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martedì 13 novembre 2018
 
 

Una pillola per i malati d'azzardo

07/02/2013  Un gruppo di ricercatori proverà l'innovativa cura in Australia, uno dei Paesi con la percentuale più alta di dipendenti dal gioco di azzardo. Non sarebbe meglio educare all'equilibrio?

(foto ThinkStock)
(foto ThinkStock)

Curare la dipendenza dal gioco d'azzardo con una pillola. Il primo tentativo al mondo verrà condotto in Australia, uno dei paesi con la più alta percentuale di ludopatici e il maggior numero di slot machines per abitante. Un gruppo di ricercatori dell'università di Melbourne condurrà un esperimento clinico su nove persone considerate dipendenti dal gioco.
Verrà testato l'effetto del Naltrexone, farmaco finora usato per eroinomani ed alcolisti. Secondo l'Australian Drug Foundation, organizzazione non governativa considerata tra le massime autorità nel campo delle droghe, il Naltrexone può essere usato per aiutare persone che vogliono disintossicarsi. Il farmaco è infatti classificato come antagonista dei recettori oppiacei, cioè capace di inibire questi canali situati nel cervello.
In altre parole, assumendo questa pillola l'eroinomane sa di non poter raggiungere lo stesso effetto che la sostanza gli garantirebbe normalmente. Insomma, riassume l'Australian Drug Foundation, il Naltrexone non è in grado di cancellare la dipendenza, ma può agire indirettamente riducendo il desiderio di assumere la sostanza.
Dopo averlo utilizzato contro l'alcool e l'eroina, si proverà a testarlo su chi è dipendente dal gioco d'azzardo.
E se i risultati saranno positivi, il farmaco potrebbe iniziare ad essere prescritto. Già in passato, in realtà, erano stati condotti esperimenti con il Naltrexone sui ludopatici. Ma quelli erano test per misurare la tolleranza al farmaco, mentre ora – per la prima volta – ne verrà misurata l'efficacia. Alle nove persone scelte per il test, verrà somministrato il farmaco in basse dosi.

Poi verranno analizzati gli effetti sul cervello, sottoposto a scelte tipiche del giocatore d'azzardo. “E' una prima assoluta – dice Darren Christensen, esperto di dipendenze all'Università di Melbourne – analizzeremo il loro cervello prima e dopo il trattamento, focalizzandoci sul loro desiderio di scommettere e più in generale sul loro atteggiamento”. Simon Vorgin, specialista di neuroimaging all'ospedale St Vincent di Melbourne, si occuperà di fotografare l'attività del cervello sottoposto all'effetto del farmaco: “Registrando l'attività elettrica del cervello – spiega - proveremo a vedere quali sono le parti attive durante una tipica situazione che il giocatore-dipendente si trova ad affrontare. Ovviamente ci interessa soprattutto capire se e come il Naltrexone è in grado di migliorare la capacità di controllo decisionale”.

All'inizio di quest'anno il farmaco in questione è però finito sotto i riflettori australiani. Un'inchiesta della magistratura ha messo in relazione la morte di tre giovani eroinomani con l'uso di Naltrexone: una clinica di disintossicazione di Sydney è stata condannata per aver installato sui pazienti degli impianti capaci di rilasciare costantemente piccole dosi del farmaco.
Al direttore della clinica è stata ritirata la licenza da psicologo e il Consiglio australiano per la ricerca medica ha ricordato che l'uso di impianti di Naltrexone non è stato approvato nella nazione a causa della mancanza di prove sull'efficacia e la sicurezza.
Le stesse argomentazioni non valgono però per le pillole di Naltrexone, approvate senza intoppi dalla Therapeutic Goods Administration, l'equivalente australiano dell'americana Food and Drug Administration.
Resta un punto su cui molti non sono d'accordo. Invece di cercare un nuovo farmaco che allevi gli effetti del gioco d'azzardo, non sarebbe meglio vietare slot machines e gratta e vinci? In altre parole, ai profitti delle società che controllano questo mercato miliardario potrebbero presto aggiungersi quelli delle case farmaceutiche, e questo a molti australiani non sembra andare bene. Soprattutto a chi lavora da anni con i dipendenti e sostiene l'efficacia dell'assistenza psicologica: “Un'altra pillola per una nuova malattia indotta”, sintetizza con malcelata stizza Tom Simpson della Oakdene House di Sydney, uno dei centri più noti per l'assistenza ai dipendenti dal gioco d'azzardo in Australia.

