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domenica 21 luglio 2019
 

Domenica 31 gennaio - festa della Santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe


Lettura del Vangelo secondo Matteo (2,19-23)

In quel tempo. Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Dalla Parola alla vita Oggi non è facile parlare della famiglia: molti cambiamenti e problemi nuovi offrono diverse prospettive, alcune belle e promettenti, altre decisamente antievangeliche. Il Vangelo di questa domenica ci regala la luce che risplende nella figura di Giuseppe: egli «si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra di Israele».

1. «Si alzò». In questo verbo c’è il coraggio e la forza di Giuseppe; la sua silenziosa testimonianza è molto preziosa per noi. Il discorso pubblico sull’amore e sulla famiglia spesso è banale e offensivo. Bisogna avere il nobile coraggio di “alzarsi”, perché compito del cristiano è quello di “bene-dire” l’amore, cioè parlar bene dell’amore e della famiglia. Nel linguaggio quotidiano bisogna “alzare l’asticella” e mettere la famiglia al posto alto che le spetta. La famiglia non è un ripiego o una prigione dell’amore, e neppure una grande fatica; se lo diventa, vuol dire che si è ammalata. In questo caso si rende necessario un serio esame di coscienza per cercare di ridare gioia e respiro alla vita familiare. Dobbiamo tuttavia avere il coraggio di non “tenere in piedi” a tutti i costi un matrimonio che è “morto”: si pecca contro la sua dignità e non si rispetta il dolore di coloro che sono coinvolti.

2. «Prese il bambino e sua madre». Giuseppe si assume la responsabilità della moglie e del figlio; la famiglia è viva se ci si prende cura dei legami che l’hanno fatta nascere. Essere sposati chiede di essere responsabili dell’amore. Il termine responsabilità deriva dal latino sponsor rei, che significa prendersi cura di qualcosa; è quello che ha fatto Giuseppe verso Maria e Gesù. La comunità cristiana è chiamata, oggi più che mai, a prendersi cura di ogni situazione familiare: c’è da tener viva la gioia dei legami familiari belli e robusti; è necessario chinarsi sul dolore di quelli malati; non deve mancare il coraggio di denunciare e sciogliere i legami violenti e bisogna consolare e “prendere tra le braccia” le persone afflitte e ferite per un legame che muore.

3. «Entrò nella terra di Israele». Per i cristiani la famiglia nasce quando due battezzati decidono di sposarsi «nel Signore». Con il matrimonio l’amore entra nella “terra della promessa” e nasce la famiglia. Giuseppe porta la sua famiglia verso casa, cioè verso un luogo dove l’amore è protetto e può crescere. Per entrare nella terra promessa il popolo di Israele ha dovuto passare il Giordano. Anche il matrimonio ha un Giordano da passare e questo passaggio consiste nel far risplendere la bellezza e la gioia del matrimonio. È un compito che richiama con forza le comunità cristiane; il matrimonio non è stimato abbastanza e la sua celebrazione è spesso trasandata e poco gioiosa. Il Vangelo del matrimonio rischia di essere assente dalle nostre comunità; non si sottolinea a sufficienza che esso è un legame che dona una grande libertà e non chiude la vita nello spazio angusto di una gabbia… dorata. Giuseppe con Maria, sua sposa, e con Gesù ci guidano verso una vita familiare bella, semplice e, per quanto è possibile, felice.

Commento di don Luigi Galli


28 gennaio 2016

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