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domenica 21 luglio 2019
 
Polemiche culturali
 

Milano e Torino a singolar tenzone sul libro

03/08/2016  La decisione degli editori di allestire a Milano una fiera alternativa al tradizionale Salone è clamorosa e non promette nulla di buono. Perché non si è seguito il modello di Mito settembre musica, che vede unite le due città? E perché il ministro Franceschini tace?

Nel recente libro Sull’orlo del precipizio, pubblicato quando la fusione fra Mondadori e Rizzoli si stava concretizzando, Antonio Manzini immaginava che il Salone del libro di Torino diventasse il Salone Sigma, una fiera guidata da una sorta di dittatura degli editori. «Non ci sono andato lontano», ha dichiarato divertito a la Repubblica l'autore. 

Il riferimento è al duello fra Torino e Milano relativamente all'organizzazione della Fiera del libro. Avendo deciso di organizzare una manifestazione a Milano, gli editori hanno di fatto dichiarato guerra a Torino, che l'anno prossimo celebrerà i trent'anni del suo Salone. 

Se fosse un segno di vitalità, di ricchezza di proposte, di fermento culturale, questa insolita sfida sarebbe un motivo di gioia. Purtroppo non è così: è l'ennesimo esempio del nostro atavico istinto a contrapporci, a dividerci, a distruggere anziché costruire. In cui entrambe le parti in causa hanno le loro colpe.

Molti hanno interpretato l'iniziativa milanese come un atto di arroganza e di egemonia che non ha rispettato la lunga tradizione torinese. Milano ha replicato che gli editori devono essere più protagonisti di quanto non lo siano stati fino ad oggi a Torino e che si possono ottenere risultati maggiori (in termini di presenze e di pubblico), e citano come esempio Bookcity, il festival del libro che da qualche anno si svolge in autunno con grande partecipazione di pubblico. 

Torino ha dalla sua parte la tradizione, la storia, trent'anni di lavoro. Che negli ultimi tempi, però, ha mostrato qualche crepa: nell'organizzazione, nella struttura dirigente (l'anno scorso i vecchi "capi" sono stati richiamati in fretta e furia dopo il rifiuto dei nuovi designati), con qualche fatto poco trasparente di cui si sta addirittura occupando la magistratura. 

Massimo Bray. In alto: il Salone del libro a Torino.
Massimo Bray. In alto: il Salone del libro a Torino.

Torino rilancia con Bray

Ognuno ha deciso testardamente di proseguire per la sua strada. Milano con l'Aie (l'associazione italiana editori) ha annunciato che la manifestazione si svolgerà nel 2017 a inizio maggio, cioè proprio quando cadeva il Salone torinese. Torino ha risposto nominando un pezzo da novanta come Massimo Bray, ex ministro della Cultura, a presidente della Fondazione del libro che gestirà il prossimo Salone. Non solo: sta valutando l'ipotesi di chiamare uno scrittore a coprire il ruolo di direttore. 

Sì, perché il convitato di pietra della situazione sono proprio loro, cioè coloro che i libri li scrivono, gli scrittori. E infatti Alessandro Baricco, personaggio radicato nell'ambiente torinese, dove funziona anche la sua Scuola Holden, ha lanciato una provocazione, affermando né più ne meno che dare che scontato che gli autori "lasciassero" Torino per Milano era sbagliato. L'idea di affidare a un autore - si vocifera di Giuseppe Culicchia e Massimo Gramellini, quest'ultimo però più improbabile - la direzione ha il sapore di raccogliere il malessere di una parte del mondo autorale.

Va aggiunto che nemmeno il fronte degli editori è compatto e una serie di editori si è sfilato dall'Aie, confermano il proprio sostegno a Torino.

L'esempio dimenticato di Mito settembre musica

  

Insomma, una vicenda complessa che non promette nulla di buono. Eppure esisteva un modello chiaro e collaudato a cui ci si sarebbe potuti rifare per dirimere la contesa: vale a dire Mito settembre musica, il festival musicale che unisce le due città, e da cui entrambe traggono giovamento, con decine di eventi che mutualmente vengono condivisi. Pensare a un Salone del libro con la doppia sede avrebbe raccolto le istanze degli editori milanesi, salvaguardando al tempo stesso la storia di Torino. Invece si è voluto alimentare un conflitto che ha portato a questa clamorosa spaccatura. 

Stupisce in questo contesto il silenzio del ministro della Cultura Franceschini. Possibile che su un fatto così rilevante non abbia nulla da dire? È giusto lasciare al "libero mercato" l'organizzazione di questi eventi? Non sarebbe stato utile - sembra ormai tardi perché si possa fare un passo indietro - intervenire per unire le forze, anziché lasciare che si scatenasse questa inutile guerra?

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