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giovedì 22 febbraio 2018
 
SANREMO 2018
 

Sanremo manda in vacanza impegno e spiritualità (con qualche eccezione)

07/02/2018  L'amore, venato di malinconia, domina nelle canzoni presentate ieri al Festival. E' il frutto di una scelta di Baglioni, ma fuori è peggio: la musica più amata dai giovani, il trap, è tutta concentrata sull'individuo.

“Ho letto la maggior parte dei testi delle canzoni del Festival di Sanremo. La cosa curiosa è che quest’anno c’è poca attenzione alla dimensione esteriore, sociale e generale. C’è soprattutto un’attenzione all’intimità e alla sostanziale insoddisfazione che fiorisce all’interno delle coscienze”. Parola del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura Gianfranco Ravasi, ospite del programma di Tv 2000 ‘Bel tempo si spera".

E' senza dubbio così, tanto che la canzone che ieri ha più riscosso più successo sui social è quella di un gruppo che si chiama Lo Stato Sociale ma che all'Ariston ha presentato Una vita in vacanza: in pratica, un ossimoro, sia pure stemperato dall'ironia. Perché tanta leggerezza? In primo luogo bisogna considerare che le canzoni sono il frutto delle scelte del direttore artistico e Claudio Baglioni è il cantautore per eccellenza dell'amore, non dell'impegno sociale. Da questo punto di vista, lo stesso Baglioni ha rivendicato che anche se i testi parlano quasi tutti di sentimenti, non lo fanno con banalità: "Nessuno è leggero, sono punti d’osservazione di questa epoca non chiara, di passaggio, e quindi restano perlopiù come domande, questioni, punti irrisolti sull’avventura e la disavventura del vivere".

Un giudizio troppo generoso perché se è vero che prevalgono la disillusione, la nostalgia per un tempo felice al posto della speranza, questi sentimenti sono espressi con testi che solo in in alcuni casi sono davvero validi (due su tutti "Passami er sale" di Luca Barbarossa e "Almeno pensami" del compianto Lucio Dalla, cantato da Ron). 

Ma al di là delle scelte fatte da Baglioni, è il generale panorama musicale italiano che oggi lascia poco o nulla spazio all'impegno e alla spiritualità. Basti dire che gli idoli dei nostri ragazzi come Sfera Ebbasta sono loro coetanei che fanno trap, un sottogenere del rap caratterizzato da una parte ritmica ipnotica e a cui fanno da sottofondo melodie semplici e ripetitive. Le parole, pronunciate con un tono perennemente annoiato, sono sempre rigorosamente concentrate sul vissuto personale del protagonista. Nessuno sguardo alla realtà esterna. Il rap cioè, nato in America tra i neri come forma d'arte per denunciare le loro condizioni, da noi è diventato sinonimo del disimpegno più totale. Molti nostri ragazzi vi si riconoscono perché anche per loro il mondo, al di fuori della cerchia delle amicizie, appare come un'entità ostile in cui è quasi impossibile conquistare un proprio spazio.

Tornando a Sanremo, bisogna però avere l'onestà di segnalare i tentativi, più o meno riusciti, di venir fuori dalla leggerezza che ammanta le canzoni. Giovanni Caccamo che in "Eterno" esalta i sentimenti che sanno appunto durare nel tempo, i Decibel di Enrico Ruggeri che ci rammentano che "un mondo spirituale c'è, un fuoco dentro l'anima che tutto illumina", Ermal Meta e Fabrizio Moro che dicono che il terrorismo non vincerà e Nina Zilli che riafferma la dignità femminile. Ieri sera Baglioni ha detto con il suo tipico stile sempre in bilico tra l'enfasi e la poesia che  "le canzoni sono come coriandoli d’infinito, piccoli istanti di eternità. Sono mare, terra, cielo, neve di sogni che sembra cadere giù da un altro pianeta. Infatti nessuno sa da dove possano venire. E in quei secondi fanno piccoli miracoli". Qualcuna, forse, ci riuscirà davvero. 

 

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