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venerdì 19 luglio 2019
 

Domenica 2 giugno - Dopo l’Ascensione - VII di Pasqua

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (17,1b.20-26)

In quel tempo. Il Signore Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.

Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
    

Dalla Parola alla vita

Questa domenica si pone tra l’Ascensione e la Pentecoste, cioè tra il quarantesimo giorno dalla risurrezione del Signore, come ci ricordano gli Atti degli Apostoli (1,3), che coincide con il momento della sua salita al cielo, e il cinquantesimo giorno, cioè il momento in cui sugli Apostoli riuniti a Gerusalemme si effonde il dono dello Spirito Santo.

L’evangelista Giovanni ci fa entrare nella preghiera che il Signore Gesù rivolge al Padre per ciascuno di noi, chiedendo il dono dell’unità: «La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me». Se pensiamo a come attraverso i secoli molte sono state le divisioni all’interno della Chiesa e più ancora tra gli uomini e le nazioni, a motivo delle diverse razze e condizioni sociali, culture e religioni, ci rendiamo conto quanto la preghiera del Signore sia estremamente necessaria e si prolunghi nella storia come un’invocazione infinita, incessante.

Ma quel segno di unità che il Signore invoca dal Padre ha una ragione in più per tutti coloro che si riconoscono suoi discepoli: da questo infatti il mondo potrà conoscere l’origine divina del Signore e soprattutto di essere amato dello stesso amore con cui il Figlio è amato dal Padre. Essere una cosa sola, così come chiede il Signore, spesso è difficile anche per chi lo ha scelto per vocazione, come nel matrimonio o nella vita consacrata, dove l’amore reciproco e l’accoglienza dovrebbero essere normali. Eppure sappiamo quanto sia difficile a volte superare le incomprensioni e le divisioni, perdonare le offese che invece diventano motivo di contrasto e di lacerazione.

La preghiera del Signore per noi è decisiva proprio per questo, perché l’amore e la comunione non sono frutto solamente dei nostri sforzi, sono piuttosto dono di grazia, sono l’opera dello Spirito del Signore che ci aiuta ad andare oltre le nostre divisioni e i nostri risentimenti. La comunione e l’amore non sono mai un punto di partenza, ma un punto di arrivo; sono davvero un “miracolo”, un segno dell’opera di Dio in noi e nelle relazioni umane.

Ma l’opera dello Spirito del Signore, che celebreremo a Pentecoste, non è una forza magica, in grado di agire al di là della nostra libertà e della nostra volontà. Ancora una volta dobbiamo dire che lo Spirito Santo può agire se, e solo se lo lasciamo entrare nella nostra vita e nei nostri conflitti, nelle nostre divisioni e nelle nostre arrabbiature, per rivelarci i nostri limiti e le nostre chiusure, e renderci capaci di perdono e di riconciliazione. Lo Spirito che attendiamo è dunque fonte di comunione e di unità, lo invochiamo per noi e per l’umanità intera, per i popoli in guerra e per le persone ferite dai conflitti e dalle divisioni. Vinci Signore le nostre divisioni e rendici un segno di speranza per tutti.

Commento di don Marco Bove


30 maggio 2019

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