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venerdì 20 ottobre 2017
 
 

Sulla cattiva strada

15/04/2010  La metropoli vive nella periferia di via Padova tutte le sue contraddizioni, tra la violenza delle bande di immigrati e la colpevole, mancata integrazione. Siamo andati a vedere.

Tensioni fra egiziani  e polizia dopo l’omicidio del giovane Ahmed in via Padova, a Milano.
Tensioni fra egiziani e polizia dopo l’omicidio del giovane Ahmed in via Padova, a Milano.

Ahmed Aziz El Sayed. Si chiama così il giovane egiziano ucciso il 13 febbraio scorso. Via Padova, la casbah di Milano, com’è stata spesso definita in questi giorni, ora la conoscono in tutta Italia. Lui no. Ahmed è morto sulla strada a 19 anni, un colpo di coltello gli ha spaccato il cuore. Ma anziché di lui, si è parlato a lungo degli scontri interetnici, delle bande che hanno devastato via Padova, dei “clandestini criminali”, e avanti di questo passo, fino a Matteo Salvini (esponente della Lega, distintosi mesi fa per la proposta di riservare una parte degli autobus ai soli italiani) che ha invocato «rastrellamenti casa per casa e strada per strada». Ahmed è con due amici, un altro egiziano e un ivoriano.

Un alterco con cinque giovani latinoamericani finisce in rissa. Una coltellata uccide Ahmed, un’altra ferisce l’ivoriano. Dopo il delitto, attorno al corpo di Ahmed si radunano gli agenti, ma anche tanti egiziani che chiedono, senza successo, di portare il cadavere in moschea. La situazione si fa incandescente. Gli egiziani cominciano a prendersela con auto, moto, negozi e ristoranti. E comincia la “caccia al sudamericano”.

Oggi, sul marciapiede di via Padova rimangono i fiori, i lumini e i fogli appesi al muro dedicati a lui, Ahmed, pizzaiolo part time che “arrotondava” facendo ciò che capitava. Una storia, la sua, simile a quella di tanti immigrati: in Italia da 3 anni, era arrivato dal Mediterraneo. Un piercing al labbro, jeans a vita bassa e giubbotto, sperava di tornare un giorno in Egitto “come uno che ce l’ha fatta”. La sua famiglia vive sul delta del Nilo: i genitori, un fratello, due sorelle. Come l’avranno saputo che il loro Ahmed di fortuna non ne ha avuta? «Ora ci sono poliziotti e giornalisti a ogni angolo del quartiere. Tra un mese non ci sarà più nessuno. Ma noi rimaniamo».

Parole misurate e pacate, quelle di don Piero Cecchi, parroco di San Giovanni Crisostomo, una delle chiese di via Padova. Racconta di una comunità dove a catechismo i bambini non italiani sono tra il 30 e il 50 per cento, e un terzo dei ragazzi che frequentano le attività ricreative dell’oratorio sono musulmani. «Negli anni ’60 ero prete ad Affori, in un’altra delle periferie di Milano», dice. «Appena prima di Quarto Oggiaro e altri quartieri “difficili”. Anche allora c’erano le bande di violenti, tutte italiane. Di sera, gli autobus si fermavano in piazza, ad Affori, perché non era prudente andare oltre. Intendo dire che il disagio giovanile non ha colore di pelle, così come il lavoro mal pagato e i prezzi esorbitanti delle case.

Questo è ciò che vediamo tutti i giorni. Via Padova non è l’Eden, ma non è nemmeno l’inferno. È un luogo dove si vive, si lavora, si studia. Un quartiere ricco di contraddizioni, ma anche di tante belle realtà. Ci sono 40 associazioni in questa zona». Don Piero è uno dei 12 firmatari della lettera aperta scritta dalle parrocchie del decanato Turro-via Padova dopo i fatti del 13 febbraio. Nel documento, tra l’altro, si chiede alle istituzioni «di fare la loro parte trovando le leggi giuste» e ai cittadini di rispettarle «favorendo cammini di legalità». Ancor più esplicita la posizione della Diocesi di Milano: nel portale on line ha pubblicato l’editoriale “Via Padova, la città in cui speriamo”, nel quale oltre a condannare la violenza punta il dito sull’abbandono e l’incuria a cui le istituzioni hanno lasciato questo quartiere. Non solo. Deplora il «consueto e triste gioco politico di parte, nel quale i problemi reali vengono puntualmente sacrificati sull’altare della ricerca del consenso elettorale».

Accanto alla Chiesa ambrosiana hanno preso posizione le associazioni, unanimi nel chiedere all’amministrazione cittadina e al Governo meno “faccia feroce”, intesa come volanti, e più uomini e risorse per migliorare la vita sociale del quartiere. «Non sono i controlli e la pressione di polizia a risolvere i problemi», sottolinea Stefano Dalla Valle, medico volontario del Naga, lo storico centro milanese di assistenza socio-sanitaria e legale per gli stranieri. «Occorrono interventi per ridurre il sovraffollamento abitativo, dare sostegno alle realtà di aggregazione sociale, tutelare i diritti delle persone: a proposito di sicurezza, non c’è solo quella degli italiani. Lo sa che un terzo degli stranieri che vengono da noi denunciano violenze e vessazioni per le quali non possono nemmeno chiedere giustizia?».

È anche il parere del dottor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università di Milano e consulente della Caritas Ambrosiana. «Più famiglie, meno ghetti», sintetizza, «questa dovrebbe essere la base della politica d’integrazione. I fatti di via Padova sono avvenuti di sabato pomeriggio, innescati da giovani maschi soli. Ossia la tipologia di persone che soffre di più l’assenza della famiglia». È una conferma di quanto emerge da una ricerca realizzata dallo stesso Ambrosini (insieme a Paola Bonizzoni ed Elena Caneva) per la Caritas e l’Osservatorio per l’integrazione e la multietnicità: «La difficoltà o l’impossibilità per gli immigrati di ricongiungere le famiglie è uno degli elementi che creano disagio sociale e ghettizzazione, specie fra i giovani», aggiunge Ambrosini.

Nella zona di via Padova gli stranieri sono il 43 per cento; 346 le imprese di immigrati. Sono i dati censiti dalla Fondazione Ethnoland, che si occupa di progetti per l’integrazione degli stranieri. Il suo fondatore è Otto Bitjoka, un “afro-lombardo”, come si definisce, originario del Camerun e milanese da 34 anni: «Se si pensa male, si agisce male», dice. «Finché il punto di partenza è la paura dello straniero e la tutela di un’identità che non esiste non si risolveranno mai i problemi. Milano deve la sua storia all’immigrazione ed è una città multietnica fin nel suo Dna. Oggi, in città, sono presenti 192 etnie». «Occorre passare dalla logica della repressione a quella dell’integrazione», aggiunge. «Il primo passo è conoscere e capire. Per evitare le violenze era sufficiente un gesto di mediazione culturale: chiamare l’imam del Centro islamico che si trova lì accanto. Gli egiziani chiedevano il corpo per assolvere i riti previsti dal Corano dopo le morti violente. Gli agenti l’hanno impedito. Bastava far capire agli egiziani che ci sono leggi che prevedono un certo iter e alle forze dell’ordine che c’era bisogno di far presto, per consentire i riti religiosi entro le 24 ore. La violenza si sarebbe evitata».

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