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martedì 12 dicembre 2017
 
La lettera
 

Testamento biologico: gli "ultimi cento metri"

20/11/2017  La lettera di Michele Gesualdi. «Non si tratta di favorire l’eutanasia, ma di lasciare libero l’interessato, lucido e cosciente, di scegliere di non essere inutilmente torturato»

Scrive: «Sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico. Non si tratta di favorire l’eutanasia, ma solo di lasciare libero l’interessato, lucido, cosciente e consapevole di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari che desiderano che non sia tradita la volontà del loro caro».

C’è tanto dolore in queste parole della lettera che Michele Gesualdi ha scritto ai presidenti di Camera e di Senato, c’è una sofferenza spoglia, nuda, che chiede rispetto. Solo chi la prova ne conosce le insostenibili ferite, i tormenti interiori, le domande senza risposta. Colui che è stato uno dei primi ragazzi di don Milani, da tre anni è devastato dalla Sla, «una malattia spaventosa, irreversibile e incurabile». Riduce a uno scheletro rigido, niente più deglutizione, parola, respiro autonomo. Solo il cervello rimane lucido e tenta di comunicare con lo sguardo.

Michele ama la vita, «il dono più prezioso che Dio ci ha dato, e deve essere sempre vissuta e mai sprecata». Ma, giunto «agli ultimi cento metri» del suo cammino, sente che il suo rifiuto di interventi invasivi, la tracheotomia e la peg, due tubi in gola e nello stomaco, inutili strumenti di tortura, non è «un’offesa a Dio che ci ha donato la vita: le offese a Dio sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali a danno dell’umanità».

Per questo rivendica il diritto di poter rifiutare di continuare a vivere. Chiede che il passaggio «nell’altra stanza» non continui a essere lasciato nella confusione di una Babele ideologica e politica.

Grazie, Michele, per averci convocati con tanto coraggio e dignità nel tuo dolore, che è quello di tanti “sommersi” che lo vivono in una drammatica solitudine, respinti ai margini dalla società e dimenticati dalle istituzioni. Nella consapevolezza che non potrà essere una legge a risolvere l’insondabile problema della morte che vuole, innanzi tutto, amore gratuito e generosa condivisione.

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