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sabato 16 dicembre 2017
 
 

Tangentopoli, il "mariuolo" e l'acqua minerale

17/02/2017  Ecco che cos'è stata l'inchiesta "Mani Pulite" e come è cominciata. Sotto i colpi della Procura di Milano crollò la Prima Repubblica e l'Italia si trasformò in un'immensa aula giudiziaria.

Tutto comincia un quarto di secolo fa, il 17 febbraio 1992. Gli anni della “Milano da bere”, degli anni ruggenti, dei socialisti rampanti che a Milano comandano e impongono i loro sindaci sotto l’ala protettrice di Bettino Craxi, potente membro del Caf (il patto del triumvirato Craxi, Forlani e Andreotti che ha il potere in Italia). A Palazzo Marino il socialista Giampiero Borghini si è appena avvicendato col socialista Paolo Pillitteri, cognato di Bettino.
Quella mattina una vettura col lampeggiante azzurro si ferma davanti al Pio Albergo Trivulzio, la casa di riposo più nota di Milano, e preleva il suo “dominus”, l’ingegner Mario Chiesa. L’ingegnere è un socialista emergente, di lui si parla già come futuro sindaco di Milano. Ha una parlata ruvida, un tipo pragmatico che va per le spicce.

Lo pescano che ha appena intascato una tangente di sette milioni di lire (la metà della somma pattuita) versata da un piccolo imprenditore monzese di un’impresa di pulizie, Luca Magni, che come molti altri fornitori deve versare il suo “obolo del 10 per cento”. A Milano, se vuoi lavorare con la pubblica amministrazione, va così. In realtà quella mazzetta è una trappola della Procura di Milano: i soldi sono “segnati” e servono come prova del fatto che il presidente del Trivulzio prende soldi per concedere appalti.
A guidare il pool c’è un pubblico ministero di 46 anni di origini molisane proveniente da Bergamo, Antonio Di Pietro, ex commissario di polizia, erx lavoratore in Germania, ex amministratore di condominio, ex un sacco di cose. Il magistrato chiede e ottiene dal giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti un ordine di custodia cautelare. Craxi, il segretario del Psi, impegnato nelle elezioni politiche di primavera, si dissocia definendolo “un mariuolo” che getta discredito sul suo partito. Ma il sasso ormai aveva cominciato a rotolare. Come nella favola del re nudo, Di Pietro rende visibile un sistema che chiamerà “dazione ambientale”. Per sintetizzare: nessuno chiede e nessuno offre.  E’ un fatto automatico.
 E’ l’inizio di Tangentopoli, la valanga giudiziaria che avrebbe seppellito in pochi mesi la Prima Repubblica.  I partiti “storici” sarebbero crollati come un castello di carte sotto i colpi degli avvisi di garanzia dilagati in tutta Italia.

“Avvocato, riferisca al suo cliente che l’acqua minerale è finita”, dirà Di Pietro al legale di Chiesa. Nell’indagine sull’ingegnere l’ex commissario di polizia divenuto magistrato aveva scoperto e sequestrato due conti svizzeri, denominati “Levissima” e “Fiuggi”. A quel punto Chiesa, “sgamato”, come si dice a Milano,  comincia a parlare, coinvolgendo la rete di un sistema di corruzione e concussione che si allarga a macchia d’olio coinvolgendo amministratori locali, deputati, politici di altissimo rango, pubblici funzionari “grand commis” degli enti pubblici, imprenditori.
La mole di lavoro in procura è tale che il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli costituisce un pool, passato alla storia come il pool Mani Pulite. I suoi componenti, tra alterne vicende, sono entrati nella storia: i principali, indiscussi, furono Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. Divennero degli eroi popolari, osannati in tutto il Paese.

