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“Se non ora, quando?”, un anno dopo

“Se non ora, quando?”. Questo, lo slogan che il 13 febbraio dello scorso anno è risuonato in molte piazze d’Italia, gremite di donne (e non solo) che finalmente riprendevano coscienza del loro ruolo e delle loro potenzialità e manifestavano per riappropriarsi di quella loro identità e dignità così vilipesa e calpestata, specialmente dai mezzi di comunicazione. Era tempo di prendere atto di ciò che stava capitando in tanti modi e forme nel nostro Paese e di dire “basta” alla strumentalizzazione e allo sfruttamento della donna.

Questa manifestazione era stata organizzata in un momento in cui la donna veniva sempre più svuotata dai nostri media e dai nostri stili di vita dei suoi valori intrisici e dal suo ruolo di persona, chiamata a costruire con le sue peculiarità e talenti una società più umana e umanizzante, attraverso rapporti veri e sinceri e non strumentali e mercantili.

In una di quelle piazze, quella di Roma, c’ero anch’io, religiosa e missionaria, ma pur sempre donna, per condividere con tante altre donne di diverse posizioni e schieramenti lo stesso sdegno contro la mercificazione del corpo femminile, ma soprattutto per lanciare un grido e un appello a nome e a favore di tante giovani, soprattutto immigrate, che non avevano diritto di parola. Ero lì anche in rappresentanza di tante altre religiose, che ogni giorno devono confrontarsi con le conseguenze causate dalle discriminazioni di genere, dalla violenza fisica e psicologica che si scatena in tantissimi modi contro le donne, dall’oppressione e dallo sfruttamento derivanti dall’orribile traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale…

In quell’occasione avevo lanciato un forte un appello per dire “basta” all’indegno mercato del corpo della donna e ricordare a tutti gli enti, istituzioni e persone coinvolte che ciascuno di noi ha una grande responsabilità ma anche un dovere: eliminare tutte le forme di compravendita del corpo della donna mascherati sotto diversi camuffamenti: prostituzione, pornografia, pubblicità, trasmissioni televisive, carriera, ecc…

Numerosissimi sono stati i messaggi ricevuti, soprattutto di approvazione ma anche di biasimo. Come se le suore - e tanto più le missionarie - dovessero rimanere richiuse nei conventi o impegnarsi contro le numerose povertà di cui si occupano, possibilmente senza parlare pubblicamente. A un anno di distanza, e di fronte ai molti messaggi che continuo a ricevere, vorrei ringraziare le tante persone che hanno avuto parole di sostegno per il coraggio di presentarmi come donna e religiosa sul quel palco e soprattutto per aver toccare una piaga che sta logorando e distruggendo le nostre stesse famiglie e il nostro tessuto sociale. Mi sento però di dire a quanti hanno trovato fuori posto la mia presenza in quella piazza che sono stata spinta solo dal desiderio di difendere e dar voce pubblicamente a tutte quelle donne e quei bambini, che continuano ad essere vittime di una società dove tutto si può vendere e comprare, persino il corpo di una minorenne indifesa, povera, immigrata e in cerca di un futuro dignitoso.

A un anno da quella manifestazione che cosa è cambiato nella politica, nella società, nella Chiesa e soprattutto nel mondo femminile? È difficile fare un vero bilancio in termini di risultati visibili ed eclatanti, che forse non si notano ancora. Tuttavia da quel giorno si scorgono alcuni segnali importanti, piccole luci che indicano un cammino nuovo specialmente per le future generazioni. In questi ultimi mesi, abbiamo avuto tre donne Premio Nobel per la pace, due africane e una yemenita, altre sono elette come Capi di Stato o di governo, altre ancora sono responsabili di importanti ministeri. Soprattutto, però, riscontro più consapevolezza e desiderio di riflessione tra le donne comuni, che in mille modi e luoghi ogni giorno svolgono la loro missione nella famiglia, nella società, nel mondo del lavoro e della politica, e anche negli ambienti religiosi o di volontariato, mettendo a disposizione i loro talenti e valori, le loro intuizioni e la loro formazione umana, cristiana e professionale per far crescere il nostro Paese. Ed è proprio nel quotidiano che la donna deve essere presente e può fare la differenza. Questa è la nostra responsabilità di donne che vogliono e devono costruire una società non più basata solo sul consumo e su uno sviluppo squilibrato, bensì sulla dignità, la grandezza e la bellezza interiore di ogni persona a servizio del bene comune.

