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sabato 24 agosto 2019
 
 

Tre milioni di madri rischiano la vita

17/04/2013  Ogni giorno, in tutto il mondo, circa 800 donne muoiono a causa delle complicazioni collegate alla gravidanza o al parto: il 99% delle morti avviene nei Paesi in via di sviluppo

Ogni giorno, nel mondo, circa 800 donne muoiono a causa delle complicanze di una gravidanza o di un parto. Nel 99% dei casi si tratta di mamme di Paesi in via di sviluppo. È la fotografia drammatica scattata da Msd, che con il nuovo progetto "Msd for mothers", intende salvare 3 milioni di vite entro il 2015, così da rendere più concreto all'obiettivo fissato dalle Nazioni Unite che intende ridurre la mortalità materna del 75% nei prossimi due anni e mezzo.


Con uno stanziamento di 500 milioni di dollari, verranno varati e sostenuti progetti di assistenza sanitaria, farmaceutica, di formazione degli operatori e di informazione delle popolazioni, in particolare quelle vivono nelle zone rurali dell'Africa sub-sahariana e dell'Asia meridionale.

Nell'ambito dell'iniziativa, MSD Italia sostiene in Mozambico il programma Dream avviato dalla Comunità di Sant'Egidio in dieci Paei africani per contrastare la diffusione dell'Aids e in particolare la trasmissione madre-figlio del virus dell'Hiv.

«La mortalità materna è un’emergenza che si consuma lontano dai riflettori, ma costituisce una vera e propria catastrofe umanitaria, soprattutto in alcuni Paesi dell’Africa e dell’Asia del Sud con un impatto devastante sulla vita di milioni di persone ed un costo annuo per l’economia mondiale di 15 miliardi di dollari» osserva Pierluigi Antonelli, Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia.


«È una vera e propria piaga che va gestita dalla comunità internazionale, ciascuno facendo la propria parte: MSD ha deciso di avviare MSD for Mothers, un progetto molto ambizioso che, attraverso la collaborazione con rilevanti organismi internazionali e una serie di partnership pubblico-privato, punta a ridurre in maniera importante la mortalità materna mettendo a disposizione le migliori soluzioni possibili e le terapie più innovative».

La mortalità materna è causa di oltre 1 milione di orfani l’anno: i bambini che sopravvivono alle madri hanno maggiori probabilità di morire prima dei due anni e gli altri figli sono 10 volte più a rischio di abbandono scolastico, cattiva salute e morte precoce. Inoltre, per ogni donna che muore al momento del parto, almeno altre venti rimangono disabili a vita. 

MSD for Mothers si concentrerà sulle due principali cause di mortalità materna: le emorragie post-partum, responsabili del 35% dei decessi, e la pre-eclampsia o ipertensione gestazionale, responsabile di un altro 18%. Altra rilevante causa di mortalità materna è rappresentata dall’infezione HIV e a questo fronte è rivolto il Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio. Ogni anno in Africa sono circa 1,4 milioni i casi di gravidanza in donne infette da HIV. Il Mozambico, dove l’11% della popolazione adulta è HIV-positiva, è uno dei Paesi più colpiti: nel 2011 erano 27.000 i bambini infetti alla nascita. «Senza cure appropriate solo la metà dei bambini che sono stati infettati per via verticale raggiungeranno il secondo anno di vita. Inoltre le madri sieropositive che arrivano al parto con un’infezione acuta nell’organismo vedono aumentato il rischio di decesso in gravidanza» afferma il Direttore Scientifico del Programma DREAM, Leonardo Palombi, Professore ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. «Nell’ambito del Programma DREAM, la trasmissione madre-bambino ad un anno si riduce dal 40% al 2-3% e i decessi materni vedono una flessione pari ad almeno il 70% di quelli osservati in donne senza terapia».


