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San Leone I, il Papa Magno nella difesa della fede

10/11/2017  Pontefice dal 440 al 461, è stato il primo ad essere chiamato “Magno” per la sua sapienza nella difesa della vera fede e per lo zelo nell’esercizio della sua azione pastorale in favore della città di Roma e, indirettamente, per tutte le Chiese d’Occidente

Leone I, papa dal 29 settembre 440 al 10 novembre 461, fu il primo pontefice al quale la posterità ha riconosciuto il titolo di Magno, ossia grande. La storia del suo pontificato dà ragione di questo quasi unico privilegio; lo ebbe infatti dopo di lui soltanto san Gregorio Magno. Scarse le notizie prima della sua elezione a pontefice. Originario della Tuscia, probabilmente nacque a Roma da genitori toscani. Prima di diventare papa, fece parte del clero di Roma e come diacono ebbe vari incarichi di fiducia, anche da parte della corte imperiale. Galla Placidia, allora reggente, lo inviò in Gallia in missione di mediatore tra due generali che si contendevano il comando dell’esercito. Fu durante questa assenza che venne eletto papa alla morte di Sisto III, con il quale il diacono Leone aveva collaborato anche per la condanna dei pelagiani e del loro capo, Giuliano da Eclano. I pelagiani professavano un rigorismo religioso basato unicamente sulla libertà umana a scapito dell’efficacia salvifica della grazia di Dio.

Il primato di Pietro

Rientrato a Roma, Leone fu consacrato il 29 settembre del 440: una data che ogni anno avrebbe celebrato come anniversario del suo “natale”. Ci sono pervenuti almeno quattro discorsi pronunciati in quella occasione che esprimono con efficacia la convinzione che Leone aveva del ruolo e del prestigio della Sede romana, trasmesso a tutti i successori di Pietro in forza delle prerogative che il Signore aveva concesso all’apostolo. Consapevole di questa continuità, il papa, come primate di tutti i vescovi, affermò la propria autorità su tutte le Chiese d’Occidente, riconoscendo a quelle d’Oriente una propria organizzazione attorno alle antiche sedi patriarcali, riservandosi tuttavia l’esercizio del primato di Pietro anche nei confronti di queste nelle questioni ritenute di maggiore rilievo. I sermoni da lui pronunciati, collegati soprattutto alle celebrazioni liturgiche, sono una testimonianza della profonda penetrazione nei misteri della fede, che proponeva ai fedeli della città di Roma, affidati alle sue cure pastorali. Ai vescovi delle varie Chiese che si rivolgevano a lui per consigli e suggerimenti inerenti il loro ministero, rispondeva con estrema precisione, e le sue risposte, espressione della genuina tradizione ecclesiastica, entrarono a far parte, in non pochi casi, del patrimonio dottrinale comune a tutta la Chiesa. Al vescovo di Narbona, Rustico, che gli chiese indicazioni sulla procedura da seguire nelle elezioni episcopali, ribadì che nessuno poteva ritenersi eletto se non veniva scelto dal clero, con il plauso del popolo, e la consacrazione da parte del vescovo metropolita della provincia ecclesiastica. Al medesimo vescovo ricordò le caratteristiche essenziali del vero matrimonio poiché non ogni donna che vive con un uomo può essere, su questa sola base, ritenuta sua moglie.

La lotta contro il manicheismo

  

