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mercoledì 26 giugno 2019
 
il caso
 

Se a Catania l'obiezione di coscienza non c'entra nulla

21/10/2016  Per il caso di Valentina Milluzzo, morta a 32 anni insieme ai gemelli che portava in grembo, i familiari hanno accusato il medico obiettore. Ma la Procura e i vertici dell'ospedale smentiscono: «Aborto e obiezione non c'entrano nulla»

Il caso della donna incinta morta a Catania non avrebbe nulla a che vedere con l’obiezione di coscienza. Lo ha detto la Procura di Catania, lo hanno ripetuto i vertici dell’ospedale e lo ha sottolineato il presidente nazionale del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, neurologo, che ad Avvenire ha spiegato chiaramente come l’obiezione di coscienza vale solo nel caso in cui una donna intende procedere a un aborto volontario, non certo quando la donna è in pericolo di vita a causa di complicanze della gravidanza. Per un giorno e mezzo, però, il caso di Valentina Milluzzo, morta a 32 anni il 16 ottobre scorso alla diciannovesima settimana di gravidanza dopo avere perso, con altrettanti aborti, i due gemelli che aspettava in seguito alla fecondazione assistita, ha avuto un’altra lettura sui media, corroborata anche dall’esposto presentato dai familiari. E cioè che a portare alla morte della giovane donna sia stato un medico che si sarebbe rifiutato di estrarre i due feti, quando sono entrati in crisi respiratoria, perché obiettore di coscienza.

Dopo la denuncia della famiglia, la Procura ha aperto un inchiesta per concorso in omicidio colposo plurimo iscrivendo nel registro degli indagati tutti i medici del reparto di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania presenti quando è accaduto il dramma tranne il primario del reparto, Paolo Scollo, ed uno dei suoi assistenti, Emilio Lomeo. Un atto dovuto l’apertura del fascicolo, ha sottolineato il procuratore Carmelo Zuccaro, per fare eseguire l'autopsia come incidente probatorio. E non perché tutti e 12 i medici siano obiettori di coscienza: quello, hanno spiegato dalla Procura, è un falso problema.

Lo stesso ha detto il direttore generale dell’ospedale Angelo Pellicanò: «Non c’è stata alcuna obiezione di coscienza da parte del medico perché non c’era un’interruzione volontaria di gravidanza, ma obbligatoria e chiaramente dettata dalla gravità della situazione. Escludo che un medico possa aver detto quello che sostengono i familiari della povera ragazza morta, che non voleva operare perché obiettore di coscienza. Purtroppo nel caso di Valentina è intervenuto uno choc settico e, quindi, nello spazio di 12 ore la situazione è precipitata». L’autopsia contribuirà a chiarire molti lati oscuri. Anche perché adesso l'attenzione dei magistrati è concentrata sulla verifica, attraverso la cartella clinica, dei protocolli d'intervento e assistenza prestata alla paziente, oltre che ai controlli ai quali è stata sottoposta durante il ricovero e in particolare durante la crisi che ha preceduto il decesso.

Nella denuncia agli atti dell'inchiesta, presentata dall' avvocato della famiglia Milluzzo, si riporta, tra l'altro, che quando la donna il 15 ottobre scorso entra in crisi «dai controlli emerge che uno dei feti respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno si sarebbe rifiutato perché obiettore: “fino a che è vivo io non intervengo”, avrebbe detto loro». La ricostruzione del primario del reparto, Scollo, è diversa: «La paziente ha partorito il primo feto spontaneamente, in quanto ricoverata proprio per una minaccia di parto abortivo tardivo. Per il secondo feto è stata fatta un’isterectomia (incisione nella parete dell’utero, ndr) perché frattanto era insorta una grave patologia emorragica, la coagulazione intravasale disseminata; sottoporla ad intervento chirurgico, in quelle condizioni, avrebbe significato farla morire in sala operatoria».

Un altro elemento importante, e che contrasta totalmente con la responsabilità dell’obiezione di coscienza del medico, è il fatto che alla donna sia stata somministrata ossitocina, l’ormone che doveva indurre le contrazioni uterine per il secondo aborto. «In ogni caso», ha commentato Gigli, «se i dati di cronaca fin qui emersi sono esatti questo era il classico rarissimo caso di “vita contro vita”, ovvero di conflitto tra due beni alla pari, vita della madre e quella del figlio. E a nessuno è richiesto l’eroismo per obbligo, nemmeno dalla Chiesa, figurarsi dai medici». Anche in caso di aborto volontario l’obiezione di coscienza non esime mai il medico dall’assistere la donna in caso di complicazioni o rischi della vita. Che qualcosa in ospedale purtroppo non abbia funzionato è purtroppo chiaro, ma che c’entri con l’obiezione di coscienza del medico è, a questo punto,  decisamente azzardato affermarlo.

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