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giovedì 21 settembre 2017
 
Bilancio di una festa
 

Tutte le città di San Giovanni, la voce che grida nel deserto

24/06/2017  Liturgia e tradizioni popolari si fondono in una ricorrenza dai tanti volti, che unisce luoghi lontani. In Italia sono oltre 200 i comuni, da Nord a Sud, che celebrano san Giovanni come patrono. Tra le città maggiori spiccano Torino, Genova e Firenze, dove da sempre la festa è occasione d'incontro tra Chiesa, cittadini e istituzioni

(nella foto di copertina: il cardinale Betori, arcivescovo di Firenze, durante i festeggiamenti per San Giovanni. Qui sopra: la sindaca Appendino in piazza Castello a Torino- Ansa)

 

 

“Voce di uno che grida nel deserto”. Nel deserto come spazio fisico, ma (oggi più che mai) anche nei deserti dell'anima, nelle periferie esistenziali, nelle infinite situazioni di solitudine e aridità spirituale che la società dell'”usa e getta” nasconde sotto un velo di apparente benessere. Il 24 giugno la liturgia fa memoria di Giovanni Battista, il “precursore di Cristo”, una tra le figure più importanti nei testi evangelici, riconosciuto come santo fin dagli albori della cristianità.

La ricorrenza si inserisce in una tradizione antica quasi quanto l'uomo: quella delle feste legate al solstizio d'estate, al raccolto e alla fertilità della terra. Non a caso, la memoria del Battista, “testimone della verità” e della luce, capace di riconoscere in Gesù i segni del Messia, trova posto in una tra le giornate più lunghe e luminose dell'anno. Liturgia e tradizioni popolari si fondono in una festa dai tanti volti, che unisce luoghi lontani. In Italia, sono oltre 200 i comuni, da Nord a Sud, che celebrano san Giovanni come patrono.

Tra le città maggiori spiccano Torino, Genova e Firenze. In questi grandi capoluoghi, da sempre la festa è anche occasione di incontro tra Chiesa, cittadini e istituzioni. Così, di anno in anno, le omelie dei rispettivi arcivescovi ci offrono uno specchio della vita cittadina, uno stuardo sull'anno appena trascorso che diventa tensione verso il rinnovamento.

A Torino. La politica silente

Il capoluogo piemontese attraversa un periodo delicato. Non si sono ancora rimarginate le ferite legate agli incidenti di sabato 3 giugno, in piazza San Carlo. Una serata che doveva essere di festa (la Juventus stava giocando la finale di Champions League) si è trasformata in tragedia: scene di panico collettivo (scoppiato tra i tifosi per ragioni ancora da chiarire), una ragazza uccisa dalla folla impazzita, migliaia di feriti (alcuni gravi), polemiche a strascico sulla cattiva gestione della piazza e sulla disorganizzazione dell'evento. Come se non bastasse, nei giorni successivi, in uno dei quartieri della “movida” e del divertimento notturno, ci sono stati violenti scontri tra gruppi di giovani (alcuni dei quali legati ai centri sociali) e forze dell'ordine.

Diverse critiche si sono riversate sulla sindaca Chiara Appendino, (M5S) che da un anno esatto è alla guida della città, ma anche su altre figure chiave come il Questore e il Prefetto. Agli episodi delle ultime settimane, monsignor Nosiglia ha fatto esplicito riferimento nella sua omelia: «Credo che anche i fatti tragici di Piazza San Carlo indichino che c’è ancora molto da fare, per educare a stare insieme in modo civile e rispettoso delle regole proprie dell’ambiente e degli altri, oltre ovviamente al dovere di programmare e gestire al meglio gli eventi cittadini».

Più in generale, l'Arcivescovo ha rivolto un deciso richiamo al mondo della politica, «un ambiente che oggi a Torino appare silente, soprattutto a confronto con la ricchezza di iniziative e proposte che vengono dai mondi del volontariato e delle attività culturali, ma anche delle imprese e del credito». Pur senza far nomi e senza lasciarsi tirare per la giacca da questo o quello schieramento, l'Arcivescovo non ha risparmiate qualche sferzata all'attuale classe di governo: «oggi, manca questa passione per la politica, intesa come “amore per la città”, voglia di costruire insieme che vada al di là delle priorità individuali e di gruppo».

Da qui l'invito a perseguire la concordia, «perché soltanto lungo questa via potremo realizzare quei progetti di cui abbiamo bisogno, quelle aspirazioni di rilancio e di riscatto per cui nutriamo la speranza. Ma se dalle nostre bocche lasciamo uscire parole di divisione, giudizi semplicistici o affrettati, e i nostri comportamenti si pongono in contrasto con le regole del bene comune, quale cuore stiamo esprimendo con le nostre parole e i fatti che ne conseguono?».

A Firenze. Sull'esempio di don Milani

  

Sono probabilmente destinate a lasciare un segno nel tempo le parole pronunciate pochi giorni fa da papa Francesco a Barbiana (Firenze), quel piccolo borgo sperduto tra le montagne che don Lorenzo Milani seppe trasformare in un modello educativo unico al mondo. E il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo del capoluogo toscano, vi ha espressamente fatto riferimento nella sua omelia per la festa di San Giovanni Battista. «Il Papa a Barbiana ha parlato di una fiaccola da raccogliere, l’ha detto ai preti ma vale per tutti, dentro e fuori la comunità ecclesiale» ha sottolineato il Pastore.

Per questo «c'è da smettere di inseguire i ‘mi piace’, per ribadire, con la scuola di Barbiana: ‘I care’, ‘mi interessa’; anzi, mi fa pensare e mi costringe a prendere posizione, in modo responsabile e creativo». «Il tempo che viviamo» ha proseguito il cardinale Betori «va compreso in rapporto ai bisogni concreti della gente che ci sta intorno. La città ha bisogno di presenze vive, di istituzioni che sappiano valorizzare e promuovere contemporaneamente il loro portato culturale con la loro vocazione all’incontro tra gli uomini».

Spicca, su tutte, una priorità: «cominciare a pensare a partire dalle periferie, come spesso invita il Papa, scommettendo sulle loro potenzialità di rigenerare l’intero corpo sociale cittadino. Occorre ricostruire le relazioni nel tessuto sociale dei nostri territori, creando e sostenendo radici capaci di generare unità».

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