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domenica 23 settembre 2018
 
 

Se una mamma si ammala di cancro

18/05/2011  Alaina Giordano, una donna di 37 anni malata di tumore e madre di due bambini sta lottando contro la sentenza di un tribunale statunitense per non perdere l'affido dei suoi figli.

La storia ha fatto il giro del mondo, varcando i confini americani e portandosi dietro un'eco di commenti indignati. Arriva da Durham, North Carolina, ha come protagonista Alaina Giordano, una giornalista italo americana di 37 anni, madre di due bambini, Sofia e Bud di 11 e 6 anni, che lì vive e lì combatte contro un tumore al seno, ora con metastasi ossea, in cura presso il Duke Cancer Institute. Una donna che ha ingaggiato una dura lotta contro la malattia, un'altra contro l'ex marito, Kate Snyder, che lo scorso anno si è trasferito per lavoro a Chicago chiedendo la custodia dei figli. Da qui lo scandalo che ha infuocato gli States. Il 25 aprile scorso il giudice donna del North Carolina, Nancy Gordon, ha dato ragione all'uomo citando il parere della psicologa forense Helen Brantley: «Il decorso della malattia è ignoto e quindi più contatto i figli hanno col genitore non malato, meglio sarà per loro». Arricchiscono il quadro le parole della psicologa in aula: «I bambini dividono la loro esistenza tra mondo col cancro e mondo senza cancro, vogliono un'infanzia normale e questa non è possibile con un genitore malato».

La donna, che ha perso in lavoro di giornalista a causa del suo stato di salute, riferiscono i media, non può abbandonare il centro presso il quale è in cura per trasferirsi lei stessa altrove. Entro il 17 giugno dovrà lasciare andar via i bambini. La vicenda, così, approda sul web. La sorella di Alaina, Lauren Giordano-Kupillas, lancia una petizione al governatore dello stato del North Carolina, attraverso il sito Change.com: «Non si permetta che un giudice del North Carolina possa strappare i figli ad Alaina Giordano solo perché lei ha un cancro», si proclama in apertura. Nel testo, sottoscritto a oggi, in poco meno di un mese, da 99.327 persone, si cita anche il desiderio dei bambini, che vorrebbero essi stessi vivere con la mamma.

On line compaiono, tra le altre cose, l'intervista rilasciata dalla donna ad Abc news, le pagine del Time, la trascrizione di un'intervista concessa a  Jane Velez- Mitchell della Cnn. Dalle parole dei giornalisti e della gente emerge l'indignazione, l'appoggio incondizionato alla donna, al suo diritto di essere madre nonostante la patologia: le sue condizioni sarebbero stabili, non si può costringerla alla separazione dai figli che invece potrebbero, con il loro affetto, darle anche quell'aiuto emotivo necessario alla guarigione. In più, molte le pagine aperte su Facebook: una tra queste è corredata di infiniti post in bacheca a sostegno e della foto di una torta fatta dalla piccola Sofia per il compleanno della  sua mamma, con la panna, le candeline e una decorazione con tre cuori vicini e uniti.

Ma cercando on line emerge anche qualche altro punto di vista, tra le righe di un giornale di Durham. Si tratta di un pezzo dal titolo "Non chiamate questo giornalismo", pubblicato sull'Herald Sun. Parla di una campagna mediatica lanciata da Alaina e dalla famiglia di lei che ha puntato tutto sul legame tra la custodia affidata al padre e la malattia della donna, dell'unico punto di vista materno presentato dai mezzi di comunicazione che hanno fornito una visione parziale della vicenda, di una «copertura mediatica irresponsabile». La storia viene letta come classica guerra tra coniugi per la custodia dei figli, combattuta in questo caso, «incomprensibilmente», con ogni mezzo, anche da parte materna. Si ribadisce che la prima responsabilità di ogni giudice è in realtà quella di pensare al bene dei bambini, si raccontano episodi concreti di difficoltà di gestione della malattia da parte della donna, che secondo quanto riferisce l'oncologo salterebbe i trattamenti e ignorerebbe i consigli dei medici. L'articolo si conclude così: «L'aver inseguito una storia che presta il fianco alla polemica ha sfruttato i telespettatori e i lettori. Più orribilmente, la battaglia per la custodia condotta dai genitori di due bambini di 6 e 11 anni è ora un gossip globale».

Maria Gallelli

«In astratto quanto è successo negli Stati Uniti sarebbe possibile anche in Italia, in concreto è più difficile». Piercarlo Pazé, magistrato in pensione del Tribunale dei minori di Torino e direttore della rivista Minoriegiustizia, così commenta il caso di Alaina Giordano, la donna 37enne di Durham, North Carolina, in cura per un cancro al seno, che entro il 17 giugno dovrà mandare i propri figli Sofia e Bud, 11 e 6 anni, a Chicago dall'ex marito che ne ha richiesto - e ottenuto- la custodia. «In Italia in genere si è più attenti alla donna, il Tribunale dei minori privilegia quest'ultima perché si dimostra come la più accudente, lo è statisticamente, salvo i casi che sconfinano nella patologia. Tuttavia se, in astratto, la madre è molto malata e non può occuparsi dei figli, viceversa il padre ne è capace, allora la decisione potrebbe essere diversa».

Tuttavia sono le espressioni usate ad aver generato una così accesa polemica internazionale: «Le affermazioni riportate dai giornali (la psicologa forense avrebbe detto in aula: "I bambini dividono la loro esistenza tra mondo col cancro e mondo senza cancro, vogliono un'infanzia normale e questa non è possibile con un genitore malato", ndr), sono molto gravi, ma non è possibile isolare questa frase, bisognerebbe conoscere bene il caso».

