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venerdì 24 novembre 2017
 
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Camilleri:"Montalbano? Doveva vivere per un solo romanzo".

27/05/2016  "Dopo il primo romanzo", raccontava Camilleri in un'intervista uscita su Famiglia Cristiana, "mi parve di non aver esaurito il personaggio. Ne scrissi un secondo, convinto che sarebbe finita lì. Ma il successo ha deciso diversamente".

Chi almeno una volta non ha detto: «Mi sono fatto persuaso», citando il commissario Montalbano? Lui che affascina e seduce, diverte e conquista, lo stesso che televisivamente ha trovato la felice interpretazione di Luca Zingaretti con il debutto nel 1999, ma che letterariamente è nato cinque anni prima con La forma dell’acqua dalla penna inconfondibile di Andrea Camilleri.

Oggi Montalbano compie vent’anni. Da dove nasce l’intuizione di un personaggio così longevo?

«Il personaggio non doveva essere così longevo... Nella mia mente sarebbe dovuto durare solo un romanzo, La forma dell’acqua. Alla fine, però, mi sono reso conto che non ero riuscito a compierlo e allora ho scritto un secondo romanzo, Il cane di terracotta. E lì finiva per me la serie. Ma questi due libri ebbero un tale successo da costringere Elvira Sellerio (l’editore, ndr) e me a scriverne un terzo che io feci con molti dubbi, perché pensavo di non avere il respiro da scrittore tale da poter sostenere una lunga serialità. Invece questa sorta di miracolo è avvenuto. E siamo arrivati a oltre venti romanzi di Montalbano».

E 15 milioni di copie vendute. Si aspettava un successo del genere?

«Mai. È stato un successo superiore a ogni aspettativa e continua a essere un successo molto strano. Perché in pochi sanno che quando esce un nuovo romanzo di Montalbano tutti i romanzi precedenti, quelli storici che non sono di Montalbano, vengono rivenduti, si rivitalizzano».

Quanto conta l’ambientazione, il contesto del personaggio?

«Certo, la Sicilia ha un richiamo in più. Ma la differenza vera è se la cosa è scritta da un siciliano che conosce la sua terra. Se l’avessi ambientato altrove credo che non avrei raggiunto una certa verità o verosimiglianza che, invece, mi è possibile ambientandolo in Sicilia. Io non solo conosco i luoghi; oggi uno può ambientare un romanzo a New York senza esserci stato, basta una di quelle meravigliose guide che ci sono in vendita che ti dicono addirittura se all’angolo c’è un tabaccaio. Il problema non è l’ambientazione, ma sapere come la pensano le persone che abitano in quelle strade, come vivono, come ragionano, che rapporti hanno tra di loro. Questo io lo ignoro, mentre penso di conoscere, per converso, come la pensano i siciliani. Nel 99 per cento dei casi sbaglio, ma l’1 per cento in cui indovino basta per scrivere un romanzo!».

Tutto nasce dai suoi luoghi, da quelli dell’infanzia. Cosa pensa della trasposizione televisiva? Giacché i luoghi letterari differiscono da quelli in Tv.

«La trasposizione televisiva ha spostato a Est la Sicilia dell’Ovest; la Sicilia del Montalbano letterario è una terra arida, con lunghi spazi incolti, gialla bruciata dal sole, cosa che non è in realtà la ricca zona dell’Est con Marina di Ragusa o Scicli e il meraviglioso barocco. È un’ambientazione diversa dal mio personaggio che, però, da un punto di vista televisivo ha funzionato bene, più che se fosse stata nei luoghi letterari».

La casa di Montalbano per esempio. Dove l’aveva immaginata?

«Nella storia letteraria è nella solitudine della spiaggia di Marinella, vicino a Porto Empedocle. Se ci ripenso la vedo come quella di trenta, quarant’anni fa. Con due o tre villette abusive e distanti tra di loro».

Qual è il luogo di quelli frequentati da Montalbano a cui è più affezionato?

«La Scala dei Turchi, quella collina di marmo bianca che scende verso il mare e si trova tra Porto Empedocle e Licata. Lì andavo sempre da ragazzo a fare il bagno perché era irraggiungibile via terra, ci si arrivava solo dalla spiaggia, e dovevi fare due o tre chilometri a piedi, per cui non era molto frequentato. Oggi è tutto diverso, ma allora potevi stare da solo o con qualche amico; era davvero una delizia».

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