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venerdì 19 luglio 2019
 

Domenica 31 luglio - XI dopo Pentecoste

Lettura del Vangelo secondo Luca (16,19-31)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».


Dalla Parola alla vita

Continua la meditazione su povertà e ricchezza, con una parabola evangelica molto nota e ricca di spunti. Vi è una sorta di contrappasso: Lazzaro ha sofferto in terra e gode in paradiso; l’uomo ricco, che ha goduto in terra, ora soffre all’inferno. Dobbiamo però tentare una lettura più profonda di questa ricca parabola.

1. Il ricco senza nome. La parabola chiama il povero per nome, mentre il ricco rimane anonimo: un particolare non trascurabile. Il povero Lazzaro, in realtà, è “ricco” della sua povertà e, presentandosi “vuoto” davanti al giudizio di Dio, può essere riempito della misericordia del Padre. Il ricco, invece, ha reso opaca la sua figura. Le ricchezze arricchiscono solo quando sono usate per gli altri; quando sono accumulate per se stesse, sbiadiscono il volto del ricco, che alla morte si presenta davanti a Dio carico non di piaghe da guarire (come il povero), ma di superbia che pretende un premio. Di fronte a un cuore che si è affidato solo alle ricchezze, la misericordia di Dio si ferma perché non sa dove posarsi. Il Vangelo continua così a metterci in guardia dalle ricchezze; esse sono ingannevoli non perché malvage in sé, ma perché possono dare l’illusione di pretendere la ricompensa anche di fronte a Dio.

2. «Ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio Padre». Questo particolare ci dice una cosa molto importante: anche nel profondo dell’inferno il ricco non capisce dove ha sbagliato e si preoccupa dei propri familiari e non dei figli o della moglie di Lazzaro. Questo aspetto rende bene l’accecamento che possono provocare le ricchezze. I cristiani saranno interrogati sulla carità verso i fratelli; e questo non solo alla fine della vita, ma ogni giorno. Lo scandalo più grande è la mancanza di amore e di uguaglianza tra coloro che, in forza del Battesimo, sono costituiti in una profonda fraternità. Sant’Ambrogio diceva: «Il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri». La dottrina sociale della Chiesa insegna che chi possiede le ricchezze è solo l’amministratore di beni che hanno in sé come necessaria una destinazione sociale. Amministrare il denaro per “quelli della propria casa” senza preoccuparsi della giustizia e della carità verso i più poveri è contro il Vangelo.

3. «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». In termini evangelici potremmo dire: «I cristiani hanno le beatitudini del Vangelo: ascoltino quelle!». È necessario dare un contenuto moderno e praticabile alla beatitudine della povertà, di fronte a un mondo che ruota attorno alla ricchezza. La virtù della povertà combatte la miseria e l’ingiustizia, che sono offese gravi alla dignità dell’immagine divina scritta sul volto di ogni uomo. Il cristiano sa che la virtù della povertà sgorga dalla fiducia in Dio: il povero è colui che considera Dio il suo vero tesoro e fa delle ricchezze uno strumento della carità. Il cristiano povero non disprezza nulla di ciò che Dio ha creato, ma sa che i beni sono di tutti e che tutti debbono poterne godere in pace. La povertà salva la carità, rinfresca la speranza e rende concreta la fede.

Commento di don Luigi Galli


28 luglio 2016

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