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martedì 22 ottobre 2019
 

Catechismo: non diventiamo afoni alle orecchie dei giovani

Ho fatto, come catechista, un percorso con un gruppo di una ventina di ragazzi che ho seguito dai 7 ai 14 anni. Esperienza talvolta faticosa ma bella e interessante, dalla quale ho maturato alcune riflessioni (sono anche madre felice di tre figli). Credo che molti giovani avvertano ancora forte l’attualità del messaggio di Gesù Nazareno, che interroga e parla alla loro vita. Nonostante ciò, il rito religioso, in particolare la Messa settimanale, viene percepito dai ragazzi come noioso, ripetitivo, scarno di significato, vecchio… Credo che accanto a complesse letture sociali, che mettono in gioco il ruolo dei genitori e delle famiglie, ci sia forte anche un problema di linguaggi, di comunicazione, di modalità ecclesiastiche afone alle orecchie dei giovani.

È vero, possiamo accontentarci di dire: aspettiamo che il seme fruttifichi, pregheranno nel silenzio della loro stanza… ma così ci arrendiamo a perdere progressivamente la dimensione comunitaria cristiana, aspetto fondamentale dell’essere Chiesa fraterna, altruista, dell’essere cristiani in relazione con gli altri. E allora penso che a cambiare dovremmo essere per primi noi adulti. Potremmo provare a entrare in ascolto autentico dei vissuti dei nostri ragazzi, tentare di costruire nuove sperimentazioni, senza la presunzione di saper già cosa fare, quali percorsi intraprendere. Immaginare altri spazi, tempi, linguaggi, formule. Parole essenziali, attuali, momenti che, certo, mantengano al centro il benedire e lo spezzare il Pane e che comunichino il fondamento della condivisione e dell’affidarsi a Dio Padre.

ROSANNA

Grazie per questa riflessione, cara Rosanna. Nel Sinodo dei vescovi che si è appena concluso quello del linguaggio, anche nella liturgia, è un aspetto sottolineato da molti, a partire dai giovani stessi. La parola sinodo indica un cammino da fare insieme e perciò c’è ancora spazio per approfondire e mettere in pratica quello che suggerisci. Sottolineo in particolare il tuo riferimento a una dimensione fondamentale della nostra fede, oggi messa in ombra dalla mentalità individualista che respiriamo, e cioè la dimensione comunitaria, relazionale, della vita cristiana, che la liturgia dovrebbe manifestare.

Come fare? Non ho una ricetta da offrire, ma mi hanno colpito alcune indicazioni dell’Instrumentum laboris del Sinodo. Prima di tutto si rileva come, in base alle risposte ai questionari, «i giovani sono sensibili alla qualità della liturgia». Non si tratta, allora, di inventarsi chissà che cosa, ma di far sì che non accada quello che hanno denunciato i giovani stessi nella riunione pre-sinodale: nonostante i cristiani professino un Dio vivente «troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte». La liturgia manifesta se la nostra è una fede viva.

In concreto, segnala ancora l’Instrumentum laboris, molti vescovi assicurano che «dove la liturgia e l’ars celebrandi sono ben curate vi è sempre una presenza significativa di giovani attivi e partecipi». Gli stessi momenti celebrativi, anzi, possono «diventare luogo e occasione per un rinnovato primo annuncio ai giovani». Serve comunque una adeguata formazione liturgica per i ragazzi, per far comprendere la ricchezza e la bellezza della liturgia. Molto dipende anche dall’omelia e dal modo di celebrare di chi presiede la Messa. Troppo spesso è proprio qui che il linguaggio si fa astruso, lontano dalla sensibilità dei giovani, fuori sintonia.


23 novembre 2018

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