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martedì 20 agosto 2019
 
 

Savino Pezzotta: don Tonino mi sfida

01/03/2012  Il parlamentare ed ex leader della Cisl rivela il suo profondo rapporto spirituale con don Tonino Bello, del quale Famiglia Cristiana propone da oggi una selezione di testi.

Savino Pezzotta, parlamentare dell'Udc, è stato per sei anni leader della Cisl.
Savino Pezzotta, parlamentare dell'Udc, è stato per sei anni leader della Cisl.

Nella vita ognuno si sceglie i suoi compagni di strada. E che Savino Pezzotta abbia voluto al suo fianco don Tonino Bello non sorprende affatto: questione di affinità elettive. Non si creda, però, che lo abbia voluto come “amico” per esserne rassicurato o confortato. Al contrario, ne ha fatto per la sua esistenza e la sua carriera un pungolo, una voce che continuamente lo sfida e lo interroga, chiamandolo a un’adesione più radicale al Vangelo, qui e ora. Apprendista meccanico a 12 anni in un’azienda del suo paese, Scanzorosciate (Bergamo), si iscrisse alla Cisl nel 1963, per poi esserne eletto segretario generale nel 2000, mantenendo la carica per sei anni. Fra i promotori del Family day, è stato eletto nelle file dell’Udc alle politiche del 2008. La presidenza del Consiglio italiano per i rifugiati e l’attività nella Commissione parlamentare che si occupa di xenofobia e razzismo completano il quadro degli impegni di un uomo che ha tentato di portare una testimonianza cristiana nel lavoro, nella politica, nel sociale.

Pezzotta, ha conosciuto personalmente don Tonino Bello?

«Non direttamente, ma l’ho sempre seguito. Aveva un grande carisma, è stato una figura viva, grande, vera. Non è facile trovare vescovi come lui». 

Don Tonino Bello con un gruppo di immigrati che aveva accolto in Chiesa.
Don Tonino Bello con un gruppo di immigrati che aveva accolto in Chiesa.

I testi raccolti nel volume allegato a Famiglia Cristiana insistono sul richiamo di don Tonino a una testimonianza fuori dalle sagrestie, nelle praterie della quotidianità. Il suo impegno si è ispirato a questo principio?
«Ho tentato di essere un cristiano che si impegnava nella storia. Non so se ci sono sempre riuscito. Per fortuna don Tonino diceva che le nostre incoerenze non debbono spaventarci. L’immagine di una “Chiesa della stola e del grembiule” è bellissima, quanto difficile da realizzare: da un lato coltivare l’aderenza alla Chiesa, dall’altro essere dentro la quoti-dianità, senza avere paura del mondo. Siamo chiamati a guardare oltre, tenendo lo sguardo sul presente. Sappiamo che il Regno è già qui, alla nostra azione spetta il compito di ampliarlo, rischiando anche qualcosa di proprio».

Ritiene di esserci riuscito meglio come sindacalista o come politico?

«Da sindacalista. La mia passione è stata quella di cercare di essere cristiano prima come operaio, poi come rappresentante dei lavoratori. In questa veste ho sempre sentito una tensione verso la condizione umana che incontravo. Mi sforzo di farlo anche da parlamentare, ma – come diceva Flannery O’Connor – la politica è l’attraversamento del territorio del demonio, le tentazioni sono tante...». 

Il volume di don Tonino Bello allegato al numero di "Famiglia Cristiana" in edicola.
Il volume di don Tonino Bello allegato al numero di "Famiglia Cristiana" in edicola.

Il presidente Napolitano di recente ha ricordato che il lavoro non è un privilegio, ma un diritto di ogni persona...
«La mancanza di occupazione non può essere ridotta a fatto meramente economico, perché il lavoro – che non è mai un fatto individuale, ma di relazione con gli altri – è il momento in cui l’individuo mette il suo talento al servizio della comunità. La precarietà lo riduce a una dimensione esclusivamente strumentale. È molto pericoloso, in quanto, al di là delle sofferenze morali e materiali, viene negato qualcosa di profondamente umano. Una delle prime scelte di don Tonino, appena nominato vescovo, fu di visitare una fabbrica occupata».

Fra i suoi lasciti ancora attuali e fecondi, vi sono la teoria e la pratica della non violenza...
«Non come remissività, bensì come modalità privilegiata per dirimere le controversie. In questo senso la sua marcia a Sarajevo è una luce, un interrogativo, un punto di riferimento, che poi altro non è che la traduzione del Comandamento “Non uccidere”. Ecco, la vita e gli scritti di don Tonino ci pongono una serie di domande, alle quali siamo chiamati a dare una risposta immergendoci nella storia».

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