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lunedì 22 aprile 2019
 
 

Tra i bambini vittime delle mine

27/04/2018  A colloquio con Roberta Petrucci, in missione per Medici senza frontiere. Pediatra, ha operato ad Hassakeh, nel Nordest del Paese. «Il problema enorme è la presenza di ordigni esplosivi lasciati perfino dentro le case»

«Alle atrocità nei confronti degli esseri umani, e in particolare dei bambini, anche da medici sul campo non ci si abitua mai. Per fortuna, perché abituarsi significherebbe perdere la capacità di indignarsi, di arrabbiarsi di fronte alle tragedie dell’umanità. Altra cosa è mantenere la professionalità, avere i nervi saldi, gestire le emozioni nei momenti di emergenza, cercare di non pensare al paziente che non ce l’ha fatta, ma a quello che si è riusciti a salvare».

Roberta Petrucci, 42 anni, medico pediatra pesarese, da dieci anni opera con Medici senza frontiere. Le missioni medico-sanitarie l’hanno condotta in mezzo mondo, in Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Niger, Etiopia, e ancora Haiti, Honduras, Colombia. E poi l’Iraq, lo Yemen. La sua ultima missione, per il momento conclusa, l’ha portata nella regione nord-orientale della Siria, ad Hassakeh, poco distante da Raqqa, l’ex roccaforte dello Stato islamico liberata dal dominio dei jihadisti a ottobre del 2017. «Quando la zona di Raqqa è stata liberata e il conflitto è finito», racconta la Petrucci, «le persone che negli ultimi anni erano fuggite hanno cominciato a tornare e rientrare nelle loro case. Famiglie che hanno vagato da un posto all’altro senza stabilità e sicurezza, sotto continua pressione». Il 2017 è stato l’anno con il più alto numero di spostamenti interni in questa parte del Paese.

«Il fenomeno tragico al quale ora assistiamo è la presenza massiccia di mine antiuomo e trappole esplosive lasciate deliberatamente nelle zone abitate per colpire la popolazione civile». I dati di Msf sono allarmanti: in Siria nord-orientale il numero di persone ferite da mine è raddoppiato tra novembre 2017 e marzo 2018. La metà delle vittime sono bambini.

«I nostri pazienti ci raccontano che questi ordigni vengono lasciati all’interno delle case in oggetti di uso comune: condizionatori d’aria, frigoriferi, teiere, pentole, giocattoli. Oppure in zone frequentate soprattutto da bambini, il campetto dove vanno a giocare, i campi dove portano a pascolare le pecore, i tetti delle case. La metà dei pazienti arrivati negli ultimi 4 mesi sono sotto i 15 anni».

Le trappole esplosive sono sempre più micidiali, perché realizzate con tecnologia molto avanzata: non c’è neanche bisogno raccoglierle o toccarle, basta il movimento in prossimità. «Ultimamente vediamo che sono in aumento le ferite alle gambe».

I bambini sono le prime vittime, perché hanno meno capacità di riconoscere le mine, si avvicinano per curiosità, pensano che siano giochi. «Parte del lavoro che altre organizzazioni sul posto stanno portando avanti è lo sminamento – un compito immane e molto difficile – e insieme un percorso di educazione per spiegare alle persone come proteggersi dagli ordigni. Il nostro compito di operatori medico-sanitari è cercare di limitare i danni e garantire l’accesso alle cure a chi è vittima delle esplosioni. Le mine colpiscono quasi sempre un gruppo di persone, non una sola: bambini che resteranno mutilati, che avranno difficoltà a crescere, ad andare a scuola, che non avranno una vita normale».

Uno degli aspetti più drammatici della guerra è che, nonostante gli accordi internazionali, oggi la popolazione civile e gli stessi operatori umanitari e le strutture sanitarie sono diventati bersagli dei belligeranti: «Non si colpiscono per sbaglio, ora sono obiettivi del conflitto».

L’ospedale di Hassakeh, dove lavora una trentina di operatori internazionali di Msf, è un punto di riferimento per una regione molto estesa e le persone devono affrontare viaggi lunghi e con molti ostacoli per raggiungerlo. «Per questo motivo noi operatori prestiamo servizio anche nei campi degli sfollati e nei centri di salute nei villaggi più piccoli, per fornire il primo soccorso sul posto».

Roberta Petrucci racconta la giornata tipica in un ospedale siriano: «Inizia alle 8 del mattino con le riunioni e la pianificazione. Poi si parte con le attività del pronto soccorso, dove vengono accolte le vittime delle mine, ma anche i tanti bambini affetti da vari tipi di malattie, come le infezioni respiratorie. Attiviamo il reparto di maternità, dove si cerca di far partorire le madri in modo sicuro. Perché spesso ci si dimentica che, in tempo di guerra, la vita quotidiana comunque va avanti, le donne continuano a restare incinte e a dare alla luce bambini. Le attività di routine si interrompono quando arriva l’emergenza. Spesso non ne arriva solo una, ma più casi insieme. E allora l’ospedale stabilizza le altre attività e tutte le forze vengono convogliate su quei casi per rispondere in modo rapido all’emergenza».

Un aspetto fondamentale dell’assistenza è l’urgenza di dare un supporto psicologico a persone che non solo sono state vittime di ordigni ed esplosioni ma non sanno se il giorno dopo saranno ancora in vita. «La maggior parte dei pazienti resta in ospedale a lungo. Quello che notiamo è che all’interno dell’ospedale tra le persone si crea una rete di solidarietà straordinaria, un bisogno forte di sostegno e aiuto reciproco. Ecco, per il futuro di questa popolazione credo che ci sia un’unica speranza: fare rete, collaborare, puntare sulla solidarietà e sul senso della comunità, una volta tornati a casa».

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