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Caino e Abele, la differenza è la fede

17/03/2014  Monsignor Luciano Monari, partendo dalla "provocazione" del Nobel Saramago, rilegge la nota vicenda biblica. Il testo è contenuto nel primo numero del 2014 di "Vita e Pensiero", che celebra il centenario.

Pubblichiamo l'intervento di monsignor Luciano Monari, Ancora su Caino. Una postilla a Saramago, apparso nel numero 1 del 2014 di Vita e Pensiero, che apre le celebrazioni per il centenario della rivista.


Secondo il premio Nobel per la letteratura José Saramago
(cfr. «Vita e Pensiero» 5/2013, pp. 65-79), la Lettera agli Ebrei dice uno “sproposito” quando recita: «Per fede Abele offrì a Dio un sacrifi cio migliore di quello di Caino e in base a esso fu dichiarato giusto» (Eb 11,4). Secondo lui, si tratta di cose «impossibili ad accettarsi, come affermare che Dio considerò Abele suo amico. Cosa significa questo? Stiamo giocando con le parole? Da dove ricaviamo questa informazione? Chi la registrò? Quando? Come? Dove? Abele e Caino sacrificarono a Dio quel che avevano. Anche il povero Caino, se mi è permesso di chiamare “povero” un assassino, offrì ciò che aveva. Dio disprezzò il suo sacrificio. Tutto prende inizio da qui: nacque lì la gelosia, il rancore, l’incomprensione, una volta che Caino non capisce perché Dio lo rifiuti. È uno sproposito logico, che mi porta a dire che questo testo farebbe la sua bella figura in un libro degli spropositi».

È proprio così: secondo il testo biblico Caino, che era agricoltore, «presentò frutti del suolo come offerta al Signore», mentre Abele, che era pastore, «presentò primogeniti del suo gregge e il loro grasso» (Gen 4,3-4). Il testo della Genesi continua: «Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino con la sua offerta». Siamo chiaramente di fronte a un paradosso: la differenza delle offerte dipende dalle diverse attività degli offerenti (coltivatore di campi l’uno e allevatore di greggi l’altro); la differenza di gradimento dipende da una volontà non motivata di Dio.

Naturalmente il lettore può riempire i vuoti del testo immaginando che Abele abbia offerto con un cuore puro il meglio del gregge e che Caino abbia offerto con cuore impuro gli scarti dei frutti della terra; ma chi pensa questo lo fa a suo rischio e pericolo, perché il testo non lo giustifica in nessun modo. Un Dio capriccioso, allora? Una volontà che può affermarsi senza bisogno di giustificarsi? Del tipo: «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare!». Eppure Pietro, di fronte al centurione Cornelio, proclama che «Dio non fa preferenza di persone» (At 10,34). E allora?

"Caino e Abele" di Palma il Giovane (1615-1620). In alto: "Caino uccide Abele" di Tintoretto (1550-1553).
"Caino e Abele" di Palma il Giovane (1615-1620). In alto: "Caino uccide Abele" di Tintoretto (1550-1553).

Probabilmente l’autore del nostro testo ha davanti agli occhi il culto che viene offerto nel tempio di Gerusalemme. Qui a Dio vengono presentate le primizie dei frutti della terra (Dt 26,1-11) e vengono offerti sacrifici di animali. Ma sono i sacrifici di animali a costituire gli autentici sacrifici graditi a Dio, in grado di espiare i peccati, di operare la redenzione, la riconciliazione, il riscatto del popolo. Secondo il Levitico è il sangue che espia perché il sangue è la vita (cfr. Lv 17,11); e la Lettera agli Ebrei fa eco affermando che «senza spargimento di sangue non esiste perdono» (Eb 9,22). Si capisce allora che il nostro autore ritenga l’offerta di un agnello più gradita a Dio dell’offerta di una cesta di primizie.

