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Cardinale arcivescovo e biblista

I figli, “eredità del Signore”

Quando san Pietro tratteggia “l’edificio spirituale” della comunità ecclesiale, descrive le sue ideali pareti come costituite di “pietre vive” che si aggregano attorno alla “pietra viva” fondamentale che è Cristo (1Pietro 2,4-5). Applichiamo ora, un po’ liberamente, questa simbologia alla famiglia che è essa pure un “edificio spirituale”. Ora, se le fondamenta sono i genitori, le pareti viventi sono i figli.

È curioso notare che la parola che più ricorre nell’Antico Testamento, dopo il nome divino Jahweh (6.828 volte), è ben, “figlio”, che risuona per 4.929 volte. Questo vocabolo ebraico deriva da banah, “edificare, costruire”, stabilendo così un legame tra “casa” e famiglia, come si intuisce nel Salmo 127: «Se il Signore non costruisce (banah) la casa, invano vi faticano i costruttori... Ecco eredità del Signore sono i figli (ben), è un suo premio il frutto del grembo».

La discendenza costituisce l’oggetto primario della promessa divina fatta ai patriarchi, a partire da Abramo a cui Dio dice: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle... Tale sarà la tua discendenza» (Genesi 15,5). Tra l’altro, il verbo “benedire” in ebraico è espresso con la radice verbale brk, ripetuta ben cinque volte nel racconto della vocazione di Abramo nella Genesi (12,1-4), quasi a voler elidere pienamente la maledizione che il Signore ha lanciato nei capitoli precedenti sull’uomo peccatore. Ora, quella radice di per sé rimanda al “ginocchio”, inteso come un modo attenuato e rispettoso (un “eufemismo”) per indicare i genitali, radice della vita.

Ecco perché la benedizione è vista in atto quando si riesce a generare un figlio e la sterilità nella Bibbia è ritenuta una prova amara, come accade inizialmente a Sara. La promessa di un figlio è, perciò, il segno di una presenza divina nella propria esistenza, ed è per questo che Eva quando genera Caino esclama: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore!» (Genesi 4,1). La società contemporanea secolarizzata ha perso questa visione spirituale della vita e della generazione, ed è anche per questo che i Paesi del benessere hanno problemi di carenza demografica.

Ora, se i nostri lettori percorressero le pagine della Genesi sui patriarchi, scoprirebbero che le storie di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe sono tutte ritmate su questioni matrimoniali, familiari e generazionali. La storia della salvezza non è, dunque, rappresentata da un Dio che volteggia sovrano sopra le nostre vicende spesso tormentate: egli sceglie di rivelarsi entrando nel groviglio delle questioni quotidiane di famiglia ove si consumano adulteri, liti tra fratelli, attese vane di figli da parte di madri sterili, difficoltà economiche e morali.

Là, però, si manifesta anche l’amore delle coppie come Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachele. È in questo orizzonte così variegato che il Signore sceglie di presentarsi per offrire il suo messaggio e la sua opera non disincarnata e astratta.


05 dicembre 2014

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