In Australia sono 600mila le persone che utilizzando le slot machines pokies ogni settimana (foto ThinkStock).
In Australia sono 600mila le persone che utilizzando le slot machines pokies ogni settimana (foto ThinkStock).

Le chiamano Pokies. E' il diminutivo di Poker machines, e per molti australiani si sono trasformate in un'autentica rovina. Proprio come in Italia, anche qui il gioco d'azzardo diffuso sta infatti creando danni pesanti. Perché nella terra dei canguri le cosiddette pokies non si trovano solo in bar e casinò. Nel Paese grande otto volte l'Italia ma abitato da soli 22 milioni di persone, ci sono oltre 4mila club detentori di licenza, per un totale di 400mila slot machines: si va dai circoli sportivi ai cinema, dai parrucchieri agli autolavaggi per le macchine.
Insomma, le slot machines si trovano praticamente dappertutto. La principale differenza con l'Italia è che qui la crisi economica non è arrivata. L'Australia è infatti l'unico membro dell'Ocse a non essere entrato in recessione. Nel 2012 il pil è cresciuto del 3,1% rispetto al 2011, la disoccupazione è al 5% (contro l'11,4% italiano) e il deficit al 3% del pil. Secondo il governo di Canberra, mezzo milione di australiani ha problemi con il gioco d'azzardo.
Certo, sono la metà rispetto agli italiani, ma visto che la nostra popolazione è il triplo di quella australiana, la proporzione è persino peggiore.
In più, visto il benessere economico di cui gode la nazione, qui si registra la più alta percentuale di perdite al mondo. In un anno, ha calcolato il settimanale britannico The Economist, gli australiani regalano alle compagnie del settore 19 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi vanno a finire nelle slot machines.
La perdita media pro capite è di 1.300 dollari, ma un giocatore incallito può arrivare a dilapidare in un'ora circa 1.500 dollari, con riferimento particolare ai giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, considerati i più spendaccioni.
Secondo gli esperti, la colpa è da attribuire alle allettanti vincite promesse dalle pokies in Australia. Basta dire che mentre nel Regno Unito una giocata alle slot machines può rendere al massimo 50 sterline, qui il montepremi può arrivare fino a 10mila dollari.
Il risultato è presto detto: secondo il governo, ci sono 600mila persone che scommettono contro le pokies ogni settimana.

Le associazioni australiane che monitorano i ludopatici snocciolano dati inquietanti. Ogni dipendente dal gioco d'azzardo influisce negativamente sulla vita di cinque-dieci persone.
Vale a dire amici, colleghi di lavoro e familiari. Secondo uno studio pubblicato nel 2008, la possibilità che un giocatore morboso si separi dal consorte è sei volte più alta rispetto a chi non ha problemi del genere. Stesse proporzioni se si guarda la percentuale dei ludopatici dipendenti anche dall'alcol e dal fumo.
E, come se non bastasse, i figli dei giocatori-dipendenti saranno dieci volte più a rischio di seguire l'esempio del genitore rispetto a chi nasce in una famiglia senza ludopatici.
Ma non sono solo i giocatori ad essere attirati dalle pokies. Nel Victoria e nel New South Wales, i due stati più popolosi del Paese, gli introiti derivanti dalle slot machines rappresentano il 12% delle entrate totali. Poco importa allora se, come ricorda lo stesso governo federale (http://www.problemgambling.gov.au/facts/), ogni anno il gioco d'azzardo costa alla comunità australiana 4,7 miliardi di dollari.
Perché tra poco, ai guadagni derivanti dalle tasse applicate sulle slot machines, i governi locali potrebbero vedere aggiungersi quelli provenienti dalla vendita dei medicinali pensati per guarire quella che, fino ad ora, non è mai stata considerata una malattia.

Ogni 100 italiani ce ne sono 15 che soffrono di ludopatia (Ansa).
Ogni 100 italiani ce ne sono 15 che soffrono di ludopatia (Ansa).