Nello specifico, la legge italiana si esprime? La malattia può essere causa di mancato affidamento? «La legge non dice nulla, bisogna fermarsi alla giurisprudenza. In Camera di consiglio si valuta chi dei due genitori sia capace di crescere meglio il figlio e come far sì che l'altro se ne occupi. Il giudice ha una grossa responsabilità: nei "fatti di sentimento" ci si affida alla criticità del giudice. La malattia grave e invalidante potrebbe impedire, ad esempio, di diventare affidatario principale,  o di avere un bambino in adozione».

In situazioni di questo tipo, il punto di vista dovrebbe essere diverso, si dovrebbe parlare di condivisione, di presenza di entrambi i coniugi. «Questa è la logica dell'affido condiviso, che punta a far sì che il bambino abbia due figure genitoriali, che entrambe effettuino le attività di cura». Non si può imporre, ad esempio, che si viva in una stessa città per il bene dei figli? «No, la scelta del luogo in cui abitare è un diritto. Andare in una città diversa, dopo una separazione, è anzi una situazione tra le più frequenti, anche se a volte è uno dei modi per colpire l'altro coniuge, una scelta strumentale. Si può impedire, ad esempio, se l'allontanamento avviene dopo la separazione e viola le modalità fissate senza averne richiesto una variazione». Nella sua carriera, si è mai occupato di una vicenda simile a questa? «Ricordo una caso, ma diverso, di molti anni fa: una madre era molto malata di cancro, il padre non c'era. La donna allora ha accettato di dare il proprio figlio in adozione. Era stata scelta una famiglia, lei stessa l'aveva voluta conoscere: è mancata poco dopo, contenta di sapere che su figlio sarebbe cresciuto in buone mani».

Maria Gallelli

Mai nascondere la verità

  

Quando in famiglia si presenta lo spettro della malattia tumorale se ad ammlarsi è un genitore oltre al dolore e alla paura si aggiunge la difficoltà di parlarne e di comunicare ai figli, la situazione. Chi deve intraprendere le lunghe terapie di cura e riabilitazione deve quindi caricare le proprie spalle dell'ulteriore difficile compito di dare una brutta notizia a chi vuol bene. E' necessaria, nel farlo, molta attenzione poiché, in particolare i bambini piccoli, se non sono adeguatamente e correttamente messi al corrente di ciò che preoccupa gli adulti possono vivere ingiustificati sensi di colpa o stati di ansia e angoscia.

La psicoterapeuta Nadia Crotti (già autrice insieme alla psicologa Serena Roma di un pezzo su Famiglia Oggi intitolato Come dare la notizia ai figli) spiega che che nascondere la verità è certamente la peggiore delle modalità cui ricorrere quando si crea una situazione familiare difficile. L’esclusione, infatti, priva il bambino della possibilità di sentirsi utile nonostante la sua giovane età.

E' anche autrice di due utili, concreti e commoventi racconti (scaricabili dal sito dell'Associazione Italiana Gist), pensati appositamente per essere letti ad alta voce dai genitori ai bambini. Il primo Una famiglia come la tua (Novartis Oncology, Lega italiana per la lotta contro i tumori, Genova) è raccontato in prima persona dalla voce di una bambina, Giulia, la cui mamma si ammala di tumore al seno. Lei e il fratello, cui viene spiegata la situazione, riescono a sostenersi e a rendersi utili in una famiglia sconvolta da questo avvenimento. 

Il secondo racconto La malattia in famiglia: condividere (Novartis Oncology, Lega italiana per la lotta contro i tumori, Genova) affronta invece la malattia di un papà e il punto di vista è quello di Fabio di soli 11 anni.

I racconti sono intervallati da parti scritte in corsivo, che offrono suggerimenti su come affrontare i difficili argomenti e le domande dei bambini relative alla malattia, ma cercano anche di spiegare quali sono le loro nozioni pregresse, i loro pensieri e le loro emozioni.

Eccone alcuni esempi

- Che cosa sanno i tuoi bambini della parola cancro? Quali sono le loro reazioni a questa parola? Chiedilo ai tuoi bambini e permetti loro di descrivere le loro reazioni alla parola e le eventuali conoscenze

- Ogni bambino possiede delle risorse come la sua forza, la sua allegria, la sua fantasia, la sua dolcezza e la sua capacità di assumersi compiti. Queste risorse possono essere a vantaggio di tutta la famiglia e inoltre possono servire a dare loro alcuni incarichi o ruoli in cui si sentano utili e importanti

- Quali sono le conoscenze circa il cancro nella tua famiglia? Condividi con gli altri i tuoi dubbi e i tuoi sentimenti

- Per il tuo bambino è importante trovare un ruolo, sentirsi utile. Sottolinea con lui l’importanza che può avere per te in questo momento della vostra vita.

- Vuoi che la tua situazione familiare rimanga tra le mura domestiche? Oppure vuoi parlarne con qualcuno? Puoi scegliere di non dirlo o puoi incoraggiare i tuoi figli a parlarne con chiunque desiderino farlo

- Cosa ne penseresti di stabilire un orario in cui tu e la tua famiglia vi riunite a parlare dei cambiamenti che avvengono, anche indipendentemente da una eventuale malattia in corso? Valutate insieme come i cambiamenti possono modificare la vita di ognuno e permetti a ciascuno di condividere con gli altri i propri sentimenti.

Orsola Vetri

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