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mercoledì 23 ottobre 2019
 

6 Giugno 2010 - II domenica dopo Pentecoste

1. La seconda domenica dopo Pentecoste

    La liturgia odierna ci presenta la “creazione” come primo momento dell’effettivo dispiegarsi, nel tempo, del disegno divino di salvezza, concepito nel cuore della Trinità e che culmina nella Pasqua del Signore. I testi biblici oggi proposti sono: Lettura: Siracide 18,1-2.4-9a.10-13; Salmo 135; Epistola: Romani 8,18-25; Vangelo: Matteo 6,25-33. Nella Messa vespertina del sabato si proclama: Luca 24,1-8, quale Vangelo della Risurrezione. I canti e le preghiere per la Messa sono quelli della X domenica del Tempo “per annum” nel Messale ambrosiano.

2. Vangelo secondo Matteo 6,25-33

    In quel tempo. Il Signore Gesù ammaestrava le folle dicendo: 25«Io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete e berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non sèminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».

3. Commento liturgico-pastorale

    Il brano è preso dal più ampio “discorso sul monte” che occupa i capitoli 5-6 e 7 del Vangelo secondo Matteo. In particolare i versetti oggi proposti riportano le parole di Gesù che, dopo aver insegnato ai suoi discepoli a rivolgersi a Dio invocato come Padre, li esorta ad abbandonarsi con fiducia alla sua premura paterna.

    Di qui l’ammonimento a non lasciarsi soffocare dalle preoccupazioni puramente materiali (v 25), convalidato da due immagini destinate ad alimentare nei discepoli la fiducia in Dio, Padre provvidente: gli “uccelli del cielo” per il cui sostentamento provvede Dio stesso (vv 26-27) e i “gigli del campo” che Dio riveste in maniera splendida (vv 28-30).

    Segue, infine, la rinnovata esortazione a evitare ogni eccessivo affanno (vv 31-32) e soprattutto l’invito a ricercare sopra ogni cosa “il regno di Dio e la sua giustizia” (v 33).

    La tradizione liturgica ambrosiana, nel proclamare il presente testo evangelico, intende avviare nel tempo dopo Pentecoste, alla luce perciò del compimento della Pasqua, la rivisitazione della progressiva rivelazione e attuazione del disegno divino di salvezza che, partendo dal seno della Trinità, intende tutto a essa ricondurre proprio nel Signore crocifisso, risorto, salito al Padre per l’effusione dello Spirito Santo.

    La “creazione” è, pertanto, qui compresa come primo momento del disvelarsi di quel disegno e, dunque, come iniziale autentica manifestazione di Dio e del suo mistero di per sé inaccessibile all’uomo: «A nessuno è possibile svelare le sue opere e chi può esplorare le sue grandezze? La potenza della sua maestà chi potrà misurarla? Chi riuscirà a narrare le sue misericordie? Non c’è nulla da togliere e nulla da aggiungere, non è possibile scoprire le meraviglie del Signore» (Lettura: Siracide 18,4-6).

    Dio stesso, però, rivela le sue meraviglie: «Ha creato i cieli con sapienza… ha disteso la terra sulle acque… ha fatto le grandi luci… il sole per governare il giorno… La luna e le stelle per governare la notte» (Salmo 135).

    Ma, in maniera del tutto inaspettata e sorprendente, nelle meraviglie del creato egli ha rivelato la sua “misericordia”, anzi, il suo “amore”, che riguarda “ogni essere vivente” come ha ben capito l’antica sapienza orante del popolo della prima Alleanza e come Gesù stesso ha ribadito nelle stupende immagini degli “uccelli del cielo” e dei “gigli del campo”.

    “Misericordia e amore” che Dio riserva specialmente all’uomo creato come sua “immagine” e posto al centro del cosmo ma di cui ben conosce la nativa fragilità e provvisorietà: «Come una goccia d’acqua nel mare e un granello di sabbia, così questi pochi anni in un giorno dell’eternità» (Siracide 18,10). Eppure proprio all’uomo Dio ha «affidato le meraviglie dell’universo perché, fedele interprete dei tuoi disegni, esercitasse il dominio su ogni creatura e nelle tue opere glorificasse te, Creatore e Padre» (Prefazio).

    Sappiamo, però, come l’uomo non ha corrisposto alle attese di Dio. Con il peccato non solo è caduto nella “corruzione”, e perciò inevitabilmente nella morte, ma ha trascinato, nella sua caduta, l’intera creazione a lui legata. Essa, perciò, “geme e soffre” con l’uomo, nella “speranza” di essere «liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Epistola: Romani 8,21-22).

    Il Dio, che nutre gli “uccelli del cielo” e veste magnificamente i “gigli del campo”, ascolta il gemito e la sofferenza del creato. Il suo cuore è aperto nell’accogliere il grido dell’uomo. A tutti viene incontro con la sua provvidenza che non si limita a un soccorso momentaneo ma, nel suo Figlio crocifisso e risorto, ha effuso lo Spirito per far passare l’uomo, e dunque il cosmo, dalla “corruzione” alla condizione gloriosa propria dei figli di Dio (v 21).

    Della provvidenza paterna di Dio tutti facciamo esperienza quando nei santi misteri ci “riveste” del suo Figlio Gesù e ci “nutre” con un cibo che ci libera «da ogni male che insidia il nostro cuore e la nostra vita» (Orazione Dopo la Comunione) e ci dà un saggio di quella “gloria” a cui l’intera opera delle sue mani è destinata.


04 giugno 2010

 
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