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sabato 25 maggio 2019
 
ECONOMIA
 

Tasse? Più che liberarci dobbiamo educarci

03/06/2016  Secondo l'ufficio studi della Cgia di Mestre oggi smettiamo di lavorare per raccogliere i soldi con cui pagare imposte e tributi. Lo chiamano "tax freedom day". In altri Paesi europei è accaduto prima: così in Irlanda, Regno Unito e Germania. L'economista Riccardo Moro invita però alla cautela nel parlare di liberazione fiscale: "Pensiamo al welfare di cui godiamo. E se tutti pagassero il dovuto..."

Il 3 giugno è il “Giorno di liberazione fiscale”, quello in cui smettiamo di lavorare per lo Stato e iniziamo a lavorare per noi. Sinora abbiamo lavorato per pagare le tasse e da ora in poi i soldi che guadagniamo ce li teniamo. Questo, più o meno, il tono di alcuni commenti usciti sulla stampa dopo la pubblicazione dei calcoli della Cgia di Mestre, l’associazione di artigiani e piccole imprese di Mestre il cui ufficio studi ogni anno pubblica la tabella che riportiamo qui sotto.

Si tratta di un calcolo molto semplice. Si misura il Pil (Prodotto interno lordo), cioè il valore totale della produzione italiana, e lo si confronta col totale delle tasse. Si ottiene cosi il valore della pressione fiscale, cioè la percentuale di imposte e tasse rispetto al Pil. Se il Pil si produce in un anno di lavoro, si calcolano quanti giorni sono necessari per ottenerne la quota che viene pagata in tasse. Se la pressione fiscale fosse del 50%, si potrebbe immaginare che fino al 30 giugno si debba lavorare per pagare le tasse e che dal il 1 luglio in poi il prodotto ottenuto dal nostro lavoro possa rimanere delle nostre mani.


Molti si scandalizzano che l’Italia abbia una pressione fiscale cosi alta (il 42,9% del Pil) quando la Gran Bretagna o la Polonia, hanno solo il 34,8% e il 33,4%. È bene però ricordare che la pressione fiscale non può in alcun modo essere confrontata senza dire che quelle entrate finanziano servizi diversi. In Italia, Francia e Germania con le tasse lo Stato paga, oltre a Magistratura, anagrafe e Forze dell’ordine, anche l’accesso universale alla scuola, alle cure mediche e all’assistenza sociale. In Paesi come la Gran Bretagna o l’Irlanda l’accesso ai servizi non è affatto universale: si pagano i privati che li erogano. Basta viaggare per vedere con i propri occhi in altre Nazioni, anche ricche, bambini rifiutati in ospedale perché le famiglie non avevano il denaro per pagare il ricovero. Bambini che in diversi casi non sono mai diventati adulti. Senza lo Stato, inoltre, chi nasce povero non può studiare come i ricchi e difficilmente, con una formazione meno qualificata, potrà accedere a lavori prestigiosi e ben pagati.

In Italia molte cose vanno davvero migliorate, ma ricordiamoci che rispetto al resto del mondo la nostra alta pressione fiscale finanzia scuole e ospedali per tutti, salva vite umane e riduce le distanze sociali. Nei giorni in cui festeggiamo i 70 anni di Repubblica, invece di parlare con scarso senso di responsabilità di “liberazione fiscale”, dovremmo parlare di mezzi efficaci per la “liberazione dalla povertà e dalla disuguaglianza” isolando culturalmente ed eticamente elusori ed evasori. I veri squallidi nemici della dignità del lavoro e dei cittadini.

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