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venerdì 18 ottobre 2019
 

15 Agosto-XII Domenica dopo Pentecoste


1. La dodicesima domenica “dopo Pentecoste”

La storia della salvezza registra eventi tragici per il popolo di Israele come conseguenza del suo allontanamento da Dio e della sua ostinata resistenza ai richiami dei profeti. Siamo così messi in guardia dal fare altrettanto chiudendoci a Gesù e al suo Vangelo.    
Le lezioni bibliche offerte dal Lezionario sono: Lettura: 2 Re 25,1-17; Salmo 77; Epistola: Romani 2,1-10; Vangelo: Matteo 23,37-24,2. Nella Messa vespertina del sabato il Vangelo della Risurrezione è preso da Giovanni 21,1-14. Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XX Domenica del Tempo “per annum” nel Messale ambrosiano.    


2. Vangelo secondo Matteo 23,37-39.24,1-2      

In quel tempo.  Il Signore Gesù disse: 37«Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 38Ecco, la vostra casa è lasciata a voi deserta! 39Vi dico infatti che non mi vedrete più, fino a quando non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».    
24,1Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. 2Egli disse loro: «Non vedete tutte queste cose? In verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta».   
 


3. Commento liturgico-pastorale      

Il brano evangelico si presenta diviso in due parti: la prima, comprendente i vv 37-39, rappresenta la parte finale del discorso polemico contro “scribi e farisei”, ma anche contro Israele e la stessa Gerusalemme, pronunciato da Gesù nel Tempio. La seconda 24,1-2 riporta l’avvio del discorso fatto da Gesù ai suoi discepoli, “fuori” dal Tempio e riguardante gli eventi finali che preparano la “parusia”, la venuta cioè del Signore, alla fine dei tempi, per il giudizio.     In particolare, nei vv 37-39, Gesù dopo l’invettiva  contro scribi e farisei e, in generale, contro il popolo d’Israele, “uccisori di profeti”, si rivolge direttamente alla città di Gerusalemme. A essa ricorda il suo passato fatto di disobbedienze a Dio e del rifiuto di ascoltare e di accogliere i profeti di continuo mandati da lui come segno della sua premura “paterna”.

    La Lettura ci presenta il resoconto della distruzione della città a opera di Nabucodonosor, re di Persia (597 a.C.), come conseguenza del degrado religioso e morale della città, a causa del suo traviamento idolatrico.

    Gesù, in linea con il comportamento di Dio stesso, usa l’immagine biblica della chioccia (cfr. Isaia 31,5; Sl 36,8) per dichiarare il suo grande amore per il suo popolo e la città sede del Tempio. Un amore che intende proteggerla e preservarla dagli eventi luttuosi attraverso i suoi richiami, le sue parole. Ma invano. Gesù subisce, come tutti i precedenti inviati di Dio, il rifiuto e come essi, la morte violenta.

     Si aggancia, così, con il v 38, l’annunzio come conseguenza del rifiuto del “giudizio” sulla città che “vi sarà lasciata deserta”, predicendo con ciò il definitivo ritiro e abbandono da parte di Dio della sua “casa”, ovvero del Tempio e del suo popolo, lasciando perciò campo libero ai tragici eventi come l’effettiva e definitiva distruzione di Gerusalemme e del Tempio, nel 70 d.C. a opera delle legioni romane.

    Al v 39 Gesù parla della sua dipartita, ovvero della sua morte come di una sua momentanea assenza fino alla sua “parusia”, nella quale verrà da tutti riconosciuto come il Messia, il Figlio dell’uomo mandato “nel nome del Signore” (cfr. Salmo 118,6).

    I vv 1-2 del cap. 24, come abbiamo già detto, ci trasportano fuori dal Tempio e riportano parole di Gesù dirette ai suoi discepoli e quindi di grande importanza per la sua comunità che viene così informata sugli eventi finali riguardanti la già citata distruzione di Gerusalemme e del Tempio e sulla necessità di farsi trovare preparati.

    Nello spiegarsi graduale della salvezza che l’attuale tempo liturgico ci fa ripercorrere alla luce della Pasqua del Signore, ci viene oggi offerta dalla Parola una chiave interpretativa delle vicende  della storia nella quale, come un tempo Israele, oggi è immersa la comunità del Signore, ossia la Chiesa. Questa, alla luce delle vicende di Israele, è messa in guardia dal cadere nella stessa triste condizione di chiusura, di indifferenza alla parola di Dio, di rifiuto pratico del suo ultimo e definitivo inviato, ossia il suo Figlio Gesù.

    Tale rifiuto espone oggi, come allora, la comunità a eventi davanti ai quali è come disarmata e indifesa, come lo fu Gerusalemme davanti a Nabucodonosor prima e poi all’imperatore romano Vespasiano. La Chiesa, dunque, e tutti noi  in essa, siamo esortati ad ascoltare i richiami pieni di amore che il Signore Gesù ci rivolge, come fa la chioccia verso i suoi pulcini indifesi.

    Sotto le sue ali, al suo riparo, la Chiesa andrà incontro agli eventi della storia, certa di non essere quella casa “lasciata deserta” dall’abbandono del suo Signore. Istituita da lui saprà valutare, come si conviene, le realtà di questo mondo destinate a “passare” così come le belle pietre del Tempio di Gerusalemme.

    In una parola, la Chiesa, certa che il suo Signore, non l’abbandonerà mai, sarà stimolata ad accoglierlo e ad ascoltarlo come l’unico supremo inviato di Dio e a ubbidire a ogni sua parola convertendosi dal “cuore duro e ostinato” (cfr. Romani 2,5). In tal modo non sarà scossa e turbata dagli accadimenti spesso tragici della Storia e, avvertendo la protezione amorosa del Signore, si manterrà fedele alla sua parola attendendo così, con serenità, la sua “parusia”, il suo “giudizio”.

    Per questo, mentre chiediamo a Dio di “renderci attenti e docili alla voce interiore dello Spirito” (orazione All’inizio dell’Assemblea Liturgica) che ci porta viva la Parola di Gesù, così supplichiamo: «Donaci, o Dio, la sapienza dell’umiltà; non abbandonarci ai calcoli incerti degli accorgimenti umani, ma serbaci nella protezione della tua provvidenza che non delude»  (orazione A conclusione della Liturgia della Parola)  



16 agosto 2010 – Assunzione della Beata Vergine Maria

La tradizione liturgica della nostra Chiesa ambrosiana riserva il giorno di domenica alla celebrazione, in modo esclusivo, del mistero di Cristo, segnatamente della sua Pasqua di morte e di risurrezione. Per questo la solennità dell’Assunzione, coincidendo quest’anno con il giorno di domenica, viene posticipata di un giorno.

    Il Lezionario prevede le seguenti lezioni bibliche: Lettura: Apocalisse 11,19; 12,1-6.10; Salmo 44; Epistola: 1Corinzi 15,20-26; Vangelo: Luca 1,39-56. Il Lezionario prevede le seguenti lezioni bibliche: Lettura: Apocalisse 11,19; 12,1-6.10; Salmo 44; Epistola: 1Corinzi 15,20-26; Vangelo: Luca 1,39-56.


15 agosto 2010

 
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