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mercoledì 17 luglio 2019
 

Domenica 27 settembre - V Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Lettura del Vangelo secondo Luca (10, 25-37)

In quel tempo. Un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova il Signore Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Dalla Parola alla vita

Gesù al dottore della Legge che voleva metterlo alla prova dà una risposta ovvia e corretta; ma quello insiste con un’altra domanda: «E chi è il mio prossimo?». A questo punto Gesù, esaurita la Legge, annuncia il Vangelo. Dobbiamo perciò non fermarci alla Legge («Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore… e il prossimo tuo come te stesso»), ma concentrarci sul «prossimo» come lo intende Gesù. Facciamo tre osservazioni.

1. Il “cuore” della parabola. Meditare le parabole è una delle esperienze più emozionanti che un cristiano possa fare; con inimitabile semplicità ci viene offerto il Vangelo in modo integrale, senza sconti e scappatoie. Il cuore delle parabole è “l’esagerazione”. Gesù crea situazioni estreme in modo che il cristiano veda con chiarezza cosa gli chiede la sequela. Nelle parabole non ci sono fessure: tutto è compatto, straordinariamente limpido e coinvolgente. Qui c’è un “caso estremo”: zona deserta e pericolosa; il malcapitato è senza nome, quindi è chiunque; i passanti sono scelti da Gesù tra quelli che meglio di tutti conoscono e predicano i comandamenti; il soccorritore è un “bastardo” eretico che sta lontano dal centro religioso di Gerusalemme. A noi non accadrà mai una situazione tanto estrema da non essere compresa in questa parabola: siamo sempre “raggiungibili” da questa parabola.

2. «Chi è il mio prossimo?». La risposta più ovvia è quella della Legge: il prossimo è colui che ti sta vicino. Gesù va oltre e dice che il prossimo non è solo chi ti sta vicino, ma colui al quale tu ti avvicini; il prossimo te lo “crei” tu e non c’è situazione in cui tu non possa “farti prossimo” a qualcuno. È chiaro che la Legge è superata; ma non abolita perché la Legge (i comandamenti) è avvolta dalla carità.

3. Il giorno dopo. Il Samaritano “bastardo” vive nei gesti che fa. Il testo del Vangelo è un susseguirsi di verbi e di azioni: passa accanto, lo vede, si commuove, si avvicina, fascia le ferite, versa vino e olio, lo carica sull’asino, lo porta in albergo e si prende cura di lui. Ma, a questo punto, arriva il fatto più sorprendente e straordinario: «Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”». Noi non facciamo così neppure con gli amici; Gesù ci dice di prenderci cura degli estranei, senza chiedere nulla.

Come e da dove nasce questo legame sorprendente? C’è una piccola parola che tutto spiega: «ebbe compassione». Il testo greco è intraducibile; si dovrebbe dire: «se lo sentì nella pancia». Con la stessa parola greca si descrive ciò che il Padre misericordioso prova quando vede il figlio ramingo che ritorna a casa. Dunque “farsi prossimo” significa comportarsi come il Padre: ogni donna e ogni uomo è mia sorella e mio fratello. Questa è “l’esagerazione” del Vangelo che mi chiede di diventare “fratello universale”. Che questo sia, oggi più che mai, ciò di cui la Chiesa ha bisogno, ce lo sta dicendo lo Spirito in mille modi.


24 settembre 2015

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