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25 Luglio 2010 IX Domenica dopo Pentecoste

25 Luglio 2010  - IX Domenica dopo Pentecoste – Anno C      


1. La nona domenica “dopo Pentecoste”     

 Presenta, con l’elezione regale di Davide, l’annunzio profetico dell’invio nel mondo di Gesù, il Figlio di Dio, il re e messia, liberatore dell’intera umanità. Il Lezionario riporta i seguenti brani scritturistici: Lettura: 1Samuele 16,1-13; Salmo 88; Epistola: 2Timoteo 2,8-13; Vangelo: Matteo 22,41-46. Nella Messa vigiliare del sabato si legge Luca 24,13b.36-48 come Vangelo della Risurrezione. Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XVII domenica del Tempo “per annum” nel Messale ambrosiano.    


2. Vangelo secondo Matteo 22,41-46      

In quel tempo.  41Mentre i farisei erano riuniti insieme, il Signore Gesù chiese loro: 42«Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?». Gli risposero: «Di Davide». 43Disse loro: «Come mai allora Davide, mosso dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: / 44“Disse il Signore al mio Signore: / Siedi alla mia destra / finché io ponga i tuoi nemici / sotto i tuoi piedi”? 45Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?». 46Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo.    


3. Commento liturgico-pastorale      

Il brano conclude la serie dei dibattiti che oppongono soprattutto i farisei a Gesù e avvia, con il cap. 23, i discorsi polemici con i quali il Signore li smaschera nella loro autosufficienza e nella loro pretesa di conoscere e possedere la volontà di Dio. Può sorprendere come qui è Gesù a porre domande ai suoi avversari che, alla fine, non troveranno risposta. La prima domanda riguarda la figliolanza del “Cristo”, il vocabolo di origine greca che traduce quello ebraico di “messia” (v 42). È noto infatti come ai tempi di Gesù fosse viva più che mai l’attesa per la venuta del messia, letteralmente il “consacrato” inviato da Dio per risollevare le sorti del suo Popolo. Inserendosi nell’attesa della sua gente, Gesù pone dunque la domanda sull’origine del messia e alla quale i farisei rispondono: “Di Davide” sulla scorta della rivelazione vetero-testamentaria (2Samuele 7,12ss; Isaia 11,1; Geremia 23,5; Ezechiele 34,23; 37,24; Salmo 89,20). Questa riguarda sostanzialmente la promessa fatta da Dio di suscitare dalla stirpe di Davide il futuro messia e re del popolo il cui regno non avrebbe mai visto la fine. Di qui l’usanza, tipicamente semitica, di chiamare “figlio di Davide” il messia.    
    I vv 43-45 contengono domande con le quali Gesù intende fare ulteriori passi sulla via dell’identificazione dell’origine del messia. Egli è certamente della stirpe di Davide e, dunque, “discendente di Davide”. Un dato, questo, essenziale nella prima trasmissione della fede fatta dagli Apostoli (cfr. Epistola: 2Timoteo 2,8). Ma tale individuazione non dice tutto sul messia! Per questo, allo scopo di favorire un ulteriore progresso, Gesù cita il primo versetto del Salmo 110 composto, secondo gli antichi, da Davide: «Oracolo del Signore al mio signore: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”». In esso, dunque, Davide riferisce tali parole che provengono da Dio a un personaggio che lui chiama “mio signore” e che perciò non può essere suo figlio. A questa obiezione i farisei non sanno e non possono rispondere, perché la risposta la potrà dare solo chi crede che Gesù, il messia, è il Figlio di Dio.    
     Nel ripercorrere i momenti più significativi della storia della salvezza, in questa nona domenica del Tempo “dopo Pentecoste”, le divine Scritture ci presentano la figura di Davide. Egli, il “più piccolo” tra i suoi fratelli, incaricato dell’umile compito di “pascolare il gregge” (Lettura: 1Samuele 16,11), viene scelto da Dio, il quale, a differenza dell’uomo che “vede l’apparenza”, “vede il cuore” (v 7), quale “re” del suo popolo, anzi “il più alto tra i re della terra” (Salmo 88,28).     Su di lui, consacrato con l’olio che il profeta Samuele gli versa sul capo, “irruppe” lo spirito del Signore (cfr. 1Samuele 16,13). In tal modo Davide diviene come un annuncio profetico di quel re il cui regno non sarà mai scosso e che noi crediamo essere Gesù di Nazaret inserito nella “discendenza davidica” al fine di mostrare come realizzate le divine promesse riguardanti il re-messia liberatore del suo popolo.    
     In Gesù queste divine promesse hanno trovato il pieno compimento e superamento. Egli, infatti, non è soltanto “figlio di Davide”, egli è il Figlio di Dio che nella sua croce ha compiuto la liberazione definitiva dell’intera umanità ponendo i suoi “nemici” ovvero satana, il peccato, la morte, sotto i suoi piedi (cfr. Salmo 110,1). Perciò, nella sua risurrezione, Dio lo ha fatto “sedere alla sua destra” quale Kyrios e Signore di un regno che non avrà mai fine, il regno dei Cieli! In esso si entra già da ora con la piena adesione di fede in Gesù, il messia, il Figlio di Dio, e con la rigenerazione battesimale che aggrega alla Chiesa, autentico “germoglio” del Regno.     Perciò, diversamente dai farisei che non hanno potuto rispondere alle domande di Gesù, noi possiamo dire che “in” Gesù, il Kyrios risorto dai morti, si raggiunge “la salvezza” insieme “alla gloria eterna” (2Timoteo 2,10). Davanti al Signore riconosciamo dette per noi e per la comunità cristiana di tutti i tempi le parole profetiche con le quali prende avvio oggi la celebrazione eucaristica: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente, per te esulterà di gioia» (Canto “All’ingresso”).


22 luglio 2010

 
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