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venerdì 21 settembre 2018
 
La Chiesa "vista da fuori"
 
Credere

Valerie Schönian: «Io, non credente a tu per tu con don Francesco»

09/07/2018  Giornalista, 25 anni, su richiesta della Conferenza episcopale tedesca ha seguito per un anno il sacerdote accompagnandolo in tutte le attività. Il suo commento? «La Chiesa è ancora viva ma deve riuscire a parlare ai giovani»

«Io non sono cattolica, sono giornalista e ho 25 anni». Si presenta così Valerie Schönian, ragazza tedesca che per un anno, dall’aprile 2016 a maggio 2017, ha accompagnato un sacerdote, don Francesco von Boeselager, in tutte le sue attività pastorali, per cercare di capire «lui e la Chiesa». Questa esperienza è stata voluta dal Centro per la pastorale vocazionale della Conferenza episcopale tedesca: doveva essere una donna non credente, «tutto ciò che può essere all’opposto» di un prete, a stare con don Francesco, accompagnarlo, guardarlo, partecipare a tutto quello che faceva per raccontarne su un blog, giorno dopo giorno, la vita. Ed è stata scelta Valerie, «proprio io che sono lontana», battezzata nella Chiesa evangelica, di cui non fa più parte.

Don Francesco invece è quello che lei definisce un «sacerdote conservatore». La domanda che l’ha guidata per tutto quel tempo: perché un giovane oggi si fa prete? «Francesco ha 40 anni, non è brutto, non è stupido, ha tanti amici e mi sono sempre chiesta perché sia dovuto diventare prete con tutto quello che avrebbe potuto fare. Ho capito che per lui non è stato un dovere, ma un dono. E sono riuscita a vedere la vitalità della Chiesa e il significato che ha ancora per molte persone. Non sono diventata cattolica, ma dopo un anno, sono diventata testimone della fede di Francesco».

DUE SETTIMANE AL MESE

Due settimane al mese Valerie ha continuato a vivere a Berlino e a lavorare come giornalista a Die Zeit, e per le altre due ha vissuto a Roxel, vicino a Münster, immergendosi in una quotidianità fatta di riunioni organizzative e pastorali, funerali, Messe. Ha fatto anche un viaggio a Roma con don Francesco, ha partecipato alla Giornata mondiale della gioventù a Cracovia, ha seguito il suo impegno nella Comunità Emmanuele e lo ha persino accompagnato quando è andato a trovare i suoi genitori. Nelle settimane a Roxel, Valerie era sempre con don Francesco, in un angolo a guardare, osservare. «Non mi sono mai annoiata perché la vita di Francesco non è noiosa. Ha sempre qualcosa da fare». Anche don Francesco ha dedicato del tempo a Valerie, per spiegare, raccontare, confrontarsi, per farle capire, «perché come persone ci potessimo comprendere. Lui faceva le sue cose, ma mi ha veramente “fatta entrare” nel suo mondo», che Valerie ha raccontato regolarmente sul blog, attraverso il suo sguardo di non credente e un linguaggio inconsueto.

LE REAZIONI AL BLOG

  

Estremamente positive le reazioni dei lettori del blog, «così tanto che mi ha pure stupito». È stata la prima volta che una cosa del genere è stata fatta in Germania e le persone erano veramente grate che fosse tutto così «serio, onesto». È piaciuto molto ai cattolici, ma anche ad altri che non erano credenti e che erano interessati nel vedere come un simile esperimento, tra due persone così diverse, potesse funzionare per un anno. «Non solo la fede è una decisione. Anche capire lo è. E io avevo deciso di capire».

Che cosa è rimasto nel cuore di Valerie? «Mi ha colpito quanto le persone siano aiutate dalla presenza di uno come Francesco. Ero presente quando Francesco portava la Comunione ai malati: erano momenti in cui si percepiva la loro gratitudine per il fatto che Francesco fosse lì; mi ha colpito vedere come Francesco è sostenuto dalla fede; ma anche sperimentare come persone così diverse come siamo io e Francesco si siano potute comprendere e questo ha pure un messaggio per me oggi, anche sul piano politico». Interessante anche la Gmg o il viaggio a Roma. E poi è nata un’amicizia, anche se è «una parola grossa e solo il tempo mostra la profondità delle amicizie».

L’esperienza di Valerie è finita il 20 maggio 2017. Un anno dopo è uscito il suo libro Alleluja. Così ho cercato di capire la Chiesa cattolica. Faceva parte del progetto «per dare la possibilità a chi non accede alle piattaforme di conoscere questa esperienza, ma avevo bisogno anche io di scriverlo per rielaborare questo anno, mettere cose che nel blog non sono riuscita a inserire, nessuna storia nuova, ma nuove chiarezze rivedendo e ripensando le cose a distanza».

UNA CHIESA, MOLTI VOLTI

Il progetto della Conferenza episcopale tedesca intanto è andato avanti, con altri due giovani, Timm Giesbergs e Christina Hertel, che hanno seguito per qualche mese la vita di suor Karin Knötig, impegnata nel sociale a Francoforte, e Luiz Fernando Braz, un consacrato brasiliano che guida una comunità cattolica di recupero per tossicodipendenti. «La Chiesa cattolica ha molti volti, che la vita di un prete non esaurisce e penso che le persone vogliano vedere di più della Chiesa cattolica. È anche utile se sono altre persone a descriverli, non sempre la stessa». Il fatto che siano sempre persone distanti dalla Chiesa è voluto, colma una distanza perché «le Chiese non parlano più la lingua delle persone». Importante è anche che se ne racconti la vita sui social media, come Facebook, «anche se Facebook è già vecchio e i quindicenni non lo usano più. Bisogna che la Chiesa sia là dove sono le persone, come i social media, usare la lingua delle persone e non solo predicare dall’altare dove ci sono solo più anziani che stanno a sentire».

LE DOMANDE DEI GIOVANI

  

Di che cosa hanno bisogno i giovani oggi dalla Chiesa? «I giovani oggi cercano ciò che hanno sempre cercato, le risposte alle grandi domande»: quando un ragazzo inizia a capire che il mondo non è perfetto, cerca risposte al perché della vita e della morte, del male, del dolore, della sofferenza; giustificarli dicendo che il vecchio Dio ha le sue strade non convince più i giovani; hanno bisogno di un sostegno, perché sono sommersi da tante possibilità e hanno una maggiore consapevolezza della libertà. Sono immersi nella realtà contemporanea, non li si può vedere come distaccati da essa. Né ci si può rinchiudere in edifici di pietra, e in complicati cerimoniali».

Lo dice senza pause, ma aggiunge: «Ovviamente io non ho nessuna ricetta». Per Valerie una Chiesa interessante è quella che «resta aperta a risposte diverse, che sa accogliere la diversità, di stili e di gusti, per esempio nel campo della musica».

La festa di addio per Valerie e don Francesco è stata una Messa, «la forma più alta di party per i cattolici», scrive nel libro. Adesso le chiese per Valerie non sono più semplicemente “vecchi resti” nel paesaggio di Berlino, dove è tornata a vivere: «Adesso so che ci sono persone che ci entrano, che la Chiesa è ancora viva. E che è una buona cosa».

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