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lunedì 14 ottobre 2019
 

Domenica 25 Ottobre - I Domenica dopo la Dedicazione

Lettura del Vangelo secondo Marco (16, 14b-20)

In quel tempo. Il Signore Gesù apparve agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

 

Dalla Parola alla vita

Il Vangelo di Marco non finiva con i versetti che oggi leggiamo nella liturgia, ma in modo alquanto diverso: «E non dissero niente a nessuno perché avevano paura» (16,8). L’aggiunta successiva è un “riassunto” dell’annuncio pasquale narrato dagli altri Vangeli. Il mondo incredulo e il paradosso dell’annuncio della Risurrezione possono fare paura. Ma la paura non ferma la forza missionaria del Vangelo.

Domenica scorsa abbiamo contemplato la bellezza del nostro Duomo, pallido segno della bellezza della Sposa; oggi guardiamo alla Sposa che non può fare a meno di “parlare” con gioia entusiasta del suo Sposo.

1. Non avere paura. Parecchi segni oggi mostrano una Chiesa impaurita. Ma non si può andare verso “il mondo” se si ha paura. La paura è dentro di noi e si riflette nei gesti della Chiesa quando sta “ferma”, chiusa in se stessa. Le sfide che abbiamo di fronte possono far paura, ma anche impegnano la Chiesa a una severa riforma di se stessa che, se nascesse solo dalla paura, non porterebbe che cedimenti o irrigidimenti di fronte al mondo. Se invece la riforma nasce dall’amore per il Vangelo e dall’obbedienza alle sue richieste, allora nascerà una Chiesa bella e splendente. Solo il Vangelo può far superare la paura e far bella la Chiesa. L’annuncio della Risurrezione, che non è né atteso né creduto dal mondo, fatto con gioia e amore, sa convincere il mondo. Ogni giorno vediamo in noi e nella Chiesa i segni della paura, ma Gesù ci dice: «Non abbiate paura perché la vostra fede vince il mondo».

2. Andare in tutto il mondo. Questo comando di Gesù è stato attuato: non c’è un solo angolo della terra che non abbia sentito parlare di lui. Ma la dimensione geografica non basta: ci sono anche dimensioni più vere e vitali non ancora raggiunte. Ognuno di noi ha qualche angolo del suo cuore non ancora convertito al Vangelo; nella Chiesa stessa ci sono tanti “angoli mondani”. Il primo annuncio del Vangelo è sempre rivolto alla Chiesa e non al mondo. Ma, proprio perché il cristiano è di necessità missionario, bisogna che ogni credente si convinca che i propri confini sono quelli del mondo intero; perciò ogni giorno è una “partenza”: andare è il primo verbo della fede.

3. Proclamare il Vangelo a ogni creatura. Il secondo verbo della fede è proclamare. Come? Qui viene il difficile; anche san Paolo l’ha fatta facile ad Atene, ma ha dovuto ricredersi: la sua puntigliosa e precisa preparazione ha tolto spazio alla forza inerme della Parola. Oggi siamo nelle stesse condizioni: conosciamo “qualcosa” del cristianesimo e pensiamo che basti la bravura nel parlare, la forza dei mezzi di comunicazione, il “carisma” di qualche comunicatore… Ma è solo l’inizio. L’annuncio non porta frutto se non ha almeno altre tre caratteristiche: la leggerezza gioiosa di una “bella notizia”, la condivisione sincera e l’evangelica povertà della testimonianza attraverso il martirio. Sono i punti di svolta di una vera riforma della Chiesa.


22 ottobre 2015

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