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«Alzò la mano contro il fratello»

L'offerta di Caino, dipinto di scuola fiamminga. Pamplona, Museo de Navarra.
L'offerta di Caino, dipinto di scuola fiamminga. Pamplona, Museo de Navarra.

Adamo conobbe Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo grazie al Signore!”. Poi partorì ancora Abele, suo fratello». Comincia così il cap. 4 della Genesi, la storia della prima famiglia dell’umanità, con tutta la gioia di una madre che ha “acquistato” un figlio “grazie al Signore”.

Questo verbo strano per indicare la generazione è stato scelto per spiegare, in modo linguistico libero, il nome “Caino”, capostipite della tribù dei Qeniti: in ebraico, infatti, “acquistare” è qanah e Caino Qayin. Questa felicità è infranta quando i due figli crescono e prendono strade diverse. Caino, il maggiore, farà l’agricoltore, incarnando quindi la situazione dei sedentari, cioè della popolazione urbana,
mentre Abele – il cui nome in ebraico è già un presagio della sua sorte perché significa “soffio”, realtà “vana”, come habel, il “vanità delle vanità” del sapiente biblico Qohelet-Ecclesiaste – sarà un pastore, rappresentando le popolazioni nomadiche.

E come accade spesso ai nostri giorni, tra i cittadini e i nomadi le relazioni non sono facili e le tensioni frequenti. La Bibbia descrive la tragedia della famiglia di Eva e Adamo con una sola pennellata di intensa drammaticità: «Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello e lo uccise » (Genesi 4,8). È la violenza che si consuma all’interno del nucleo familiare e dilaga poi nella società. Alla base c’è la gelosia, legata alla diversa reazione di Dio di fronte ai sacrifici dei due fratelli. In realtà l’espressione “gradire (o non gradire) il sacrificio” da parte di Dio è un modo per descrivere il successo e la prosperità (o meno) di una persona, un benessere interpretato come frutto della benedizione divina.

È, questa, una delle radici più maligne di tante divisioni familiari: l’egoismo frustrato, l’invidia per la felicità altrui, l’orgoglio ferito. «L’invidia è come una carie delle ossa», si legge nel libro dei Proverbi (14,30). L’esito è non di rado simile a quello del nostro racconto: “alzare la mano” e colpire a morte l’oggetto di questa invincibile gelosia. Essa è un «peccato accovacciato alla tua porta», una belva insaziabile che pervade l’istinto e offusca la ragione. Eppure – dice l’autore biblico – «tu lo puoi dominare» (Genesi 4,7). Risuona, infatti, nella coscienza dell’omicida una voce che non si può far tacere.

Il giudizio divino, prima o poi, si presenterà con quel rimorso che non dà tregua e costringe Caino a vagare come un nomade, lui il sedentario: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (4,10). Una pagina da meditare riga per riga, non ignorando però il finale quando il Dio giusto sarà pronto a perdonare e a proteggere persino il fratricida pentito: «Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (4,15). Un monito sociale implicito contro la pena di morte e un appello a ritessere con fatica e coraggio la solidarietà familiare, anche dopo i drammi e le lacerazioni.


21 novembre 2014

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