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Cardinale arcivescovo e biblista

I due saranno una carne sola

Anche in questa tappa del nostro itinerario ci muoveremo “dal principio”, cioè dalle pagine della Genesi dedicate alla creazione. Dopo aver letto nella precedente puntata l’apertura del cap. 1 che ha presentato sulla tribuna della storia la coppia uomo e donna come la “statua” vivente, l’“immagine” del Creatore proprio attraverso la loro capacità creativa nell’amore fecondo e generativo, ora si apre davanti a noi un’altra pagina grandiosa, quella dei cc. 2-3 della Genesi.

I capitoli sono impostati a dittico: luminosa è la prima tavola del cap. 2, tenebrosa e drammatica la seconda (cap. 3). In sintesi, il progetto divino che comprendeva l’armonia di tre relazioni – con Dio, col mondo, col prossimo – viene lacerato dalla libertà umana che compie scelte alternative, alienandosi da Dio, devastando la natura, violentando il proprio simile. Noi ci fermeremo ora solo sul primo quadro positivo e in particolare sulla relazione “orizzontale” tra l’uomo e la donna, radice della famiglia. Questa dev’essere, come dice il testo ebraico, una relazione tra uguali: l’uomo cerca nella donna un “aiuto”, kenegdô, letteralmente una persona che “stia davanti a sé”, un’alleata con la quale stare “di fronte”, gli occhi negli occhi.

Come scrive il teologo Gerard Rossé, «L’alleato sta di fronte al partner in un reciproco rapporto d’amore nell’uguaglianza, un rapporto di uguaglianza che suppone il rispetto dell’alterità». Anche il simbolismo della “costola”, letto spesso come segno di sudditanza e inferiorità della donna, in realtà procede proprio nella stessa linea di parità, come appare evidente nel primo canto d’amore dell’umanità: «Questa volta, sì, lei è osso delle mie ossa, carne della mia carne» (Genesi 2,23). La costola – che, tra l’altro, in una lingua dell’antico Vicino Oriente, il sumerico, si indica col termine ti che vale anche per designare la “vita” – diventa, quindi, il simbolo della comune base carnale, pur nella dualità sessuale.

Emblematica è la frase che segue: la donna si chiamerà ’isshah, “donna”, per il suo nesso con ’ish, “uomo”. In ebraico abbiamo una base terminologica uguale, l’una al maschile, ’ish, l’altra al femminile, ’isshah. E i due, unendosi nell’atto sessuale che esprime l’unione d’amore, diventano «una carne sola» (Genesi 2,24). Questa locuzione, secondo alcuni studiosi, oltre a evocare l’atto coniugale, suggerirebbe anche un rimando al figlio, il quale geneticamente partecipa proprio dei caratteri di entrambi i genitori che in lui diventano “un’unica carne”, una sola realtà compatta. Entra, così, in scena la famiglia nella sua pienezza di genitori e figli.

Concludiamo con un bell’appello del Talmud, la grande raccolta delle tradizioni religiose giudaiche: «State molto attenti a far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere calpestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale, un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata».


07 novembre 2014

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