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Cardinale arcivescovo e biblista

Come una tenda nel deserto

Tobia e l'angelo, dipinto di Giovanni Girolamo Savoldo (1480 ca.-1548 ca.). Roma, Galleria Borghese.
Tobia e l'angelo, dipinto di Giovanni Girolamo Savoldo (1480 ca.-1548 ca.). Roma, Galleria Borghese.

Il Lezionario liturgico del matrimonio propone un altro brano del libro di Tobia, il cap. 8, versetti 5-10. La storia di Tobia junior, il giovane che compie un lungo viaggio alla ricerca della donna della sua vita, raggiunge ora il suo vertice sereno e gioioso, dopo innumerevoli ostacoli.

Alla notte nuziale Tobia e Sara si preparano con la preghiera, consapevoli che il loro amore, nella pienezza anche dei corpi e dei sentimenti, è stato santificato da Dio. Nel racconto popolare di questo libro biblico Sara è assediata da uno spirito maligno. Ora Tobia invoca Dio, il Signore della vita, perché conceda l’efficacia della sua presenza: essa produrrà fecondità e felicità. La supplica dello sposo Tobia si apre con una benedizione, cioè con una lode indirizzata al Creatore che «ha plasmato Adamo donandogli Eva come aiuto». Nell’arazzo multicolore del creato, con i cieli luminosi, la terra piena di creature viventi, le opere dei mari e dei fiumi, brilla lo splendore della coppia umana.

L’esperienza che essa vive, pur ancorandosi alla sessualità e all’istinto, supera l’orizzonte meramente fisico attraverso l’amore e la spiritualità, la coscienza della paternità e della maternità. I figli costruiranno il futuro della storia, trasmettendo al mondo la fede in Dio e la memoria delle azioni di salvezza compiute per i loro padri (cfr. Salmo 78,6-7). Nella benedizione cristiana degli sposi si augura a loro di essere «guide forti e sagge dei figli che allieteranno la loro famiglia», di poter «vedere i figli dei loro figli e dopo una vita lunga e serena di essere accolti nella casa del Signore ».

Anche la breve invocazione di Sara contiene questa speranza: «Concedici Signore, di arrivare ambedue sani fino alla vecchiaia». Le sofferenze e le paure sono ormai alle spalle; la donna guarda con il suo uomo al futuro che ora si distende innanzi a loro. Contempla già i giorni del tramonto sereno, ancor sorretto da un amore intatto, quell’amore primaverile che è vivo non solo nella coppia di due giovani ma anche nell’immutata tenerezza di una coppia anziana ancora innamorata. Il testo di Tobia ci ripropone questa serenità raggiunta attraverso una fiducia non incrinata dalle paure e dalle prove.

E ci ripropone la gioia cosciente della paternità e della maternità che offre «nuovi figli alla tua Chiesa». Esalta la continuità della vita che non si affida solo a meccanismi biologici ma alla sorgente dell’amore nuziale. Il poeta del Salmo 139 mette in scena Dio stesso: «Sei tu che mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Ti ringrazio perché con atti prodigiosi mi hai fatto mirabile. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui confezionato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra.

Anche l’embrione, i tuoi occhi l’hanno visto e nel tuo libro erano scritti tutti i miei giorni quando ancora non ne esisteva uno» (vv. 13-16). Un antico detto dei Berberi marocchini afferma: «Se una donna ha nel ventre un figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi vuole pregare».


30 gennaio 2015

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