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Ferruccio De Bortoli: «Dalla fondatrice l'esempio: una vita sempre vicino a chi soffre»

28/03/2019  L’instancabile Giovanna Cavazzoni. Ferruccio De Bortoli ricorda la figura della donna che ha dato vita all’associazione, che lui oggi presiede. «Diceva: “i malati terminali non sono gli scarti e meritano affetti autentici”»

È stato un grande giornalista, a lungo direttore di Corriere della Sera e Sole24ore, ma Ferruccio De Bortoli è anche un uomo di fede e in prima linea per le persone che soffrono. Nel 2016, poco prima della morte di Giovanna Cavazzoni, la fondatrice e l’anima di Vidas, è diventato presidente dell’associazione che da oltre trent’anni si occupa delle persone malate terminali e delle loro famiglie. Sua la prefazione del libro di un altro giornalista, Giuseppe Ceretti, Giovanna Cavazzoni. L’amore restituito (San Paolo).

«Conoscevo già da tempo Giovanna e ammiravo questo suo apostolato laico. Non smetteva un attimo di parlare della sua creatura e lo faceva con una dolce insistenza. Un’insistenza che non fa parte del mio carattere, sicuramente più schivo, ma so bene come i missionari del bene, come lei era, riescano a trasmettere la loro passione. E lei l’aveva fatto con me».

Come vi eravate incontrati?

«A Milano se frequenti certi ambienti alla fine ci si conosce un po’ tutti. Mi chiamò quando lasciai il Corriere della Sera nel 2003. In seguito, lei non mi lasciava respirare un giorno chiedendomi di accettare la carica di presidente, fino a quando nel 2015 capitolai».

Che ritratto ci dà di Giovanna Cavazzoni?

«Aveva un carattere dolce e aveva la capacità di immedesimarsi nella sofferenza degli altri. Nutriva un interesse per il prossimo che andava al di là del rapporto semplicemente speculare che si ha con gli altri e che ci porta a volte a strumentalizzare il prossimo. Io sono rimasto molto colpito da questa sua determinazione e dalla profonda convinzione che i malati non sono gli ultimi, non sono gli scarti, e anche se non hanno speranza devono sentirsi circondati da affetti autentici. Il messaggio ultimo è che il grado di civiltà di un Paese si misura da come si trattano i malati terminali, che non hanno tanto tempo davanti, ma hanno pur sempre una vita che deve essere di qualità».

Il suo operato era ispirato a valori cristiani?

«A Giovanna non piaceva la definizione di suora laica, ma io da cattolico trovo che il significato evangelico di questa vicinanza agli ultimi sia straordinario».

Che cosa apprezza di più in Vidas?

«Che ci sia una forma di solidarietà umana di persone che costruiscono momenti di vita anche dove la vita si spegne. Una società sarebbe crudele se non facesse questo. Se pensiamo a tutte le esistenze che in 36 anni sono passate di qui capiamo di aver compiuto grandi cose. Vidas permette anche di rinsaldare i rapporti con la famiglia, il trasferimento di valori e di quanto di buono si è fatto, mettere da parte rimpianti e orgoglio e ricomporre legami che si erano deteriorati negli anni precedenti. In sostanza non ci limitiamo a confortare il malato, ma ricomponiamo le famiglie. A volte capita di arrivare alla fine della vita nella solitudine dei rapporti, e queste ricongiunzioni familiari sono un bene che lasciamo alla società».

Come è strutturata l’organizzazione?

«Lo staff effettivo è composto da 130 persone, affiancate da 300 volontari. La struttura è ben consolidata e il mio è soprattutto un ruolo di rappresentanza».

Come si finanzia Vidas?

«Una parte consistente dei finanziamenti ci arriva dal 5 per mille, siamo tra le organizzazioni che ne beneficiano maggiormente. Poi ci sono le donazioni e i lasciti, Milano è una città generosa».

Come si accede ai vostri servizi?

«Noi non diciamo di no a nessuno e l’assistenza è gratuita. Chiunque può telefonare in qualsiasi momento, e il malato viene subito preso in carico. E sono gli stessi ospedali che ci contattano quando il paziente è terminale. Seguiamo a domicilio 200 malati, mentre all’hospice ci sono 20 posti letto e la richiesta è crescente. Molti vengono anche da altre parti d’Italia».

Come vengono intrattenuti i pazienti?

«La media della degenza è molto bassa, circa 20 giorni, ma sono previste attività ricreative e culturali, pet therapy. Si riempie il più possibile la vita. La struttura funziona come un albergo, le famiglie devono ritrovare la loro intimità».

Giovanna Cavazzoni ha voluto trascorrere i suoi giorni nell’hospice...

«Dopo l’aggravamento della recrudescenza del tumore con cui aveva dovuto fare i conti per anni, si è fatta ricoverare nell’hospice come una paziente qualsiasi. Quella era la sua creatura, la sua casa, la sua famiglia. Se ne è andata nella consapevolezza di lasciare un’eredità».

A che punto è il progetto dell’hospice pediatrico?

«Verrà inaugurato nella primavera del 2019 e sarà aperto alle famiglie. Fondamentale è curare l’intero nucleo familiare, ferito dalla malattia incurabile del bambino. La terminalità pediatrica può essere anche lunga. Si tratta ancora di più di una situazione inaccettabile, e l’assistenza di Vidas è finalizzata a far sì che quella famiglia sia in grado di riprendersi».

Quali sono le altre prospettive future di Vidas?

«Stiamo studiando la possibilità di esportare anche in altri luoghi d’Italia il modello milanese. Ci sono zone, soprattutto al Sud, che non sono coperte da questo tipo di assistenza. Inoltre pensiamo di ampliare l’assistenza anche a chi soffre di malattie croniche come l’Alzheimer».

IL LIBRO PER CONOSCERE MEGLIO GIOVANNA CAVAZZONI E VIDAS

Giovanna Cavazzoni. L'amore restituito, di Giuseppe Ceretti italiani su Sanpaolostore.it

«Non mi ero reso conto, prima di conoscere Giovanna, di quanta umanità, dolcezza e profonda civiltà ci fossero in un'attività di assistenza ai malati terminali e alle loro famiglie»

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