Se è vero che ciò che accade negli Stati Uniti succederà presto anche in Europa, gli psicologi del Vecchio Continente che da anni si battono per l'inserimento della dipendenza dal gioco d'azzardo tra le patologie mentali possono nutrire qualche speranza in più.
Dal 2013, infatti, la ludopatia verrà catalogata per la prima volta nel Dsm. Si tratta del manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, redatto per la prima volta negli Stati Uniti nel 1952 e considerato tuttora, non senza alcune critiche epistemologiche, la Bibbia di psicologi, psichiatri e medici di tutto il mondo.

Semplificando al massimo, il Dsm è il manuale usato per diagnosticare i disturbi mentali in base ai sintomi. Dalla prima versione a quella più recente, il testo è stato più volte rivisitato, come avvenne ad esempio quando nel 1972 fu deciso di escludere dalla lista delle malattie mentali l'omosessualità.
Oggi il testo contiene un numero di patologie tre volte maggiore rispetto a quelle inserite nella stesura del 1952, e la nuova versione, che dovrebbe essere annunciata a maggio del 2013 a San Francisco, in California, conterrà per la prima volta anche la dipendenza dal gioco d'azzardo.
L'American Psychiatric Association, l'associazione responsabile della pubblicazione, dovrebbe infatti allargare la definizione di dipendenza al gioco d'azzardo, omologando così questa patologia all'alcolismo o alla dipendenza da droghe di vario genere. Ma, soprattutto, il Dsm dovrebbe indicare come necessario per i ludopatici lo stesso trattamento riservato a chi è affetto da altre dipendenze. Proprio quello che da anni parecchi psicologi italiani sostengono sia necessario fare.
Lo ripete da tempo anche Vincenzo Marino, direttore del dipartimento Dipendenze di Varese: “Sarebbe un ottimo passo in avanti, un gesto che finalmente permetterebbe di riconoscere questa dipendenza come una malattia, e perciò di curare all'interno del servizio sanitario nazionale le persone affette, cosa che finora purtroppo non è successa”. Già, perché anche se in Italia un giocatore ammette di essere malato, non può essere curato dal servizio sanitario nazionale.
Motivo? La ludopatia non è una patologia riconosciuta. Eppure sono circa un milione i giocatori d'azzardo compulsivi nel nostro Paese, metà dei quali giovani e giovanissimi. Ogni 100 italiani ce ne sono 15 che soffrono di questo disturbo, e il vizio porta a spendere ogni anno in media una cifra che compresa tra i 1.703 e i 1.890 euro pro capite, ha calcolato il recente dossier della campagna Mettiamoci in gioco e Libera Azzardopoli 2.0.
Grazie alla liberalizzazione del gioco d’azzardo online decisa nel 2011 dal governo Berlusconi e alla pubblicità martellante di colossi come Lottomatica, Sisal e Bwin, il giro d' affari del settore nel 2011 ha toccato gli 80 miliardi di euro (equivalente a circa il 5 per cento del prodotto interno lordo italiano), di cui oltre la metà proveniente da slot machines e video-pokers.

Risultato: siamo al primo posto in Europa nella classifica di chi spende di più per il gioco. Un triste primato, visto che tutto ciò avviene in un momento di crisi economica. Dopo diversi appelli provenienti dal mondo medico e da alcuni partiti politici, il ministro della Sanità, Renato Balduzzi, a marzo dell'anno scorso aveva annunciato che il servizio sanitario nazionale avrebbe presto preso in carico i malati da gioco.
Da allora l'unico atto prodotto sembrava quello contenuto nel decreto Sanità approvato dal Governo Monti il 5 settembre: oltre ai limiti alla pubblicità, restrizioni alle slot machine nelle vicinanze delle scuole. Risultato? L'ultima versione del decreto ha cancellato il divieto di trasmettere pubblicità sui giochi d'azzardo tra le 16 e le 19.30, e la distanza delle slot machines dalle scuole è stata prima ridotta da 500 a 200 metri, infine tolta del tutto.
Nemmeno l'ultimo tentativo del governo di posticipare di sei mesi il bando per l’apertura di nuove sale da poker è andato a buon fine, con tanto di sfogo del ministro Balduzzi, secondo cui il governo è “davanti all’assalto di questa o quella lobby” e “all’interno del parlamento c'è chi sostiene le politiche di contrasto e chi invece predilige un'altra linea”.

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