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mercoledì 23 ottobre 2019
 

8 Agosto 2010 - XI Domenica dopo Pentecoste

 
1. L’undicesima domenica “dopo Pentecoste”

Pone in rilievo la figura di Elia, il più grande dei profeti. Egli annunzia, nella sua predicazione e nell’intera sua vicenda, la persona e la missione di Gesù che porta nel mondo la Parola di salvezza da lui attuata nella sua Pasqua. Il Lezionario fa oggi proclamare: Lettura: 1Re 21,1-19; Salmo 5; Epistola: Romani 12,9-18; Vangelo: Luca 16,19-31. Alla Messa vigiliare del sabato il Vangelo della Risurrezione è preso da Giovanni 20,24-29. Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XIX Domenica del Tempo “per annum” nel Messale ambrosiano.


2. Vangelo secondo Luca 16,19-31

In quel tempo.  Il Signore Gesù disse: 19«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».


3. Commento liturgico-pastorale

Il brano, noto come la parabola “del ricco epulone” e del povero Lazzaro, mostra le conseguenze tragiche prodotte dall’uso perverso delle ricchezze da cui il Signore aveva già messo in guardia con la precedente parabola dell’amministratore infedele (16,1-8) e con il suo insegnamento al riguardo (16,9-13) che  addita, nell’elemosina, l’uso buono delle stesse ricchezze.

    La parabola si presenta divisa in due parti. Nella prima, vv 19-25, viene illustrato il totale ribaltamento di situazione che avviene per il ricco e per il povero, nell’ora della morte. Un cambiamento reso drammatico dalla visione del ricco non più vestito di “porpora e di lino finissimo”, ma nell’inferno tra “i tormenti”. Egli, abituato ai sontuosi banchetti quotidiani, ora chiede solo una goccia d’acqua fresca. Il povero, al contrario, ora è “nel seno di Abramo” ovvero partecipa della beatitudine e della felicità eterna. Un simile cambiamento, avverte il v 26, è irreversibile e non è pensabile passare dai “tormenti” al “seno di Abramo” per via del “grande abisso” che divide per sempre le due situazioni.
Nella seconda parte della parabola (vv 27-30) l’attenzione è rivolta ai cinque fratelli del “ricco” i quali, evidentemente, vivendo come lui, sono inesorabilmente destinati alla sua orribile fine. Essi, però, essendo ancora in vita, possono evitare tale fine, decidendo di obbedire a “Mosè e i Profeti” (v 29. v 31).

    Nel progressivo dispiegarsi della storia della salvezza che il tempo liturgico “dopo Pentecoste” ci fa rivivere nelle sue grandi tappe considerate nella loro tensione alla Pasqua, un posto di rilievo è occupato dai Profeti rappresentati emblematicamente da Elia. Egli riassume la rivelazione vetero-testamentaria che va sotto il nome, appunto, di  “Profeti” e che, insieme a Mosè, che riassume in sé il Pentateuco (la Legge), indica, di fatto, tutta la Scrittura così come viene fatto capire nel testo evangelico oggi proclamato.

    I profeti sono mandati da Dio con il compito essenziale di mantenere il popolo a lui appartenente nella fedeltà all’alleanza, additando le mancanze che ledono tale alleanza e che spiegano anche le “prove” che, per questo, si abbattono sul popolo stesso. I profeti, perciò, predicano la necessità di conversione dall’idolatria e dalla condotta malvagia volgendosi con fiducia a Dio e camminando nelle sue vie.

    La Lettura ci offre la testimonianza di Elia che non teme di affrontare il perfido re Acab denunciando apertamente il suo crimine – l’uccisione proditoria di Nabat e l’usurpazione della sua vigna – e la conseguente punizione che lo attende (1Re 21,8-19).
Tutta la Scrittura (= Mosè e i Profeti), perciò, è da Dio donata perché sia “ascoltata” e “obbedita”. Essa, in realtà, annuncia e prepara l’invio nel mondo non più di intermediari per quanto grandi come Mosè e i Profeti, ma della stessa “Parola” ossia di Gesù di Nazaret. Egli insegna  agli uomini la via per sfuggire al triste destino del “ricco” ossia alla rovina eterna  e arrivare così nel “seno di Abramo” ossia alla felicità eterna.

    Nel Signore Gesù, nella sua Parola noi abbiamo la possibilità di ascoltare “tutta la Legge e tutti i Profeti” che lui riassume nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo teso a ribaltare totalmente quella mentalità e quello stile di vita emblematicamente espresso nella figura del “ricco epulone”.

    Egli divenuto oramai impermeabile ai divini richiami, si ostina a perseguire un’esistenza illusoriamente ritenuta sicura perché al riparo delle “ricchezze” di questo mondo: il denaro, il potere, il piacere. Una tale esistenza è inesorabilmente  avviata al “grande abisso” dal quale neanche un “miracolo”, quello invocato dal “ricco” per i suoi fratelli, potrebbe liberare.

    Immensamente grati al Padre per il dono del suo Figlio, sua Parola vivente, cogliamo anche noi l’invito delle Scritture a verificare il nostro autentico atteggiamento di fronte a Gesù e al suo Vangelo. “Oggi” è ancora possibile, qualora registrassimo in noi indifferenza e chiusura alla Parola, fermarci dal cadere nel “grande abisso” e operare quella “conversione” del cuore che l’apostolo Paolo traduce in concreto programma di vita (Epistola: Romani 12,9-18) e che il Canto al Vangelo così sintetizza: «Beati coloro che custodiscono la parola di Dio con cuore integro e buono e producono frutto con perseveranza».


08 agosto 2010

 
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