«Salvare una madre significa anche non vedere compromesso il futuro degli altri figli, oltre che la vita del nascituro. Uno dei grandi problemi dell’Africa è la generazione di orfani creati dall’HIV. Evitare che questo accada ha enormi benefici di tipo sociale ed economico. Inoltre, maggiore è il numero delle persone sieropositive che si curano, minore è il numero delle persone che si contagiano e il tasso di infettività complessivo di una comunità si abbassa» afferma Paola Germano, Direttore Esecutivo del Programma DREAM. «La partnership stipulata quest’anno con MSD Italia ci permette di allargare il Programma DREAM dai Centri da noi gestiti a tutto il Mozambico, sulla base di un accordo con il Ministero della Sanità del Mozambico, focalizzandoci su 11 Centri e coinvolgendo le strutture sanitarie pubbliche».

L’impatto del Programma DREAM è testimoniato dal racconto di Cacilda Isabel Massango, 36 anni, donna del Mozambico che ne ha beneficiato: «nel 2002 subito dopo la nascita di mia figlia ho scoperto di essere sieropositiva: anche la mia piccola bambina era malata e sembrava impossibile una cura, una terapia che ci potesse far continuare a vivere. Andare al Centro DREAM fu il primo passo di un cammino lungo di speranza che mi ha portato fino a qui. Oggi sono mamma di una bambina di 11 anni, anche lei in cura, e stiamo bene, lei è anche molto brava a scuola. Adesso ho un futuro e come madre mi sento responsabile di costruirlo non solo per la mia bambina ma per un’intera generazione, per un’Africa migliore».


«MSD for Mothers si inserisce nel solco di una lunga tradizione della nostra Azienda: nel solo 2012, abbiamo investito oltre 1,3 miliardi di dollari in programmi di responsabilità sociale, posizionandoci nelle prime posizioni delle classifiche delle aziende maggiormente responsabili» aggiunge Pierluigi Antonelli. «MSD for Mothers attinge ai programmi da noi già sviluppati e ai loro principi ispiratori per fare la differenza rispetto a un’emergenza drammatica. Se anche riuscissimo a salvare una sola madre, sarebbe un successo straordinario per tutti. Ma l’obiettivo è salvarne milioni».

Dottor Antonelli, ci sono le grandi catastrofi, le grandi tragedie, quelle che richiamano l’attenzione della stampa internazionale e poi invece ci sono drammi che si compiono ogni giorno, magari lontano dai riflettori: uno di questi è la mortalità materna, soprattutto nei Paesi e nelle aree del mondo più disagiate. Perché si può parlare di vera e propria emergenza?

«La mortalità materna è un’emergenza che si consuma lontano dai riflettori, ma costituisce un vera e propria catastrofe umanitaria, soprattutto in alcuni paesi dell’Africa e dell’Asia del Sud. Si calcola che ogni giorno circa 800 madri perdano la vita durante la gravidanza o nel dare al mondo i propri figli. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2010, circa 300.000 madri sono morte nel corso del parto o subito dopo. L’impatto è pesantissimo anche sui figli, perché circa 2,6 milioni di neonati nascono morti ogni anno e 3 milioni muoiono dopo il parto. La mortalità materna è sì devastante per il suo costo umano e sanitario, ma lo è anche per le condizioni economiche delle comunità: la Banca Mondiale stima che, in virtù del contributo delle donne al prodotto interno, circa 15 miliardi di dollari ogni anno vengano persi a causa della mortalità materna. E stiamo parlando di Paesi a risorse limitate dove, quindi, queste cifre hanno un impatto ancora maggiore. È una vera e propria piaga che va gestita dalla comunità internazionale, ciascuno facendo la propria parte».

