati erano 30.815, nell’ultima annata rilevata dalla Federugby (la 2010-2011) i tesserati erano 71.494.

Un autentico boom, un’esplosione di interesse. Poi, si sa, l’esposizione mediatica (e non solo) conta molto, non solo sul fatto strettamente sportivo. Cambiano le prospettive, in tutti i sensi. Comprese quelle economiche, che assumono tutt’altre sembianze. Soldi che entrano, bilanci che lievitano. E uno sport povero che diventa più ricco. Il bilancio federale la dice lunga, decuplicato nel giro di circa 15 anni: contava 4 milioni nel 1997, ora ne conta ben 40.

Del resto, è lievitato tutto, in termini di quattrini, com’era logico che fosse dopo lo sbarco nel grande rugby. Gli sponsor una volta non erano che una voce minuscola di bilancio, mentre ora portano in cassa qualcosa come 6 milioni, mentre altri 12 arrivano dai diritti tv. Ma ancor più eloquente è il valore commerciale della maglia azzurra, quella che la nazionale di Brunel porta in giro per il mondo: fino al 1996 la federazione era costretta a comprare le divise (non c’era uno sponsor tecnico che le garantisse senza alcun esborso economico), ora tra i vari sponsor (tecnico e di maglia) le casacche azzurre valgono ben 2 milioni e 300mila euro.

E poi, ci sono gli incassi al botteghino, che pure contano, ancorché il numero di partite non sia così elevato. Il seguito di pubblico è esploso col passar degli anni, le entrate sono lievitati a dismisura. Perché il rugby tira, da quando l’Italia ha trovato la strada del Sei Nazioni.

L'esultanza dei giocatori dell'Italia al termine del match del torneo Sei Nazioni di rugby contro la Francia (Ansa).
L'esultanza dei giocatori dell'Italia al termine del match del torneo Sei Nazioni di rugby contro la Francia (Ansa).

Lo sport, come dovrebbe essere. Un gioco, soprattutto. Uno spettacolo, anche. E un mare di gente, appassionati o meno, a gremire gli stadi. La lezione del rugby, uno sport differente. Comunque vada, è sempre un successo. L’Italia ovale tira, sempre e comunque. Che gli avversari si chiamino All Blacks, che del rugby sono un autentico mito, oppure Tonga, isole che vivono di rugby ma che nella gerarchia mondiale sono dietro gli azzurri. Cambiano i protagonisti, non l’appetibilità del prodotto.
Sei Nazioni alle porte, bagno di folla garantito. Tre partite casalinghe, contro Francia, Galles e Irlanda: obiettivo fissato a 180mila spettatori in totale. Sarebbe un successo, l’ennesimo. E il 2013 confermerebbe quel che di buono ha detto il 2012. Prendete la fine dell’anno, il mese di novembre, quello tradizionale per i test-match. Tre sfide in tre settimane: un successo enorme. La prima a Brescia, contro Tonga: più di 18mila spettatori. La seconda sfida, quella più attesa, al cospetto della Nuova Zelanta dei Tutti Neri, maestri del pianeta e campioni del mondo in carica: 74920 spettatori all’Olimpico di Roma, una marea in più del pubblico registrato in occasione del derby del calcio capitolino. Terza sfida: Australia di scena al Franchi di Firenze, con 34850 paganti. Prima dei test-match di novembre, c’erano state le due partite dello scorso Sei nazioni. In un anno, ben 5 sfide casalinghe, che hanno fatto registrare un totale di 251.944 spettatori (con una media di 50.338 a partita, quasi il doppio di quella registrata nel 2008, quando la casa degli azzurri era il piccolo Flaminio e la media-spettatori si fermò a 27.595): un’annata da record, con numeri che non hanno precedenti nella storia del rugby italiano.

E ora, il nuovo Sei Nazioni, provando ad elevare la media a 60mila spettatori a partita. Del resto, si sa, comunque vada, è sempre un successo. E non è solo questione di numeri. Quel che conta forse ancor di più è l’atmosfera. E’ sempre festa, a margine di una partita di rugby. Festa di sport e fratellanza, senza divisioni tra tifosi rivali. La solita atmosfera, quella che gli italiani hanno imparato ad apprezzare altrove, in giro per l’Europa ovale. Sì, perché la medaglia ha sempre due facce. E quelle del rugby azzurro sono entrambe brillanti. In casa, partite da tutto esaurito (o quasi). In trasferta, seguito sostanzioso, per respirare aria di rugby e storia.

Il paragone col calcio è imbarazzante, per il calcio naturalmente. Su quel che avviene in trasferta, sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Il rugby esporta migliaia di tifosi festanti, il calcio azzurro (a parte che in grandi occasioni) poche decine di pseudo-tifosi dediti al saluto romano e alla risse da strada. E in casa, stessa storia: prevale il rugby, nel confronto col più titolato calcio. La nazionale di Prandelli tira soprattutto in provincia, dove il grande calcio non sempre fa tappa. C’erano circa 19mila spettatori a Parma, per la recente sfida amichevole contro la Francia. Più o meno lo stesso numero di appassionati che aveva seguito, al Braglia di Modena, la partita Italia-Malta, valevole come qualificazione al prossimo Mondiale brasiliano. Quindi, numeri in linea con quelli fatti registrare dagli azzurri della palla ovale in provincia, ultimo esempio quello di Brescia, per Italia-Tonga.

Nessun paragone possibile, invece, se si fa il grande salto, dalla provincia alla metropoli. Il rugby sembra una calamita, che attira tifosi da tutta Italia, soprattutto dalle roccaforti ovali. Il calcio fa i conti con la crescente disaffezione del grande pubblico, che sempre più spesso preferisce incollarsi alla tv piuttosto che recarsi allo stadio. Più che eloquente, alcuni confronti possibili, quelli più recenti: 35mila spettatori a San Siro per Italia-Danimarca di calcio (partita del girone di qualificazione mondiale), circa 75mila per Italia-Nuova Zelanda di rugby all’Olimpico. Vero, la Danimarca nel calcio non avrà lo stesso appeal degli All Blacks nel rugby. Ma l’importanza delle sfida avrebbe meritato comunque ben altro seguito. Al tirare delle somme, nessun dubbio: vince il rugby, per distacco.


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