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Cooperazione internazionale
 

«Vanessa e Greta non sono delle sprovvedute»

21/01/2015  Parla Rosamaria Vitale, 55 anni, il medico chirurgo che sino all’ultimo avrebbe dovuto partire con le due ragazze liberate per la missione in Siria. E che aveva conosciuto a Milano, nel centro di accoglienza di via Novara, gestito dalla cooperativa "Farsi Prossimo" della Caritas Ambrosiana

Sono giorni di polemiche e illazioni sulle motivazioni per cui Vanessa e Greta andarono in Siria. Ne parliamo con Rosamaria Vitale, 55 anni, il medico chirurgo che fino all’ultimo avrebbe dovuto partire con loro per la stessa missione in Siria. Con lo stesso spirito e sempre a titolo gratuito, è poi stata sulle navi di Mare Nostrum, in Kenya con i Padri Camilliani (ci va da dieci anni) e in altri luoghi di sofferenza del mondo. Nei mesi in cui è a casa, a Milano, fa parte dei tanti cittadini che in diversi modi soccorrono i profughi siriani e eritrei che passano dal capoluogo lombardo (almeno 70mila) nel loro viaggio verso il Nord Europa. Qui, in Stazione Centrale e nei centri di accoglienza attivati dal Comune, ha conosciuto le due ragazze.

Dove vi siete conosciute?
Nel Centro di via Novara a Milano, gestito dalla cooperativa Farsi Prossimo (Caritas Ambrosiana), ad ottobre 2013. Il Comune aveva appena deciso di accogliere i profughi in transito per pochi giorni e, allora come oggi, collaborava con un gruppo molto eterogeneo di milanesi, alcuni appartenenti ad associazioni ma soprattutto singoli mossi dalla solidarietà verso quello che hanno subito queste famiglie. Capita di vedere bambini siriani con ancora le ferite delle armi da fuoco. Fino al giugno scorso, “Medici volontari italiani”, l’associazione di cui faccio parte, si occupava del primo soccorso medico di quello che, in piccolo, era una sorta di campo profughi. Greta e Vanessa, che parlavano perfettamente l’arabo, mi aiutavano con la traduzione, ma loro si dedicavano soprattutto ad intrattenere i bambini, organizzando giochi e attività. Questi “attivisti” volontari avevano anche altri compiti: accoglievano i profughi arrivati dal Sud in Stazione Centrale, li accompagnavano ai centri, li aiutavano a fare i biglietti dei treni verso il Nord. Quando poi non c’era più posto nei centri di accoglienza, si cercava nelle case private: anche io ho ospitato vari siriani. Ora in Stazione rimane un prezioso presidio di volontari, ma la gestione degli ingressi nei centri è stata strutturata dal Comune.

Che cosa la colpì delle due ragazze?
Il loro impegno, peraltro condiviso da tanti attivisti di ogni età: quasi ogni giorno, sempre a titolo gratuito, andavano e venivano dai loro paesi a Milano. A volte lasciavamo il centro insieme e davo loro un passaggio in auto, fino alla fermata della metropolitana accanto a casa mia. Era l’occasione per confrontarci sulla sofferenza vista durante il giorno. Capitava spesso che i pazienti ci facessero vedere le foto della loro vita in Siria; alcuni avevano combattuto contro il regime di Assad. Avevamo chiaro chi fossero i deboli: da una parte c’era Assad che distruggeva il suo popolo, dall’altro c’era un popolo di sopravvissuti che fuggiva alla ricerca di una nuova vita.

Poi è arrivata la proposta del viaggio in Siria...
Greta mi ha telefonato proponendomi di andare 5-6 giorni in Siria nella zona rurale di Idleb, che entrambe le ragazze avevano già visitato in una missione precedente. Sapevano che avevo già avuto esperienza in molti paesi in guerra; ho detto subito di sì, che avrei volentieri collaborato con loro. In quel momento, nella zona della Siria controllata dai ribelli, non operavano praticamente più le grandi associazioni, ma solo piccoli gruppi, spesso autorganizzati, che facevano missioni di pochi giorni portando medicine e aiuti.

In cosa consisteva il progetto di Vanessa e Greta?
Ho ancora l’email di aprile in cui me l’hanno inviato. Era un progetto ben fatto, con obiettivi messi a punto dopo aver effettuato un’analisi attenta dei bisogni del territorio. Nella ventina di villaggi della zona, le strutture mediche erano state bombardate e non c’erano più medici (fuggiti o ammazzati); tutta la parte sanitaria era affidata solo a un veterinario. Nella prima missione, Greta e Vanessa avevano individuato le carenze, dandosi due obbiettivi per le successive. Primo: attivare un corso di primo soccorso fornendo il materiale necessario. Secondo: garantire ai malati di patologie croniche l’accesso alle giuste terapie, per esempio il diabete. Per quanto riguarda il primo, parliamo di garze, disinfettanti, pastiglie, cioè materiali che ciascuna famiglia avrebbe dovuto tenere in casa; Greta, studentessa di Scienze infermieristiche, aveva tutte le competenze necessarie.

Poi però lei non è partita...
No, alla loro seconda missione non ho potuto partecipare per dei problemi sorti all’ultimo, mentre alla terza, quella di luglio, mi avevano chiamato a prestare servizio sulle navi della Marina Militare, nell’Operazione Mare Nostrum; quando ho saputo del rapimento, ero già in Kenya. Prima di entrambe le partenze, tuttavia, le ho aiutate nello scegliere i farmaci da portare e nel recuperarli; durante la missione, mi scrivevano via email e Facebook per avere pareri, mandandomi foto dei malati che incontravano.

Sono state delle sprovvedute?
No, per Greta e Vanessa la loro vita era una missione, niente altro. C’è chi mette al primo posto il bene degli altri, anche a costo della propria vita.

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