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giovedì 18 ottobre 2018
 
Docenti e lavoro
 

Una lettera: «Scioperi a scuola? Non siamo mica in fabbrica!»

09/10/2018  Scrive un'insegnante: «Mi chiedo se in ambito scolastico sia corretto far sentire la propria voce con lo sciopero. Uno strumento che è nato nelle fabbriche, dove è efficace perché colpisce il datore di lavoro. Ma quando invece a farne le spese sono alunni e famiglie...» Risponde la prof Maria Gallelli

Sono una docente di scuola secondaria di primo grado e le scrivo per avere un parere su una questione “spinosa”: in Italia non fa in tempo a suonare la prima campanella che subito tuonano i campanoni degli scioperi degli insegnanti (il primo l’11 settembre). Mi chiedo se per chi lavora in ambito scolastico la modalità più corretta per far sentire la propria voce sia lo sciopero. Uno strumento che è nato nelle fabbriche, luogo in cui è efficace perché colpisce il datore di lavoro. Ma nella scuola a farne le spese sono gli utenti, nel nostro caso gli alunni e le famiglie. Per cui, mentre il ministero può fare orecchie da mercante, noi scioperando priviamo gli studenti del diritto all’istruzione, sacrosanto quanto quello a protestare quando le cose non funzionano. Non sarebbe ora di trovare metodi meno dannosi e più efficaci per tutelare sia il diritto degli insegnanti di dissentire con le scelte del governo, sia quello degli alunni di non perdere giorni di lezione? Forse una bella manifestazione di fronte al ministero in un giorno festivo farebbe più clamore e otterrebbe la stima e la simpatia delle famiglie, che invece non fanno di certo i salti di gioia quando devono barcamenarsi tra gli innumerevoli avvisi di sospensione del servizio scolastico.

CHIARA

— Cara Chiara, un insegnante che al mattino esce di casa non dice: «Vado al lavoro», ma «Vado a scuola». Abbiamo un rapporto meraviglioso con il nostro mestiere, ma a volte dimentichiamo che apparteniamo a una categoria di lavoratori e che lo sciopero è un nostro diritto sancito dall’articolo 40 della Costituzione. Certamente il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano, che esistono, soprattutto se si toccano i servizi pubblici essenziali, cioè quelli volti a garantire il godimento dei diritti della persona (il diritto all’istruzione è tra questi): non più di 8 giorni di sciopero in un anno per i docenti di materne ed elementari; non più di 12 per i professori degli altri gradi di istruzione; le famiglie devono essere avvisate non meno di cinque giorni prima; deve essere assicurato lo svolgimento di scrutini ed esami finali, per fare qualche esempio. Ma al di qua della cattedra, è vero, a volte si perde il senso della protesta sciolto tra gli interessi variegati di un corpo docente frammentato e spesso in conflitto al suo interno. Ecco perché si guarda più spesso a ciò che ci accomuna tutti: gli alunni e i loro bisogni. Ma si può discutere della forma, non della sostanza. Una manifestazione in un giorno festivo può funzionare, ma non è astensione dal lavoro. Attenzione a mettere in discussione un diritto: non così tanto tempo fa lo sciopero ancora era considerato un reato.

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