I numeri di questa tragedia che lei ricordava sono impressionanti, però nel mondo ci sono tante emergenze che colpiscono le popolazioni più povere e svantaggiate: perché MSD ha scelto di concentrarsi proprio su questa?
«MSD si è sempre distinta con una serie di progetti di responsabilità sociale in grado di fare la differenza. Il nostro primo progetto significativo è stato il Mectizan Donation Program, una pietra miliare in questo tipo di iniziative, che, nei suoi 26 anni di vita, attraverso una partnership pubblico-privato è quasi riuscita ad eradicare la cecità fluviale. Nel solco di questa tradizione abbiamo deciso di avviare MSD for Mothers, un progetto molto ambizioso, che ha l’obiettivo di contribuire a ridurre il tasso di mortalità materna del 75% entro il 2015, in accordo con il Quinto Obiettivo del Millennio sancito dalle Nazioni Unite. Abbiamo deciso di intervenire in alcuni Paesi dell’Africa e dell’Asia del Sud con un investimento di 500 milioni di dollari in 10 anni che, attraverso la collaborazione con rilevanti organismi internazionali e una serie di partnership pubblico-privato, contribuirà a migliorare la qualità degli interventi terapeutici, l’accesso alle cure, l’educazione sanitaria. Puntiamo a ridurre in maniera importante la mortalità materna mettendo a disposizione le migliori soluzioni possibili e le terapie più innovative, ritagliate però sulle necessità specifiche di Paesi che versano in condizioni disagiate».

L’impegno economico è sicuramente importante, ma una grande azienda come MSD può fornire anche altro, insieme alle risorse economiche: le sue competenze, la propria esperienza: che cosa porta MSD in questo progetto oltre al rilevantissimo investimento?

«È importante sottolineare che non si tratta di aiuti a pioggia: quello che mettiamo sul tavolo, al di là dei 500 milioni di dollari, è tutto ciò che ha a che vedere con le nostre conoscenze scientifiche e commerciali, messe qui a fattor comune con i vari organismi locali da noi identificati, in modo tale che le soluzioni terapeutiche più innovative siano messe a disposizione di un numero quanto più elevato di donne e quindi di mamme».

In Italia, nell’ambito di questo progetto, MSD ha deciso di sostenere il Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio: perché questa scelta? 
«La nostra partnership con la Comunità di Sant’Egidio è di lunga data e ne siamo sempre stati molto soddisfatti: MSD Italia è stata la prima azienda farmaceutica a sostenere il Programma DREAM (Drug Resources Enhancement against AIDS and Malnutrition). L’idea alla base del Programma DREAM, cioè di affrontare la lotta all’infezione da HIV-AIDS portando gli standard di cura dei Paesi ad alto indice di sviluppo anche in Paesi a risorse limitate, ci è sembrata da subito vincente ed in linea con i principi ispiratori che guidano le nostre azioni di responsabilità sociale. Oltre ad erogare un proprio contributo, ormai più di 13 anni fa, MSD Italia si è fatta promotrice dell’iniziativa presso Farmindustria, assicurandone l’adesione al programma. Questo rispecchia il nostro modo di operare attraverso la creazione di partnership pubblico-privato. Su questa amicizia consolidata abbiamo deciso di costruire qualcosa in più: con MSD for Mothers, abbiamo stanziato, sia come casa madre che come consociata italiana, un contributo di 1,3 milioni di dollari a sostegno di un programma triennale in Mozambico. Puntiamo ad integrare l’assistenza al parto, alla maternità e ai servizi neonatali all’interno della cornice della lotta all’HIV che è il punto di forza del Programma DREAM. Si tratta di interventi a breve e a medio termine, come i test per l’HIV, la costruzione di laboratori di biologia molecolare, la formazione di personale sanitario medico e paramedico e una serie di altre iniziative. Gli sforzi si concentreranno su 11 Centri sanitari del Paese e si pongono l’obiettivo di formare almeno 300 addetti tra medici e personale sanitario soprattutto per prevenire la trasmissione materno-fetale del virus da HIV, tra le principali cause di mortalità materna e infantile nel Paese».

Dottor Palombi, il Programma DREAM promosso dalla Comunità di Sant’Egidio si concentra sulla trasmissione verticale dell’HIV tra madri e figli: qual è in generale la situazione dell’infezione da HIV in Mozambico e nell’Africa sub-sahariana? 

