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domenica 24 febbraio 2019
 

Don Giuseppe e don Pietro, due vite per la nostra libertà

Roma, città aperta, di Roberto Rossellini: don Pietro sta per morire, condannanto a morte dai nazifascisti.
Roma, città aperta, di Roberto Rossellini: don Pietro sta per morire, condannanto a morte dai nazifascisti.

Il 3 aprile del 1944, settant’anni fa, venne comandato a dodici soldati italiani di formare un plotone e sparare a un condannato a morte. Dieci di loro non obbedirono e spararono fallendo deliberatamente quel bersaglio umano. Gli altri due colpirono il condannato a morte, ferendolo soltanto. Il comandante fascista di quel plotone si avvicinò al condannato ferito e lo uccise con due colpi di pistola alla nuca.

L’uomo che morì si chiamava Giuseppe Morosini. Era un prete. Ed era, in quel contesto, “soprattutto” un prete partigiano, colpa da espiare con la morte. Don Morosini era stato arrestato a Roma dalla Gestapo il 4 gennaio 1944, dopo che un delatore lo aveva segnalato ai tedeschi. Detenuto a Regina Coeli, fu accusato di aver consegnato agli Alleati la copia di una mappa delle forze tedesche che si difendevano davanti a Cassino, del possesso di una pistola e di armi ed esplosivi che aveva nascosto in uno scantinato di un collegio. Torturato affinché confessasse i nomi dei suoi complici partigiani, Morosini non parlò.

Dieci giorni prima, sempre nella Capitale, un altro sacerdote, don Pietro Pappagallo, venne ucciso alle Fosse Ardeatine. Anche don Pietro aveva aiutato i partigiani. Anche don Pietro era stato segnalato da una spia fascista ai tedeschi, che tenevano Roma sotto scacco.

Oggi, in questi giorni, nelle sale cinematografiche italiane torna Roma, città aperta, capolavoro di Roberto Rossellini, in versione restaurata. Rossellini girò il film nel 1945, a guerra ancora in corso, con pochi soldi, raccattando pezzi di pellicola di scarto, aiutato da tre sceneggiatori, Sergio Amidei, Celeste Negarville e Federico Fellini, che unirono le storie dei due sacerdoti - quella di don Morosini e quella di don Pappagallo, dando vita al personaggio di don Pietro Pellegrini, interpretato da Aldo Fabrizi - a quella di una donna, Teresa Gullace, nel film Pina, interpretata da Anna Magnani, uccisa da una raffica di mitra dai tedeschi solo perché voleva parlare col marito, appena catturato dai nazisti. Il film in Italia non piacque.

L’anno dopo, 1946, venne premiato al festival di Cannes con la Palma d’oro come miglior film. Negli Stati Uniti ottenne la nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, mentre il National board of review award e il New York film critics circle award lo proclamarono “miglior film straniero”.

Le vite di due preti in cambio della libertà di un popolo intero; un film ritenuto tra i migliori di sempre per non dimenticare da dove veniamo.


02 aprile 2014

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