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Paolo Miki e gli altri, i giapponesi crocifissi per la fede

06/02/2018  Fu ucciso nei pressi di Nagasaki insieme ad altri 25 compagni: 2 gesuiti, 6 francescani e 17 connazionali terziari dell’ordine francescano. La Chiesa li ricorda oggi.

È il primo giapponese accolto in un ordine religioso cattolico: il primo gesuita. Nato in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra poi in un collegio della Compagnia di Gesù, e a ventidue anni è novizio. Riesce bene in tutto: solo lo studio del latino lo fa penare; troppo lontano dal suo modo nativo di parlare e di pensare. Diventa invece un esperto di religiosità orientale, cosicché viene destinato alla predicazione, che prevede il dialogo con dotti buddisti. Riesce bene, ottiene conversioni; però, dice un francescano spagnolo, più efficaci della parola sono i suoi sentimenti affettuosi verso il prossimo. Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio, che vi è rimasto due anni, aprendo poi la via ad altri missionari, bene accolti dalla gente. Li lascia in pace anche lo stato, in cui gli imperatori sopravvivono come simboli, mentre chi comanda è sempre il capo militare e politico: lo shogun. Paolo Miki vive anni fecondi di predicazione e di apostolato, percorrendo continuamente il paese. I cristiani diventano decine di migliaia.

Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo shogun Hideyoshi, e lietamente accolta da papa Gregorio XIII. Ma proprio Hideyoshi capovolge poi la politica verso i cristiani, facendosi persecutore per vari motivi: il timore che il cristianesimo minacci l’unità nazionale, già indebolita dai feudatari; il comportamento offensivo e minaccioso di marinai cristiani (spagnoli) arrivati in Giappone; e anche i gravi dissidi tra gli stessi missionari dei vari Ordini in terra giapponese, tristi fattori di diffidenza. Ed ecco, al tempo di Hideyoshi, una prima persecuzione locale, che coinvolge Paolo Miki.

Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, trova in carcere due gesuiti e sei francescani missionari, con diciassette giapponesi terziari di san Francesco. E insieme a tutti loro egli viene crocifisso su un’altura presso Nagasaki. Prima di morire, tiene l’ultima predica, invitando tutti a seguire la fede in Cristo; e dà il suo perdono ai carnefici. Andando al supplizio, ripete le parole di Gesù in croce: “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum”. Proprio così le dice: in quel latino che da giovane studiava con tanta fatica. Nel 1862, papa Pio IX lo proclamerà santo. Nell’anno 1846, a Verona, un seminarista quindicenne ha letto il racconto di questo supplizio e ne ha ricevuto la prima forte spinta alla vita missionaria: è Daniele Comboni, futuro apostolo della “nigrizia”, alla quale dedicherà vita e morte, tre secoli dopo Paolo Miki.

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