«La situazione della pandemia da HIV/AIDS in Africa, seppur con alcune luci, resta ancora drammatica. Secondo l’ultimo rapporto UNAIDS, su di un totale di 34 milioni di infetti nel mondo, ben 25,5 milioni, pari al 69%, appartengono a questo continente. Sono i Paesi dell’Africa australe ad essere i più colpiti ed il Mozambico non fa eccezione. Per dare un’idea dell’estensione del problema, ricordo che in Italia abbiamo attualmente circa 150.000 persone colpite dall’infezione, pari ad una percentuale dello 0–2%. In quel Paese la percentuale sale all’11% degli adulti, ovvero 55 volte tanto. In pratica, un adulto su 9 richiede cure antivirali per tutta la vita. Un aspetto particolarmente doloroso della malattia è costituito dal fatto che la trasmissione dell’infezione avviene anche per via verticale, ovvero durante la gravidanza, il parto e l’allattamento. Ogni anno in Africa sono circa 1,4 milioni i casi di gravidanza in donne infette da HIV, con la conseguente infezione di ben 350.000 neonati. In Mozambico ancora nel 2011 erano 27.000 i bambini infetti alla nascita».

Quali conseguenze ha la condizione di sieropositività sulla salute della madre e del neonato? In che misura le madri sieropositive sono a maggior rischio di mortalità da parto? 
«Si stima che senza cure appropriate solo la metà dei bambini che sono stati infettati per via verticale raggiungeranno il secondo anno di vita. Una vera e propria strage. Accanto a questo dato di per sé drammatico occorre poi aggiungere che le madri sieropositive vedono aumentato il rischio di decesso in gravidanza e al parto a valori inaccettabili. Basti pensare che oltre il 90% delle morti materne – circa 250.000 all’anno – avviene in Paesi in Via di Sviluppo. Le donne africane pagano il tributo più pesante dal momento che la metà di questi decessi si verifica in territorio sub-sahariano. Si calcola che il contributo dell’AIDS a questo fenomeno si collochi tra il 20 ed il 40%. In pratica,un decesso materno su 3 è imputabile al virus dell’HIV. Possiamo immaginare poi le ricadute sull’intero nucleo familiare: la donna è davvero la colonna della famiglia africana e la sua scomparsa rappresenta un rischio concreto per la sopravvivenza di tutti gli altri figli».

Quali sono le strategie terapeutiche adottate nel progetto e quelle che si sono rivelate più efficaci nell’impedire la trasmissione verticale madre-figlio? 

«Il Programma DREAM ha concentrato molti dei suoi sforzi di ricerca ed intervento sulla possibilità di prevenire sia la trasmissione verticale che il decesso materno con un appropriato intervento farmacologico, educativo e nutrizionale, che ha avuto grande successo e riconoscimenti dalla comunità scientifica. Abbiamo dimostrato per primi che è possibile allattare al seno sotto adeguata terapia farmacologica e alcuni nostri studi hanno evidenziato una sostanziale riduzione della mortalità materna attraverso l’utilizzo combinato di farmaci antivirali in gravidanza e per un anno dopo il parto».

Dal punto di vista medico quali sono i risultati ottenuti attraverso questo approccio in termini di riduzione della mortalità materna e controllo dell’infezione?
«Posso affermare che la trasmissione madre-bambino ad un anno, nell’esperienza di DREAM, si riduce dal 40% al 2-3% e i decessi materni vedono una flessione pari ad almeno il 70% di quelli osservati in donne senza terapia. Quali sono i risultati sullo stato di salute complessivo delle comunità coinvolte? Un intervento olistico come il nostro, mirato dunque a una completezza ed integrazione degli interventi, consente di acquisire risultati che vanno oltre il semplice controllo della pandemia. Ad esempio l’educazione sanitaria migliora i comportamenti in molti campi: dall’alimentazione alla cura dei bambini, dalla consapevolezza dei meccanismi di malattia alla fiducia nelle istituzioni sanitarie. DREAM finisce per avere un significativo e positivo impatto anche su altre patologie, come ad esempio la tubercolosi o la malnutrizione infantile. Abbiamo poi dimostrato come l’estensione della cura rappresenti un vero e proprio intervento preventivo, capace di ridurre in modo sostanziale nuovi casi di infezione».