Fu sollecito, per quanto possibile, a estendere a tutte le Chiese d’Occidente gli usi della Chiesa romana; ma vigilò soprattutto perché non si diffondessero interpretazioni erronee della vera fede, come si è già detto per i pelagiani. Uguale fermezza dimostrò verso le sopravvivenze del manicheismo, una dottrina che veniva dall’Oriente e sosteneva l’esistenza e l’influenza di due principi, del bene e del male all’origine del mondo e di ogni persona. Dall’Africa giungevano richieste su casi di irregolarità nel governo delle diocesi e le sue indicazioni venivano accolte con comune soddisfazione. Una certa resistenza alle sue prerogative papali incontrò invece nei suoi rapporti con l’Oriente, ma attraverso una convinta e convincente adesione alle verità di fede già riconosciute dalla Chiesa, riuscì a mantenere l’ortodossia e il prestigio del primato di Pietro. Il caso del monaco Eutiche che professava la dottrina monofisita secondo cui Cristo, il Verbo incarnato, aveva una sola natura, quella divina che aveva assorbito quella umana, ha messo in luce la saggezza del pontefice. A lui infatti si appellò lo stesso Eutiche quando, a causa della sua dottrina, fu condannato dal suo vescovo, Flaviano di Costantinopoli. Leone, resosi conto del pericolo insito nella dottrina monofisita, spedì al patriarca Flaviano una lettera molto importante, nota come Tomo a Flaviano, nella quale riprovò la dottrina di Eutiche, e confermò la fede della Chiesa nelle due nature, divina e umana, nell’unica persona di Cristo. Nel frattempo, però, l’imperatore Teodosio II aveva convocato a Efeso nel 449 un sinodo che riabilitò Eutiche, rifiutò il Tomo del papa, e lo stesso Flaviano fu malmenato. Leone non esitò a rifiutare quell’assemblea, ritenuta un vero scandalo, e convocò nel 451 un concilio a Calcedonia, il IV concilio Ecumenico, che respinse l’operato dell’assemblea imperiale di Efeso, e accolse il Tomo di Leone come “voce di Pietro”.

L'incontro con Attila, il condottiero degli Unni

Il concilio emanò altri canoni; tra l’altro riconobbe a Costantinopoli, come altra sede dell’Impero, il titolo patriarcale. Il pontefice non fu d’accordo con questa decisione che poteva essere pericolosa per l’unità della Chiesa, ma seppe mantenere ugualmente buoni rapporti con la corte imperiale, inviando nella città del Bosforo un suo rappresentante, detto “apocrisario”, per essere tenuto al corrente degli orientamenti imperiali anche in materia religiosa, sulla quale l’imperatore di Bisanzio continuò a esercitare un’influenza senz’altro eccessiva. Anche in Occidente, nell’ambito della politica, papa Leone godette di notevole ascendenza, come si vide nei rapporti con le popolazioni germaniche che con successive migrazioni, si stavano riversando nelle terre dell’antico Impero romano.  Nel 452 Attila, condottiero degli unni, dopo aver saccheggiato Aquileia, si rivolse minaccioso verso le regioni centrali dell’Italia; da Roma gli andò incontro una legazione, guidata dal papa Leone che incontrò il re barbaro sulle sponde del Mincio, non lontano da Mantova. Dopo quell’incontro, Attila abbandonò l’Italia, molto probabilmente anche per ragioni di carattere militare e politico, ma l’aura di sacralità che emanava dalla personalità di Leone ebbe parte in quella decisione; la sua fama si accrebbe in Italia e in tutto  l’Occidente, e lasciò memoria nella futura storia di questo pontificato. Pochi anni dopo, nel 455, Leone tentò di ripetere l’impresa, andando incontro al vandalo Genserico, giunto ormai sotto le mura di Roma. Il papa non riuscì ad impedire l’occupazione violenta della città, ma ottenne almeno che la popolazione non fosse sottoposta a torture e massacri.

Sapienza e zelo nella difesa della vera fede

  

A papa Leone si attribuì per molto tempo la composizione di un testo liturgico tra i più notevoli della Chiesa romana, il Sacramentario Leonino, ma molto probabilmente fu compilato in epoca successiva, in base alle direttive del pontefice. La sua azione in favore della preghiera ufficiale della Chiesa fu certamente rilevante, come si può rilevare dai 96 sermoni e dalle 143 lettere che di lui ci sono pervenuti. Benedetto XIV nel 1754 lo proclamò dottore della Chiesa; ma da tempo unanimemente gli era stato riconosciuto il titolo di grande, Magno, per la sapienza nella difesa della vera fede e per lo zelo nell’esercizio della sua azione pastorale in favore della città di Roma e, indirettamente, per tutte le Chiese d’Occidente. Con lui l’esercizio del ministero petrino raggiunse dimensioni che prima erano soltanto implicite nel mandato che Gesù aveva affidato all’apostolo Pietro.

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