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domenica 16 giugno 2019
 
 

«Venditori di armi travestiti da benefattori»

01/01/2014  I pacifisti contestano la missione della portaerei che in 5 mesi gira tra Africa e Paesi arabi. I promotori: «Fa conoscere il “made in Italy”». È proprio così?

Una brutta storia. Un centinaio di realtà della società civile si è sollevato contro l’iniziativa del ministero della Difesa che prevede un tour del gruppo navale Cavour, impegnato in una “campagna promozionale” dell’industria bellica italiana insieme ad altre attività, commerciali e umanitarie. Un tour iniziato il 13 novembre, che conduce a tappe la nostra portaerei in 20 porti di altrettanti Paesi africani e arabi, fino al 7 aprile 2014.

La prima reazione è stata della Rete italiana per il disarmo (Rid) che ha scritto una lettera aperta al presidente della Repubblica Napolitano definendo “l’operazione-Cavour” «spregiudicata e inaccettabile». In pochi giorni alla lettera hanno aderito più di 100 realtà della società civile, dalle organizzazioni pacifiste alle Ong e alle associazioni di volontariato. Inoltre, una petizione lanciata sulla piattaforma change.org ha raccolto oltre 11 mila firme.

«Sotto lo slogan del recupero di competitività», dice Giorgio Beretta, tra i promotori del gruppo “Controlliamo il tour della Cavour”, «l’iniziativa mescola una serie di attività che hanno finalità e caratteristiche differenti e che è importante tenere separate. Promuovere la vendita di sistemi militari o sostenere iniziative di tipo commerciale abbinandole a operazioni umanitarie non è infatti un compito che il nostro ordinamento attribuisce al ministero della Difesa o alle Forze armate».

Qual è il punto? La nave da guerra va a promuovere «le eccellenze italiane», ma in una “miscela” quantomeno discutibile: da un lato alcune aziende del migliore “made in Italy”, ma dall’altro anche gli elicotteri dell’Agusta Westland, le armi pesanti della Oto Melara, i radar della Selex Es, la missilistica di Eurofighter. Il tutto sotto un mantello umanitario: Croce rossa italiana, Fondazione Rava e Operation Smile, infatti, curano e operano bambini e malati nei porti asiatici e africani.

I promotori dell’iniziativa parlano di “sistema Paese in movimento”, ma chi la contesta fa notare che il tour verrà a costare 20 milioni di euro, di cui 7 a carico dei contribuenti italiani. Non solo. «Le nostre “eccellenze militari”», c’è scritto nella petizione promossa da un gruppo di deputati di Sel e Rc, «fanno bella mostra di sé in Paesi dove sono in vigore regimi autoritari e in alcuni di questi sono in corso conflitti armati. L’Africa è l’epicentro di guerre e di povertà immense. L’impegno dell’Italia dovrebbe andare nella direzione della pace e della diplomazia. Non privilegiare l’industria militare come strumento di politica estera».


 
 
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