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Santa Giuseppina Bakhita, la schiava divenuta Santa

08/02/2018  Nativa del Sudan, dove nasce nel 1869, viene rapita al’età di sette anni e venduta più volte sul mercato delle schiave. I suoi rapitori le danno il nome di Bakhita («fortunata»). Nel 1882 viene comprata a Kartum dal console Italiano Calisto Legnani che la affida alla famiglia di Augusto Michieli e diventa la bambinaia della figlia. Quando la famiglia Michieli si sposta sul Mar Rosso, Bakhita resta con la loro bambina presso le Suore Canossiane di Venezia. Qui ha la possibilità di conoscere la fede cristiana e, il 9 gennaio 1890, chiede il battesimo prendendo il nome di Giuseppina. Nel 1893, dopo un intenso cammino, decide di farsi suora canossiana per servire Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. È stata canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2000

Santa Giuseppina Bakhita possiamo definirla la prima extracomunitaria elevata all’onore degli altari. La storia, estremamente coinvolgente, della sudanese Giuseppina Bakhita sembra uscita da un romanzo, invece è tutta vera. La sua famiglia – genitori, tre fratelli e tre sorelle – abitava in un villaggio del Darfur, nei pressi del Monte Agilere. Lo zio era capo villaggio. Nata presumibilmente nel 1869, l’anno di apertura del Canale di Suez, verso gli 8-9 anni venne rapita da due arabi mentre raccoglieva erbe in un campo vicino a casa. “Se gridi sei morta” la minacciò uno armato di fucile, spingendola con violenza nella fitta boscaglia. Dopo aver camminato tutta la notte, la bambina fu rinchiusa in un bugigattolo: “Chiamavo mamma e papà”, racconterà più tardi da suora in una memoria redatta su invito della superiora, “con un’angoscia d’animo da non dire. Ma nessuno mi udiva. Di più: mi si intimava silenzio con terribili minacce”. Era talmente terrorizzata che dimenticò persino il suo nome: i due negrieri la chiamarono “Bakhita” che – ironia della sorte – significa fortunata.

Nelle mani dei negrieri, finì per essere "comprata" da un agente consolare italiano

Tre anni prima, nello stesso modo era stata rapita anche la sua sorella maggiore, sposata e madre di un figlio, della quale non si sarebbe saputo più nulla. Il mercato degli schiavi era allora fiorente, nonostante che nella prima metà dell’800 quasi tutte le potenze europee e gli Stati Uniti avessero decretato per legge la fine della tratta e dello schiavismo. Erano soprattutto pastori nomadi arabi provenienti dal Kordofan a dedicarsi al rapimento di bambini e giovani donne per i mercati del Nord-est. Durante la prigionia, dopo che il padrone le aveva tolto le catene perché potesse spannocchiare più in fretta il mais, Bakhita riuscì a fuggire insieme a una compagna, ma cadde nelle mani di un altro negriero e poi fu venduta e rivenduta a parecchie famiglie, soggetta a sofferenze di ogni genere.

A Khartoum fu comperata da un generale turco, ma dovette subire gravi maltrattamenti dalle sue figlie e dal figlio e infine, per ordine della padrona, il supplizio del tatuaggio: una fattucchiera con un rasoio le praticò sei incisioni sul petto, 60 sul ventre e 48 su tutto il corpo, profonde circa un centimetro, dentro le quali furono messi dei grani di sale perché le cicatrici fossero sempre visibili. La ragazza rimase per diversi giorni tra la vita e la morte.

Il generale prima di tornare in Turchia mise la schiava sul mercato: la prese un agente consolare italiano, tale Calisto Legnani, il quale la trattò come una domestica, aiutandola anche a rintracciare la propria famiglia, purtroppo senza esito. La ragazza rimase a casa sua fino al 1884, quando gli europei di Khartoum decisero di lasciare il Sudan davanti all’avanzata dei ribelli mahdisti. Bakhita ottenne di accompagnare in Italia il Legnani, il quale ne fece poi dono a Maria Turina, la moglie russa di Augusto Michieli, un amico italiano che viaggiava con lui.

Con i nuovi padroni, Bakhita si spostò a Mirano Veneto: faceva da “tata” a Mimmina, la loro bambina di circa tre anni, che le si affezionò assai. Tornarono tutti in Sudan a Suakin dove i Michieli gestivano un albergo, decisi a rimanervi definitivamente, ma la Turina, dovendo rientrare in Italia per vendere le proprietà di famiglia e imballare il mobilio per il trasloco, volle che Bakhita e Mimmina l’accompagnassero. Nella primavera del 1885, la ex schiava conobbe Illuminato Checchini, il fattore di casa Michieli, fervente organizzatore di associazioni cattoliche, promotore e fondatore di casse rurali e di assicurazioni mutualistiche, amico di don Giuseppe Sarto, futuro papa Pio X. Fu lui a portare Bakhita alla fede cristiana. Maria Turina, dovendo raggiungere provvisoriamente il marito a Suakin per concordare gli ultimi adempimenti di natura economica, lasciò in Italia la domestica e Mimmina, alloggiandole presso l’Istituto dei Catecumeni gestito dalle Figlie della Carità (canossiane) a Venezia. Qui il Checchini fece dono di un piccolo crocifisso d’argento a Bakhita: “Nel darmelo”, racconta la santa, “lo baciò con devozione, poi mi spiegò che Gesù Cristo, Figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo che cosa fosse, ma spinta da una forza misteriosa lo nascosi per paura che la signora me lo prendesse (la Turina era sostanzialmente atea). Prima non avevo mai nascosto nulla perché non ero attaccata a niente. Ricordo che nascostamente lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare”.