Quali sono i possibili sviluppi del Programma e il suo impatto a lungo termine?

«Il valore strategico del Programma DREAM consiste nel rappresentare un modello di successo che combina efficacia e sostenibilità. Adesso occorre trasfonderlo all’intero Sistema Paese in Mozambico. Si tratta di una operazione complessa che richiede di estendere e moltiplicare il modello senza degradarne le qualità. Sono convinto che il supporto di MSD sarà un contributo straordinario per realizzare questa operazione, con evidenti ricadute sulle capacità professionali del personale sanitario, sulla possibilità di accesso a cure efficaci per la popolazione rurale e periferica, per la protezione di una intera generazione di giovani madri e dei loro figli in una delle aree più colpite dell’Africa sub-sahariana».

Come nasce la partnership con MSD?
«La partnership con MSD è di lunga data e nasce dall’attenzione che l’azienda ha dedicato sin dal 2005 al Programma DREAM. Allora il nostro intervento in Africa aveva bisogno di molto personale espatriato che formasse e seguisse i primi centri in Mozambico e Malawi ed è su questo fronte che abbiamo potuto collaborare per la formazione dei formatori. Anche grazie al contributo MSD posso affermare che una delle chiavi della sostenibilità di DREAM oggi è costituita dal fatto che la gestione dei centri di salute e dei laboratori è ormai interamente affidata a personale africano, mentre i nostri espatriati, su base totalmente volontaria, mantengono funzioni di monitoraggio e coordinamento».

Dottor Germano, in cosa consiste il Programma DREAM? Su quale emergenza sanitaria è concentrato?

«DREAM è un programma per la prevenzione e il trattamento dell’AIDS in Africa. È un programma avviato nel 2002 in Mozambico e che nel giro di pochi anni si è esteso in altri Paesi africani: attualmente coinvolge anche Malawi, Tanzania, Kenya, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Guinea Bissau, Repubblica di Guinea, Camerun, Angola. Uno degli obiettivi fondamentali del programma è salvare la vita delle madri e dei loro figli, dei nascituri, perché questa ci è sembrata fin dall’inizio la strategia più efficace per arrivare all’eliminazione del virus dell’HIV. Le persone con il virus in Africa sono tantissime, curare tutti è impossibile, per questo è preferibile concentrarsi su iniziative efficaci, che possano realmente azzerare la trasmissione del virus».

L’obiettivo del progetto MSD for Mothers è la riduzione della mortalità materna. In che modo il Programma DREAM può contribuire a questo risultato?
«In Africa il tasso di diffusione dell’HIV è elevatissimo: in alcuni Paesi la prevalenza arriva al 14-15% e le donne sono chiaramente le più colpite. Parliamo di giovani donne in età fertile che rimangono incinte e che affrontano la gravidanza sotto la minaccia dell’HIV, fattore che pregiudica la possibilità di far nascere un figlio sano ma anche di portare a termine la gravidanza e la stessa sopravvivenza delle madri. Una donna che arriva al parto con un’infezione acuta nell’organismo rischia seriamente di morire. Ecco perché trattare le donne in gravidanza con la triplice terapia antiretrovirale, la stessa utilizzata nei Paesi occidentali, permette di raggiungere due obiettivi importantissimi: consente alle donne di sopravvivere al parto, riducendo moltissimo la mortalità materna, e fa nascere il bimbo sano, ponendo le basi per una generazione senza HIV. È un fatto ampiamente provato, sia da studi scientifici che dalla nostra esperienza sul campo, che somministrando la terapia antiretrovirale alle donne sieropositive in gravidanza si blocca la trasmissione del virus al bambino, mentre le madri arrivano al parto con un tasso d’infezione quasi azzerato e possono quindi affrontarlo senza problemi».