Si può anche immaginare che dietro al nostro racconto stia la profonda crisi che ha rappresentato nella storia dell’umanità l’inizio della coltivazione della terra (la rivoluzione neolitica). Ma tutte queste spiegazioni rimangono insufficienti: perché Dio non abbia gradito anche il sacrificio di Caino non è spiegabile. E sarà bene cercare di non spiegarlo, perché una spiegazione logica rovinerebbe l’efficacia del racconto. Supponiamo che Caino abbia offerto doni con una modalità sbagliata; in questo caso la risposta di Dio sarebbe del tutto logica; Caino dovrebbe attribuire a se stesso l’errore e dovrebbe quindi starsene tranquillo dicendo: «Me lo sono meritato! Non lo farò più; la prossima volta sarò più bravo». Una banalità; punto.

Ma il racconto, per fortuna, funziona in modo diverso. Caino non può attribuire a se stesso la colpa del rifiuto di Dio e proprio questo fatto produce la tensione che dà avvio al dramma.
Agli occhi di Caino il mondo è ingiusto; quello che gli è capitato non è accettabile; deve fare qualcosa per raddrizzarlo. Caino potrebbe prendersela con Dio, ma questo sarebbe assolutamente inutile. Caino sa che Dio è Dio e che davanti a Dio l’uomo non può pretendere niente; contestare Dio non produrrebbe nulla di buono. E allora? Si noti: il problema non nasce solo dal fatto che Dio non ha accettato l’offerta di Caino; in questo caso Caino avrebbe potuto dire: «Dovevo saperlo: tra Dio e me c’è una distanza infinita; capisco che a Dio non interessino i frutti della mia terra; mica ne ha bisogno!». La tensione vera nasce dal confronto: perché Abele sì e io no? Perché i suoi agnelli sì e il mio grano no? Questo è il vero problema, antico e moderno insieme.

Il mondo è pieno di persone che, facendo il confronto con gli altri, si sentono trattate ingiustamente dalla vita, dal mondo, da Dio: perché sono povere o malate, o deboli, o emarginate, o rifiutate… Queste persone sono ben lungi dal pensare che la loro condizione di disgrazia abbia una spiegazione logica; se la spiegazione logica ci fosse, non ci sarebbe il dramma. Ma proprio perché la spiegazione logica non c’è (o, se c’è, noi non riusciamo a vederla), per questo ci si ribella e si contesta.

Si contesta… chi? Dio? «Se ne ride chi abita i cieli, il Signore si fa beffe di loro» (Sal 2,4). L’unica reazione che può dare davvero soddisfazione sembra essere l’eliminazione dell’altro. Certo, non gli posso attribuire una colpa morale, ma la sua esistenza, così com’è (cioè come esistenza fortunata, più fortunata della mia), non ha motivazione sufficiente. Se lo elimino, non rendo migliore la mia condizione, ma cancello il confronto e quindi cancello lo scandalo.

Nel dramma di Caino c’è il nostro stesso dramma, quello che ci porta a reagire a un mondo che non è logico come dovrebbe essere. Ha ragione Saramago quando parla di uno sproposito; ma bisogna riconoscere che è proprio questo sproposito che fa del testo biblico uno specchio della nostra condizione, dei nostri risentimenti, della nostra aggressività. Se togliamo lo sproposito, il racconto diventa lineare e banale insieme; il fratricidio diventa una pura espressione di violenza che non ha nulla da dirci. A questo punto possiamo tentare di capire anche la Lettera agli Ebrei: «Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base a essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora» (Eb 11,4).

L’autore sta scrivendo una “storia della fede” attraverso una galleria di protagonisti della narrazione biblica. All’inizio di questa galleria l’autore ha posto un principio: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio» (Eb 11,1-2). Dio è, per definizione, “altro” dal mondo. Il mondo è l’insieme di tutte le cose che si possono vedere, ascoltare, toccare, immaginare… Dio sta oltre il mondo e le cose; non è quindi “visibile” e nemmeno “immaginabile”. Similmente le promesse di Dio si collocano nel futuro, e in un futuro che non sta dentro la storia, che non è quindi estrapolabile dal corso degli eventi attuali.

