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martedì 15 ottobre 2019
 

Domenica 7 giugno - II dopo Pentecoste

Lettura del Vangelo secondo Luca 12,22-31

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta».

 

Dalla Parola alla vita

Con l’effusione dello Spirito e dopo la meditazione sul mistero della Trinità, la liturgia descrive la vita cristiana; e lo fa enunciando, con l’evangelista Luca, un principio fondamentale per il cristiano: «Voi non state a domandarvi che cosa mangerete o berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno: cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta».

Il brano va inserito nel contesto in cui lo pone l’evangelista; si parla della contesa di due fratelli che si rivolgono a Gesù per dividere l’eredità. Gesù rifiuta il ruolo di mediatore e mette in guardia dalle ricchezze raccontando la parabola del ricco che «accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Luca12,21).

Dai Vangeli emerge, in svariate occasioni, il forte richiamo di Gesù a diffidare delle ricchezze; esse non sono, di per sé, un male, ma certamente sono un pericolo. Ognuno deve trovare il modo concreto per evitare il rischio che le ricchezze prendano il sopravvento sul “regno” e compiere le scelte necessarie in base alla vocazione e alle responsabilità a cui è chiamato.

Ci basti richiamare almeno tre principi generali.

Il primo afferma  che la vera ricchezza è la grazia che viene da Dio. Il regno di Dio di cui parla Gesù non è una cosa diversa da Gesù stesso; il regno è la vita umana vissuta nella fede in Gesù e con una totale fiducia nella provvidenza del Padre. Il rapporto con le ricchezze misura la qualità della fede. Il povero è colui che mette la sua fiducia in Dio; se così non fosse, anche facendo tutte le “pratiche cristiane”, si comporterebbe “come i pagani”.

Il secondo ricorda che la ricchezza non è, di per sé, negativa, ma può mettere a rischio la sequela di Gesù. Questo vale per i singoli cristiani e per l’intera Chiesa. Questa  non è mai così povera di Dio come quando è ricca di soldi e non è mai così ricca di Dio come quando è priva di soldi. Questa non è una battuta da leggere in chiave sociologica, ma è la più elementare verità evangelica. Se la ricchezza è un rischio non può diventare una ragione di vita. In Occidente il cristianesimo stenta a crescere perché i cristiani pensano troppo ai soldi e l’ansia dello star bene toglie spazio alle gioie ineffabili del regno.

Il terzo principio ricorda che  la brama per la ricchezza oscura pesantemente il fatto che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, su ogni cosa posseduta c’è una “ipoteca sociale”. Tu sei solo amministratore e non padrone  di ciò che possiedi; con poche o tante ricchezze devi chiederti se l’uso dei beni ti distoglie da Dio o ti fa dimenticare i fratelli. Bisogna  ammettere che questo principio basilare della morale cristiana è sconosciuto e largamente non praticato.

Ognuno di noi deve fare un profondo esame di coscienza: siamo fedeli servi di Dio o di Mammona? L’alternativa è radicale e la riflessione personale e comunitaria deve essere coraggiosa e trasparente. Ce n’è di strada da fare.

Commento di don Luigi Galli


04 giugno 2015

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