Come si articola in concreto questo Programma? Quali sono le attività che vengono sviluppate?

«Il fulcro è l’assistenza continuativa alle donne in gravidanza e anche dopo la nascita del bambino. Questo comporta una serie di iniziative. L’azione fondamentale è la presa in carico delle donne che afferiscono ai Centri per la maternità e che vengono sottoposte a test per accertarne la sieropositività. A quel punto, in presenza di infezione, è fondamentale accompagnare la donna lungo tutto l’itinerario della gravidanza assicurandosi che aderisca alla terapia antiretrovirale. Tutto questo presuppone altre azioni: formazione del personale sanitario, attività d’informazione alle future madri, supporto anche di tipo logistico, un sistema informatico per seguire tutte le donne assistite. Ma il sostegno non si concretizza solo nel trattamento farmacologico: prevede l’assistenza domiciliare, supporto alla famiglia, collaborazione di altre donne che seguono la donna in gravidanza a casa aiutandola ad assumere la terapia. Inoltre è importante il supporto nutrizionale: queste donne in gravidanza con HIV sono piuttosto debilitate, quindi per arrivare a un parto sicuro insieme alle terapie hanno bisogno di alimentazione equilibrata e acqua filtrata. Il tutto è completamente gratuito, aspetto tutt’altro che scontato in Africa e niente affatto secondario: la gratuità facilita l’adesione delle donne a tutto il percorso terapeutico, mentre eventuali costi potrebbero metterla a rischio. Altra cosa da sottolineare è che il programma va oltre la gravidanza e la nascita del bambino. Purtroppo in quelle aree del mondo la vita dei neonati è a rischio e non avrebbe senso far nascere un bimbo sano e poi perderlo per una polmonite o una diarrea. Quindi noi ci concentriamo sulla salute del bambino fino al primo anno di vita e questo comporta l’educazione della madre e la formazione degli operatori sanitari».

Quali sono i risultati ottenuti fino a oggi? E le aspettative e gli sviluppi per il futuro?
«I risultati sono stati subito strabilianti e questo peraltro ha generato un contagio virtuoso nel senso che dopo i primi successi moltissimi si sono rivolti a noi per adottare la stessa strategia in altre realtà. Gli outcome del Programma DREAM sono la riduzione drastica della mortalità materna, la riduzione o azzeramento della trasmissione dell’HIV da madre a figlio e la riduzione complessiva del tasso di infettività nella popolazione globale. L’impatto positivo di questi risultati sull’equilibrio delle comunità è enorme. Salvare una madre significa anche non vedere compromesso il futuro degli altri figli, oltre che la vita del nascituro. Uno dei grandi problemi dell’Africa è la generazione di orfani creati dall’HIV. Evitare che questo accada ha enormi benefici di tipo sociale ed economico. Altro risultato, scientificamente dimostrato, è che maggiore è il numero delle persone sieropositive che si curano, minore è il numero delle persone che si contagiano e il tasso di infettività complessivo di una comunità si abbassa, avvicinando l’obiettivo di “arrivare a zero” perseguito dalle Nazioni Unite. Infine c’è un altro aspetto che merita di essere sottolineato: questo tipo di approccio con la tri-terapia permette alle madri di allattare e questa è una cosa importantissima perché una donna che non allatta subisce lo stigma della comunità».

Come si è sviluppata, su queste basi la partnership con un attore privato come MSD?

«Il Programma DREAM è operativo in Mozambico fin dal 2002. La partnership stipulata quest’anno con MSD Italia, che ha adottato il nostro Programma nell’ambito del progetto MSD For Mothers, ci permette un enorme salto di qualità. Fino a oggi si è trattato di un Programma circoscritto solo ad alcune realtà del Mozambico. Grazie al sostegno di MSD adesso possiamo puntare all’obiettivo di estendere questo Programma a tutto il Paese, sulla base di un accordo con il Ministero della Sanità del Mozambico, con il coinvolgimento delle strutture sanitarie pubbliche. Lavoreremo affiancando le strutture locali per ottenere gli stessi risultati su scala nazionale e non solo nei Centri da noi gestiti. Per ora il progetto firmato con il Ministero prevede l’implementazione di questo programma in 11 Centri con la presa in carico di 5.700 donne in gravidanza nell’arco di tre anni. Credo che supereremo abbondantemente questo numero».