le spoglie mortali di Santa Giuseppina Bakhita
le spoglie mortali di Santa Giuseppina Bakhita

Nel 1890 venne battezzata e nel 1927 fa la professione perpetua

  

Le Figlie della Carità istruirono Bakhita nelle verità della fede in cui, nonostante le difficoltà del linguaggio, fece tali progressi da desiderare presto il battesimo. A questo punto – siamo nel 1889 – Maria Turina era nuovamente in Italia per prepararsi alla partenza definitiva: la ragazza si rese conto che tornando in Africa avrebbe rischiato di perdere la fede e decise di restare, provocando una durissima reazione della Michieli, che ricorse persino al procuratore del re, ma inutilmente: “Trovandosi in Italia” – questa la risposta del procuratore – “dove non si fa mercato di schiavi, la giovane resta affatto libera”. Venne battezzata il 9 gennaio 1890 coi nomi di Giuseppina, Margherita e Fortunata. Nello stesso giorno fu cresimata e fece la sua prima comunione. Rimase altri due anni nell’istituto, dove maturò la sua vocazione religiosa tra le canossiane.

Entrata in noviziato nel dicembre 1893, fece la prima professione tre anni dopo a Verona. Poco prima era stata esaminata circa la sua vocazione dal patriarca di Venezia cardinale Sarto che le aveva detto: “Pronuncia i sacri voti senza timore: Gesù ti vuole bene. Gesù ti ama. Anche tu amalo e servilo sempre così”. La professione perpetua la farà soltanto nel 1927, nella cappella della casa filiale di Mirano Veneto. A Venezia trascorreva le sue giornate nel laboratorio delle ragazze lavorando ai ferri e ricamando. Nel 1902 fu trasferita a Schio con l’incarico prima della cucina, poi della sacrestia e infine della portineria, che esercitò sempre con prontezza, semplicità e affabilità. “Madre Moretta”, come la chiamava la gente, aveva sempre una buona parola (in dialetto veneto, la sola lingua che conosceva) e un sorriso per tutti.

Nel 1935 iniziò, assieme ad una consorella che era stata tanti anni in Cina, una serie di viaggi di animazione missionaria. Un giorno, durante l’ultima guerra, rifiutò di recarsi nel rifugio mentre gli alleati bombardavano la città: tutti erano convinti che, grazie a lei, Schio non avrebbe subito danni, e così avvenne. Poi, col passare degli anni, cominciò a risentire delle brutalità (soprattutto calci e staffilate) patite da schiava: fu colpita prima da elefantiasi, poi da gravi forme di artrite, da asma bronchiale e da broncopolmonite. Ormai costretta su una carrozzella, passava intere ore in preghiera davanti al tabernacolo offrendo le sue sofferenze per la Chiesa, per il papa e per la conversione dei peccatori. Spirò l’8 febbraio 1947 dopo aver esclamato:“Quanto sono contenta… la Madonna, la Madonna”. Il suo corpo si conservò flessibile tanto che le mamme prendevano il braccio di “Madre Moretta” e lo posavano sul capo dei figli per ottenerne la protezione. La sua tomba fu presto assediata da fedeli che ricorrevano con esiti sorprendenti alla sua intercessione. Beatificata da Giovanni Paolo II il 17 maggio 1992, fu da lui stesso canonizzata il 1° ottobre del 2000.

L'icona della Santa durante la canonizzazione in piazza San Pietro del 1° ottobre 2000
L'icona della Santa durante la canonizzazione in piazza San Pietro del 1° ottobre 2000

Il miracolo di Santa Bakhita: salvò una donna dall'amputazione degli arti

Il processo di canonizzazione iniziò nel 1959, a soli 12 anni dalla morte. Ai fini della canonizzazione, la Chiesa ritiene necessario un secondo miracolo, dopo quello richiesto per la beatificazione: nel caso di Giuseppina Bakhita, ha ritenuto miracolosa la guarigione di Eva da Costa Onishi, guarita nel 1992 da ulcerazioni infette agli arti inferiori, causate da diabete e ipertensione. Eva da Costa, nata il 1º gennaio 1931 a Iguape (Brasile), nel 1950 si era sposata con Yoziro Onishi, di origine giapponese, dal quale aveva avuto quattro figli, separandosi successivamente. Stabilitasi con il figlio minore nei quartieri poveri di Santos, dal 1976 era diventata diabetica. Nel 1980 erano apparse profonde piaghe infette alle gambe, diagnosticate come ulcerazioni infette in soggetto con diabete mellito, ipertensione e insufficienza cronica del circolo venoso. Le precarie condizioni economiche non le consentivano di curarsi adeguatamente, e si prospettava l'amputazione.

Nel 1992, anno della beatificazione di Giuseppina Bakhita, partecipando il 27 maggio a una riunione delle "Donne Anziane" nella cattedrale di Santos, invocò l'aiuto della beata Bakhita. Tornata a casa, si accorse che le piaghe, una delle quali arrivava all'osso, erano improvvisamente scomparse e la pelle si era rinnovata. Il caso, dopo il processo diocesano, fu sottoposto alla Congregazione per le Cause dei Santi che, il 21 dicembre 1998, promulgò il decreto sul miracolo, dichiarando l'inspiegabilità della guarigione, rapida, completa e duratura Il 1º ottobre 2000 Eva da Costa partecipò, in piazza San Pietro, alla cerimonia di canonizzazione della beata Giuseppina Bakhita.

La Santa viene ricordata da Papa Benedetto XVI nell'Enciclica Spe salvi  ricordandola come esempio di speranza cristiana: «Mediante la conoscenza della speranza lei era "redenta", non si sentiva più schiava ma libera figlia di Dio».

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