L’unico possibile rapporto con Dio e la sua promessa avviene attraverso la fede che apre gli occhi verso ciò (Colui) che è invisibile e apre il desiderio verso ciò (Colui) che non è afferrabile. Prendiamo allora l’esperienza di Abele che offre a Dio un sacrificio del suo gregge. Come può Abele avere fatto un sacrificio effettivamente gradito a Dio? Dobbiamo dire che tutto dipendeva dall’oggetto dell’offerta? Dio ha gradito il sacrificio di Abele perché Abele ha offerto un agnello? No, dice la Lettera agli Ebrei: ciò che rende gradito a Dio un sacrificio è la fede, cioè l’apertura del cuore a Dio invisibile, la trascendenza del cuore rispetto al mondo delle cose visibili. Ciò che rende gradito un sacrificio è il fatto che il cuore dell’uomo compia una scelta che trascende il mondo (e i vantaggi del mondo) per rischiare il dono gratuito rivolto a Colui che non vedo e che non controllo – che in nessun modo potrei vedere o controllare.

E Caino? Perché il sacrificio di Abele è definito «migliore» di quello di Caino? Va notato, anzitutto che il nostro autore non giudica direttamente il sacrificio di Caino; non dice che questo sacrificio non sia stato accettato da Dio. Dice solo che il sacrificio di Abele era «migliore». Non avrebbe potuto parlare diversamente, dal momento che aveva posto alla base un principio del tipo: la fede, e solo la fede, rende accetti a Dio perché la fede, e solo la fede, pone in relazione con ciò (Colui) che non è mondo. Dove c’è fede, non è possibile che non ci sia accettazione da parte di Dio, perché la fede è esattamente l’effetto suscitato nell’uomo da Dio che gli si è fatto vicino. La fede non è un salire dell’uomo verso Dio (che potrebbe riuscire o non riuscire, secondo i casi); è invece l’accoglienza nell’uomo del cammino di Dio che scende verso di lui; è ossequio che la creatura rende al creatore quando il creatore le si fa vicino.
L’ultimo interrogativo è la definizione di Abele come amico di Dio. In realtà, non so dove Saramago abbia trovato questa espressione. Per quanto mi risulta, l’espressione “amico di Dio” è riferita nella Bibbia ad Abramo (Is 41,8) e a Mosè (Es 33,11), non ad Abele; ma la questione è secondaria. In fondo, si legge nella Bibbia che la sapienza, entrando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti (cfr. Sap 7,27). Si chiede Saramago: «Cosa vuol dire? Giochiamo con le parole?». Forse sì, ma certo stiamo giocando un gioco serio. L’amicizia indica la profondità di un rapporto che coinvolge non solo dimensioni esterne (come l’obbedienza a un comando), ma anche mozioni interne (i sentimenti, i desideri); che produce una vera condivisione di vita.

Ora, se Dio è «più intimo a me di me stesso», se è possibile vivere un rapporto di “alleanza” con Dio, se Dio entra in relazione con l’uomo attraverso la sua Parola e può donare all’uomo il suo Spirito, perché non chiamare tutto questo “amicizia”? C’è forse una parola migliore? Rimane da chiedersi: da dove so che Dio mi è amico? Bastano le parole della rivelazione universale, della Bibbia? Credo che la risposta più convincente sia l’amore che la relazione con Dio suscita e fa crescere in me. Certo, può esserci in me una forma illusoria di risposta all’amicizia e all’amore (e questa forma illusoria si riconosce dalle sue deformazioni: superstizione, aggressività, settarismo…); ma quando nasce e si sviluppa un’autentica capacità di amore – verso Dio, se stessi, gli altri, la vita, il futuro… – tutto questo testimonia la verità dell’amore di Dio nell’uomo, quindi dell’amicizia di Dio per l’uomo.

Stiamo giocando con le parole perché l’amicizia (che normalmente è tra uguali) viene proiettata a indicare il rapporto con ciò (Colui) che è infinitamente oltre; ma è un gioco serio, perché rende più umani e provoca a un amore crescente verso il mondo.

Luciano Monari
(ordinato vescovo nel 1995 ed eletto da papa Giovanni Paolo II
 alla sede di Piacenza-Bobbio; nel 2007 papa Benedetto XVI lo ha trasferito
 presso la sede di Brescia; dal 2005 al 2010 è stato
 vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana per il Nord Italia;
 è autore di diversi studi biblici)

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