 

“Di Pietro, sei meglio di Pelè”, “Di Pietro facci un goal” era uno degli slogan in voga davanti a Palazzo di Giustizia, che sembrava aver preso il posto di San Siro. C’era persino un inviato permanente, Paolo Brosio, collegato con un’unità mobile al direttore del Tg4 Emilio Fede, che riferiva su arresti e avvisi di garanzia giorno e notte.
Ma il vero elemento propulsivo dell’inchiesta “mani Pulite” furono le elezioni dell’aprile successivo, segnate dall’astensione e dal crollo dei partiti storici, dalla Dc al Psi. Mentre un partito locale semisconosciuto irrompeva sulla scena politica passando da due a 80 parlamentari: la Lega Nord di Umberto Bossi e Giuseppe Leoni. Anche la Rete di Leoluca Orlando al Sud trionfò. Il vecchio sistema dei partiti si vide paralizzato, incapace di reagire a quell’ondata di denunce e arresti.

A quel punto la diga si ruppe definitivamente e file di imprenditori si presentarono davanti agli uffici dei sostituti procuratori di Milano. Altre procure in tutt’Italia fecero la stessa cosa, come per una sorta di contagio giudiziario. Quando chiesi a Martinazzoli, che aveva traghettato la Dc nel Partito popolare per salvarla dal crollo se Tangentopoli fu un accidente storico mi rispose che era un “accidente eccessivo”:  “Quei giorni, mi disse Martinazzoli in un’intervista, “avevo la sensazione che se un pubblico ministero non aveva trovato un democristiano da inquisire, quando tornava a casa la sera sua moglie se ne lamentava». 

Gli avvisi di garanzia e gli arresti scalavano le gerarchie politiche, fino ad arrivare ai segretari amministrativi e ai massimi dirigenti.

Con gli arresti emersero anche le polemiche di un dibattito aperto ancora oggi, per esempio sull’abuso della custodia cautelare al fine di sollecitare la confessione e sulla conduzione degli interrogatori da parte di Di Pietro, che utilizzava tecniche da bluffatore. Affastellava una pila di faldoni vuoti sulla scrivania e poi accarezzandola con la mano diceva all’interrogato: “Questa è la documentazione che abbiamo trovato. Che facciamo dottore?”. Era molto creativo nell’interrogare, anche in virtù della sua esperienza di commissario di polizia. Quando uscì su Famiglia Cristiana la mia intervista a Maurizio Prada, il tesoriere della Dc milanese indagato, Di Pietro comprò la rivista all’edicola vicino al tribunale per leggerla e mise sulla sua scrivania il volume di “Delitto e castigo” di Dostoevskij che il settimanale allegava in quel numero. La cosa doveva aggiungere un non so che di fatale agli occhi degli interrogati.

 Vi fu un eccessivo giustizialismo o quanto meno una mancanza di garantismo? L’immagine simbolo è rappresentata da un terreo Enzo Carra (poi assolto) portato in Tribunale e fotografato con gli “schiavettoni”, le enormi manette di ferro con catena, dai carabinieri. Una scena da "Miserabili" di Victor Hugo.  Anche il circo mediatico legato a Tangentopoli non è stato certo una pagina esemplare. Pochi esercitarono un senso critico davanti agli avvisi di garanzia.

Forse il momento più estremo del “pendolo” di Tangentopoli, come lo definì l’ex ministro della Giustizia Martinazzoli, fu nel marzo del 1993, quando il decreto dell’allora Guardasigilli Giovanni Conso, che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti e definito “colpo di spugna” venne fermato dall’allora presidente Scalfaro dopo che i magistrati di “mani Pulite” avevano denunciato il provvedimento davanti alla Tv, sollecitando un’ondata popolare.

Intanto si affacciava la stagione dei processi, tra cui quello “sulla madre di tutte le tangenti”: il processo Enimont, trasmesso in diretta dalla Rai con ascolti da festival di Sanremo.
Tangentopoli fu una vicenda amara, grottesca, ma anche tragica, con più di dieci suicidi, tra cui il presidente del gruppo Ferruzzi Montedison Raul Gardini e il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari.

Dal 17 febbraio del 1992 al marzo del 1994 verranno emessi nelle Procure di tutta Italia 25.400 avvisi di garanzia (di cui 110 tra parlamentari) e saranno arrestate 4.525 persone tra imprenditori e politici (consiglieri, assessori, amministratori di partecipate). Un intero Paese trasformato imn un'aula giudiziaria. Nella storia d’Italia (e del mondo) non c’era mai stato niente di simile.

 

 

 

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