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Giornalista e docente di Teoria e tecnica dei media all'Università Cattolica

Il ritorno di don Matteo, prete-detective

Il sacerdote-investigatore più famoso del piccolo schermo contemporaneo è di nuovo fra noi: su Rai 1 da ieri sera è di nuovo in onda “Don Matteo”, la serie giunta ormai alla sua nona edizione. La longevità televisiva del personaggio interpretato da Terence Hill conferma l’efficacia di questa produzione targata Lux Vide, capace di incuriosire gli spettatori coinvolgendoli nella soluzione dei casi di omicidio proposti, ma anche di strappare il sorriso grazie a una caratterizzazione dei protagonisti che tende alla macchietta.

La struttura narrativa si ripete sempre uguale, con qualche variazione e stavolta le novità non sono poche. La produzione è ripartita con un netto salto temporale: sono passati due anni da quando non c’è più Patrizia (Pamela Saino), figlia del maresciallo Cecchini (Nino Frassica) e nonché moglie del capitano Tommasi (Simone Montedoro), morta in un incidente stradale. Don Matteo ha aiutato i due uomini a superare il trauma e a trovare nuove ragioni di speranza in Martina (Emma Reale), la figlia data alla luce da Patrizia un anno prima di morire e che ora ha 4 anni. Parte dell’azione si è spostata nella città di Spoleto, cui è stata accorpata la stazione dei Carabinieri di Gubbio in forza di una “spending review” che non ha risparmiato la location tradizionale. Ma il nostro eroe in nero non riuscirà a stare lontano dalle indagini

L’intraprendente sacerdote – “figlio” di quel Padre Brown generato dalla fantasia di  Gilbert Keith Chesterton, interpretato da Renato Rascel negli anni Settanta – agisce come un detective privato che, pur senza un mandato esplicito, risolve i casi più intricati con il suo intuito, la sua carica umana, la sua simpatia e, soprattutto, la sua fede nella verità e nella possibilità di redenzione terrena anche per i “cattivi”. Al centro di ogni episodio c’è sempre un cuore pronto a convertirsi e un abbraccio capace di accogliere anche i peccatori più incalliti. La profonda conoscenza dell’animo umano che don Matteo esprime è spesso la chiave di volta per dipanare i fili dei delitti.

Perché questa fiction ha ottenuto un successo di pubblico così largo e duraturo? Innanzitutto la struttura narrativa e i personaggi sono costruiti su stereotipi facilmente riconoscibili e ormai codificati anche in letteratura, come – appunto – quello del prete-detective. Ma anche le figure dei Carabinieri molto volenterosi e un po’ impacciati, la perpetua burbera nei modi ma premurosa nell'animo, l’occhialuto vescovo che di tanto in tanto deve richiamare don Matteo ai suoi doveri pastorali, la gente che fra un pettegolezzo e l’altro non si perde una mossa di questo sacerdote sui generis.

Più simile a un fumetto che a una trama letteraria, questa fiction intreccia sapientemente i toni tipici della commedia leggera e quelli del giallo a suspense, con una sceneggiatura che riduce al minimo la tensione drammatica oscillando continuamente fra dramma e sorriso. Il largo ricorso al registro del verosimile fa il resto, non rinunciando al puntuale “lieto fine”.
I preti veri non sono come don Matteo, ma… chi dice che questo sia un difetto?


10 gennaio 2014

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