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mercoledì 23 ottobre 2019
 

Domenica 7 febbraio - Ultima dopo l’Epifania, detta “del perdono”

Lettura del Vangelo secondo Luca (19,1-10) 

 

In quel tempo. Il Signore Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Dalla Parola alla vita

Con questa domenica si conclude il ciclo dell’Epifania e domenica prossima inizia la Quaresima. Non a caso questa è detta «domenica del perdono», che ci propone una pagina di Vangelo straordinaria. Fissiamo lo sguardo orante sui tre “attori” dell’episodio.

1. Gesù. È chiara la sua missione: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». Gesù ricerca non solo chi vuole essere salvato, ma anche coloro che si sono persi e non vogliono tornare a casa. Le situazioni di “perdizione” e di morte sono di molti tipi: si può perdere la vita in tanti modi. I bambini che non nascono perdono la vita, ma la perdono anche gli adulti che sono cattivi; perdono la vita i ricchi e i poveri, gli intelligenti e gli stupidi. Anche l’umanità nel suo insieme si è persa. Gesù è venuto a cercare «ciò che era perduto» (per colpa personale o per la cattiveria degli uomini) e per offrire a tutti la salvezza: «Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”».

2. Zaccheo. Vuol vedere Gesù solo per curiosità, ma è imbarazzato dalla folla per la sua fama di esattore disonesto; raccoglie infatti le tasse per conto degli odiati romani. Per di più è piccolo di statura e così quasi si nasconde salendo su un albero: «Un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla». Avviene però un fatto decisivo che cambia tutto: si accorge che Gesù, quel giorno, era a Gerico proprio per lui, lo cerca e lo accoglie in modo ben diverso. Lo stesso succede a chi crede: la vera ricerca di Dio inizia nel momento in cui scopro di essere cercato e amato. Quando cerchiamo Dio, scopriamo subito che in realtà è lui che cerca noi. Questa straordinaria scoperta fa nascere la conversione del cuore ed è la gioia a rivelare la sua autenticità: «Zaccheo scese in fretta e accolse Gesù pieno di gioia».

3. La folla. Oggi diremmo l’opinione pubblica: non capisce. Spesso l’atteggiamento di molti verso il cristianesimo è come quello della folla: non capiscono e fraintendono. Il modo errato e distorto di guardare alla fede è dovuto, a volte, alle infedeltà della Chiesa, ma spesso è la “folla” che mormora e borbotta senza capire: «Vedendo ciò tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”». La folla è anonima e senza volto, manovrata dal potere e incapace di riconoscere i segni con i quali si manifesta la misericordia di Dio. In questo anno del Giubileo è importante non “ascoltare la folla”, ma convertire il cuore all’ascolto della voce di Gesù che dice a ciascun credente: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». C’è un modo per sapere se è sincera la nostra conversione: la generosità e la gioia dell’amore che va oltre la legge. Non trascuriamo un piccolo particolare: Zaccheo, secondo la legge di Mosè, era tenuto a restituire solo il doppio di quanto aveva rubato; con il cuore cambiato dall’incontro con Gesù restituisce il quadruplo.

Commento di don Luigi Galli


04 febbraio 2016

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