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lunedì 18 marzo 2019
 
 

Il camorrista che impazziva per il Grande Fratello...

28/11/2013  I romanzi di Stefano Piedimonte, cronista di Napoli, puntano sul registro del grottesco per raccontare il fenomeno camorristico: «Il riso può uccidere l’aura di solennità di questi signori, niente può ferirli come il renderli ridicoli».

Una risata seppellirà la camorra. O, quantomeno, riuscirà a scalfire quell’aura di solennità che trasforma i malavitosi in eroi. E per mettere in atto questa strategia, si può cominciare con la lettura di Nel nome dello zio e del successo Voglio solo ammazzarti (entrambi pubblicati da Guanda),  divertente e insieme pungente ritratto di luoghi, Napoli e Milano, e del fenomeno camorristico che utilizza le armi del grottesco e dell’ironia.

Lo ha scritto Stefano Piedimonte, un giovane di 32 anni che ben conosce le contraddizioni di questa metropoli, giornalista del Corriere del Mezzogiorno per il quale si è occupato di cronaca nera. «Napoli è il luogo dove vivo da quando sono nato. E con il quale ho un rapporto di amore e odio», racconta. «Abbiamo tante cose belle – non solo la pizza, ma anche un patrimonio culturale stupefacente –, ma basta allontanarsi di qualche passo per assistere al trionfo dell’inciviltà. Di qui un’infinità di conflitti quotidiani e di battaglie interiori».

A proposito di battaglie: il romanzo è la tua “guerra” personale contro il male di Napoli?
«Credo che il cambiamento non possa né debba arrivare dai libri, bensì dalle denunce ai Carabinieri e alla Polizia. Il romanzo è un’invenzione in cui ciascuno vede ciò che vuole. La battaglia va condotta giorno per giorno da tutti, come cittadini: io faccio così».

Parole interessanti: eppure Nel nome dello zio gronda di denunce circostanziate. Racconta la storia di un boss potente e temuto, lo “zio”, con un punto debole: la passione per la trasmissione televisiva Grande Fratello. Quando, braccato dalle forze dell’ordine, sarà costretto a nascondersi, i suoi fidi introdurranno uno scagnozzo nella famosa “casa” per rivelargli il nome del traditore che ha dato la soffiata. In filigrana, emerge nitida l’accusa a una mentalità malata, alle collusioni della politica, alla cultura dell’illegalità... «È una denuncia che sgorga dall’odio», ammette Piedimonte. «Il punto è che non sopporto più i deliquenti, non solo i camorristi, ma anche il parcheggiatore abusivo, il venditore di sigarette di contrabbando...».

La cifra dei due romanzi di Piedimonte è quella della parodia: «È la chiave che mi interessa di più, non l’umorismo fine a sé stesso, bensì il grottesco capace di restituire la frizione fra buono e cattivo, luci e ombre, apparenza e realtà. E a forza di contrasti, ne esce qualcosa di mostruoso. Mi sono ispirato a Pirandello e al pulp della letteratura americana: ecco, penso che la camorra sia grottesca e pulp e che questi siano i registri più efficaci per descriverla e stanarla. Il riso può uccidere l’aura di solennità di questi signori della camorra, niente può ferirli come il renderli ridicoli».

E Gomorra di Saviano? «Bellissimo, l’ho divorato in due giorni. Di libri sulla camorra sono pieni gli scaffali delle librerie,
eppure solo Gomorra è diventato un best seller, perché ha scoperto il lato narrativo del fenomeno, ha trasformato la cronaca in materia letteraria. Poi accade – indipendentemente dalle intenzioni dell’autore – che la società si nasconda dietro a questi libri-evento: nasce un autore- eroe al quale si delega la denuncia, lo si elegge a simbolo a cui viene rimandata ogni battaglia. E questo non va bene».

Non sono risparmiate frecciate alla rappresentazione mediatica della camorra: «Sono stato interpellato più volte da un conduttore televisivo, ora famoso, per accompagnare i suoi inviati al rione Sanità. Una volta dissi che non ero disponibile, poi guardai la trasmissione: vidi un giornalista che si aggirava per il quartiere chiedendo alla gente “Lei è un camorrista? Lei è un delinquente?”. Come se fosse allo zoo...».

A tal punto è pervasiva la cultura camorristica, che alla madre del ragazzino protagonista pare normale che il figlio spacci droga nelle piazze. «Quando viene arrestato un malavitoso, la gente si ribella, fa ostruzione alla polizia. Questo accade perché nello spazio vuoto lasciato dall’assenza di un welfare statale si è insinuata la camorra, garantendo lavoro e reddito. Così conquistano la gente. In queste condizioni, come può una famiglia vedere sotto la giusta luce questi personaggi?».

 
 
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