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martedì 22 ottobre 2019
 
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Giornalista

La maturità al tempo della frenesia calcolatrice

Arriva la maturità, fioriscono i prontuari su come si calcolano medie, crediti, bonus: schemini fatti di numeretti e simboli di maggiore e minore, degni dei "bigini" di una volta, di quelli con lo studio di funzione formato francobollo.

Si sa da anni, lo sa anche chi della scuola riceve solo l’eco degli insegnanti e degli alunni attuali, che la valutazione degli studenti è diventata un rebus complicatissimo. Non che sia mai stata una faccenda semplice, lungi da noi farla facile con la nostalgia del bel tempo andato. Nella sostanza è sempre stata una questione difficile e delicata, ma ora lo è molto di più anche nella forma: calcoli, griglie, gabbie riflettono lo spirito del tempo.

Si tratta di tenere insieme, con grande sforzo probabilmente senza riuscirvi, esigenze diverse: da una parte la necessità di rientrare negli automatismi (tot media, tot crediti) che le leggi sulla scuola hanno irrigidito a dismisura, dall’altra il bisogno di pararsi le spalle in caso di ricorso, sempre più frequente. Col risultato che poi, si sa ma non si dice, fioccano i falsi in atto pubblico per sanare le ingiustizie sostanziali che un eccesso di formalismo (dettato dalle leggi non dalla scuola) applicato alla lettera finirebbe per produrre.

Ma intanto, alla vigilia degli esami, attorno alla scuola s'agita una frenesia calcolatrice. Calcolano gli insegnanti che devono valutare, calcolano i genitori per sapere come andrà a parare, calcolano gli studenti per prevedere come andrà a finire, calcolano i dirigenti scolastici per avere un'idea dell'immagine della scuola che ne sortirà. Tutti hanno un occhio - ciascuno il proprio - alle possibili contestazioni successive.

La ratio delle norme ha una logica non sbagliata: ridurre la discrezionalità e tenere conto del percorso del triennio. Poi però la mente corre ai migliori insegnanti incontrati nella vita tanto tempo fa - non necessariamente i più di manica larga, anzi – e vien da chiedersi che cosa sarebbe stato della loro intelligenza, della loro creatività, della loro libertà di insegnamento imprigionata in griglie, dove tutto deve ridursi a un oggettivazione programmata da altri in funzione di altro. Impossibile non temere che tutto questo calcolare e burocratizzare rischi di mortificare anche oggi proprio il talento degli insegnanti migliori.

La mente corre a Maria, salutata per l'ultima volta nel settembre scorso in questo blog.

La mente corre a Mario Lodi che aveva sostituito i voti con i giornalini di classe, per creare un ponte costante tra le famiglie e la scuola, e alla Lettera a una professoressa, in cui gli allievi di don Lorenzo Milani spiegavano papale papale alla scuola del loro tempo che con il francese studiato per l’esame si imparava oltre il bisogno a chiedere di gufi, di ciottoli e di ventagli, al plurale e al singolare, ma non il minimo sindacale «per chiedere del gabinetto»: «E’ l’aspetto più sconcertante della vostra scuola», scrivevano quelli della scuola di Barbiana, «vive fine a sé stessa».

Maria insegnava cercando di crescere persone intere, a costo di sfidarle su terreni impervi: difficilmente sarebbe stata a suo agio nelle griglie.

Mario Lodi e don Milani mezzo secolo fa non scrivevano manuali di pedagogia e docimologia (anche se c’è chi s’ostina a leggerli così): s’interrogavano sul fine della scuola. Scuola dell'obbligo, nel loro caso, d'accordo, ma non sarebbe male interrogarsi sui fini anche dopo.

Oggi che la maturità coincide con i 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani vien da chiedersi che direbbero Mario Lodi, don Milani gli insegnanti come Maria se fossero vivi, di questo spendere giorni e chili di calcoli e di carte per valutare con meccanismi che paiono pensati più per il Tar che per la maturità, quella vera non l'esame, delle persone che si vanno formando.

 


19 giugno 2017

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