Quali sono gli obiettivi a lungo termine di questo Programma? 
«L’obiettivo finale è mettere le strutture e gli operatori locali in condizione di “fare da soli”. Per arrivare a questo risultato non è sufficiente creare delle strutture in cui si danno le medicine, ci vuole un approccio che segua le donne in tutto il loro percorso, che le accompagni, che le sostenga anche risolvendo i vari problemi che si presentano, che siano di natura sanitaria, che siano di natura sociale o psicologica. Il valore aggiunto di questo Programma è che non si basa su un approccio minimalista, ma punta a riprodurre in quei Paesi le stesse strategie di contrasto adottate in Occidente, lavorare sul piano della cultura delle popolazioni, dando piena fiducia agli operatori e alle popolazioni locali».

«Ho 36 anni e sono mozambicana. Nel 1996 con la morte di mio padre sono stata costretta a abbandonare gli studi, frequentavo il liceo e desideravo andare all’Università. Nel 2002 nasce mia figlia e subito dopo comincio a stare male, febbre altissima e perdita di peso, poi scopro di essere sieropositiva. Sembrava impossibile una cura, una terapia che ti poteva far continuare a vivere. L’unico rimedio sembrava essere il medico tradizionale. In Ospedale un infermiere, parlando con una paziente, mi disse della possibilità di cura per l’AIDS presso il Centro DREAM della Comunità di Sant’Egidio a Machava un po’ fuori Maputo, dove le cure erano gratuite. Mi sembrava impossibile! Anche la mia piccola bambina era malata: andare al Centro DREAM fu il primo passo di un cammino lungo di speranza che mi ha portato fino a qui. La cura antiretrovirale mi ha salvato, oggi sono mamma di una bambina di 11 anni, anche lei in cura, stiamo bene, lei è anche molto brava a scuola».


«In questi anni ho maturato una coscienza di donna e madre, che può aiutare e appoggiare gli altri. Ho così iniziato a lavorare come attivista nei Centri DREAM, sostenendo e incoraggiando tanti malati, la mia vita e la mia testimonianza dà speranza, fa uscire dalla rassegnazione e dalla condanna che tutto è impossibile. Ho avviato insieme alla Comunità di Sant’Egidio un programma di Adozioni a Distanza per sostenere le mamme e i bambini, questo mi ha condotto in tante case, a conoscere famiglie e a sostenerle concretamente, anche nell’educazione sanitaria e nutrizionale. Oggi sono una donna che ha un futuro e come madre mi sento responsabile di costruirlo non solo per la mia bambina ma per un’intera generazione, per un’Africa migliore».

«Io credo che DREAM abbia dato senso a una vita ritrovata, migliore di prima (intendo dire quando stavo molto male) e la forza di alzarmi in piedi, di testimoniare ad alta voce quel che abbiamo dentro, quel che abbiamo ricevuto, quel che abbiamo capito. Dobbiamo fare chiaramente il primo passo, per primi, davanti a tutti. In maniera che anche gli altri possano compiere un passo verso di noi, come madri possiamo fare tanto».


«Ho ripreso a studiare, tanti sogni si sono realizzati, lo scorso anno mi sono laureata in Filosofia e Etica con una tesi sulla “Dignità Umana secondo Kant”, oggi sono Responsabile Sociale del programma DREAM in Mozambico, coordino le attività e la gestione del lavoro comunitario e nell’appoggio psico-sociale delle attiviste e sono la referente delle Adozioni a Distanza nel Paese. Mi occupo della formazione nell’Area HIV/AIDS in corsi nelle aziende e nelle imprese. Ho partecipato come relatrice a numerose conferenze internazionali in Africa e in Europa».

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