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«Vivo pensando ogni giorno alla donna che me l’ha donato»

08/12/2014  Dopo il trapianto i problemi di salute di Alessia non sono finiti. E ha dovuto abbandonare il sogno di essere madre biologicamente. Ma la ragazza romana trascorre le sue giornate nella gratitudine.

Alessia Montrone alla festa per i dieci anni dell'Acti-Roma, insieme a un'altra associata. In copertina: un primo piano di Alessia (foto di Cristian Gennari).
Alessia Montrone alla festa per i dieci anni dell'Acti-Roma, insieme a un'altra associata. In copertina: un primo piano di Alessia (foto di Cristian Gennari).

Voglia di vivere, ne ha da vendere. Bella, esuberante, a volte sopra le righe, Alessia Montrone ha tutte le ragioni per gridare al mondo di esserci. Romana, classe 1979, la sua esistenza poteva concludersi a soli 19 anni: «Avevo un piccolo affanno, ma lo attribuivo allo stress: facevo due lavori, in un negozio di casalinghi e in un negozio tessile, cucivo con le macchine (quindi senza sforzo fisico, era questione di testa e di mani); all’epoca fumavo».

In ospedale la rassicurano, parte per una vacanza a Trieste dagli zii con il suo fidanzato Marco. A casa, d’improvviso, crolla a terra: braccio destro storto, gamba destra storta, bocca e occhio destro storti. «Tre ictus. Mi portano al pronto soccorso e mi ricoverano in terapia intensiva all’ospedale maggiore di Trieste, dove mi viene diagnosticata una cardiomiopatia dilatativa e impiantato un pacemaker con defribillatore interno. Ero piena di tubi».

Era il 1999. Alessia resta tre mesi ricoverata, scoprendo di avere nel petto il cuore di una persona di 80 anni. E non c’è una risposta precisa, un perché: «Può essere dipeso da un virus che ho preso, da un organo che non andava bene. Nessun cardiopatico in famiglia». Di quella esperienza lei dice che le siano rimasti dei segni sul viso, ma sono impercettibili. Torna finalmente a casa, nella capitale, e nel novembre ’99 viene presa in cura all’ospedale San Camillo-Forlanini. Le dicono subito: «Tu vai messa in lista d’attesa per il trapianto», e cominciano a farle tutti gli screening e gli esami necessari per questo intervento.

La ricoverano, altri due mesi in ospedale. La quotidianità di Alessia si sgretola completamente: «Ho perso il lavoro. Non riuscivo più a camminare, avevo l’affanno anche a parlare». Passano i mesi. Dopo circa un anno – trascorso tra casa e ospedale – Alessia viene inserita nella lista d’attesa. Finché l’11 febbraio del 2002, mentre sta in un centro estetico per un trattamento al viso, le si scaricano pacemaker e defibrillatore. L’ambulanza la porta al Policlinico Casilino in condizioni gravissime, il fratello e il fidanzato pagano un’altra ambulanza privata per trasportarla di corsa al San Camillo: «Avevo una settimana di vita, il cuore ormai non ce la faceva più, i reni quasi non funzionanti. Io non riuscivo a crederci, come una bambina: sapevo che non potevo vivere ma speravo di vivere. Non potevo pensare che un’altra persona morisse per donarmi il suo cuore».

Alessia si stava preparando a morire. Invece «domenica notte», ricorda, «arrivò questo cuore da Napoli. Qualcuno mi disse che era di una ragazza di 22 anni, sposata da sei mesi; uscita a fare la spesa, era caduta e aveva battuto la testa, scivolando in un coma irreversibile. Morte cerebrale. Il marito decise di donarne gli organi. Posso dire soltanto che grazie a lei», aggiunge commossa, «io vivo per due. Ogni cosa che faccio, la faccio anche per quella ragazza, non solo per me».

Dopo il trapianto, tre mesi di rigetto e di biopsie. S’interrompe per quasi tre anni la relazione con Marco. Poi la vita sembra riprendere lentamente il suo corso: un lavoro da segretaria, sedentario ma intenso. Finché l’estate scorsa Alessia si sente male: soffre di ciclo emorragico e le perdite eccessive di sangue minacciano seriamente la sua salute e la funzionalità renale. È necessario indurre la menopausa precoce. «Avevo il desiderio di diventare mamma. Ma penso a lei che non c’è più: io non posso pretendere l’infinito, star bene e andare avanti resta il dono più bello». E aggiunge: «Sto affrontando questa nuova battaglia con la vita che mi ha messo alla prova, ma non mollo, ho la pelle dura; mi sento come una mamma che deve proteggere un figlio. Non hai nel petto un “pezzo” di ricambio: dietro il trapianto ci sono sentimenti, c’è una storia. È dono che ti porterai dentro a vita… Difficile spiegarlo: è una cosa spettacolare avere una cosa di un’altra persona nel tuo corpo, una sensazione meravigliosa e una grande responsabilità. Un estraneo ti dà la vita e te la senti dentro, la senti tua».

Da dieci anni Alessia fa parte dell’Associazione cardio-trapiantati italiani, sezione di Roma. «Quando posso dò una mano, sono a disposizione per qualsiasi evento. La nostra onlus è utile per far vedere che se doni un organo le persone portano avanti questo dono; scopri come lo vivono, custodendolo. Non vogliamo soldi, ma consapevolezza; non chiediamo cose, ma desideriamo sensibilizzare sul significato del donare gratuitamente una parte di sé per restituire la vita a un’altra persona».

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La gioia di chi ha un cuore nuovo grazie a un trapianto
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