Pubblicato il 15 febbraio 2012 - Commenti (0)
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No alla legalizzazione della prostituzione

Nei giorni scorsi, mentre ero a Torino per presentare il libro: “Spezzare le Catene. La battaglia per la dignità della donna” (Rizzoli), il Consiglio comunale approvava un ordine del giorno, presentato alcuni mesi fa dalla Lega Nord, che chiede al Parlamento di discutere alcune proposte di legge sulla prostituzione. La Lega, in sintesi, chiede la regolamentazione della prostituzione e la possibilità di riaprire le “case di tolleranza”, motivandola col fatto che questo provvedimento potrebbe far entrare ingenti guadagni nelle casse dello Stato. L'ordine del giorno ha ricevuto 22 voti favorevoli a fronte di 9 astensioni.

Dure e tempestive sono state le reazioni di alcune associazioni che da anni si occupano di tratta di esseri umani, specialmente per lo sfruttamento sessuale. Dai loro comunicati si coglie lo sgomento e l’indignazione di fronte a decisioni prese con molta leggerezza e senza cognizione di causa circa le implicazioni di tali proposte e le conseguenze per tante persone. È rischioso e vergognoso che nel 2012 si continui a considerare le donne come semplice merce da usare a piacimento e a pagamento. Tanto più se si auspica pure un guadagno per lo Stato.

L'Associazione Iroko e la Coalizione internazionale contro la tratta delle donne (Italia), insieme agli Amici di Lazzaro - organizzazioni non governative senza fini di lucro, senza appartenenze politiche e/o religiose - esprimono il loro forte dissenso rispetto a questa proposta, in quanto la prostituzione è violenza contro le donne, rappresenta il più antico degli sfruttamenti e non può essere mai considerata un'attività lavorativa. Infatti, il lavoro, pur semplice e umile che sia, mira a nobilitare la persona e a mettere a disposizione della società le sue capacità professionali e creative, di mente e di cuore.

Questa presa di posizione si basa su molti anni di esperienza e impegno a favore delle donne vittime di tratta e costrette a prostituirsi e di ricerche e di studio del fenomeno in tutto il mondo. La nostra posizione non è dunque basata solo su motivi religiosi o di etica religiosa, bensì sull’etica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne. Il livello spaventosamente alto di violenza a danno delle donne in Italia è allarmante e ben noto. Non possiamo permetterci di aggiungere altra violenza per di più legalizzata. Una delle peggiori violenze contro la donna, in tutte le società, è proprio la prostituzione e poco vale la scusa che le donne abbiano “scelto” o meno di prostituirsi. Ricordo molto bene l’espressione sovente usata dal caro don Oreste Benzi, che tanto si è battuto contro il terribile flagello della tratta e della prostituzione: «Nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che la fa diventare tale o qualche situazione che la induce».

Oggi, ancora, alla nostra società civile e religiosa viene chiesto di debellare tutte quelle situazioni che possono indurre le donne a dover vendere il proprio corpo per vari motivi: povertà o indigenza, ma anche per un posto di lavoro, per far carriera e soprattutto per fare spettacolo o entrare nel mondo della moda e della pubblicità. Questo non è più tollerabile, e sono le donne, prima di tutto, a doverne prendere atto e a non prestarsi a questo squallido mercato che degrada sia chi provoca e sia chi passivamente accetta e subisce.

Inutile combattere la tratta di esseri umani come nuova e terribile forma di schiavitù - che ancora oggi produce un fatturato annuo di 32 miliardi di dollari - se allo stesso tempo non combattiamo la prostituzione in tutte le sue forme. Quante volte, incontrando donne immigrate costrette a prostituirsi sulle nostre strade di notte, mi sono sentita dire: «Se nessuno venisse a cercarci e a usarci noi non saremmo qui».

La legalizzazione della prostituzione e la sua promozione come attività lavorativa è una delle cause dirette della tratta internazionale di donne e bambini per lo sfruttamento sessuale. In una società ancora fortemente maschilista e patriarcale, che tollera l'uso maschile del corpo femminile come merce usa e getta, esprimere indignazione e chiedere la fine della tratta di giovani donne e bambini è contraddittorio e incoerente se prima non poniamo fine alla commercializzazione del corpo delle donne. Per questo con forza e determinazione rifiutiamo le varie proposte di legalizzazione della prostituzione che equivale per molti versi a legalizzare la tratta di esseri umani per l’industria del sesso. Ovvero una delle peggiori schiavitù del XXI secolo.

Pubblicato il 06 febbraio 2012 - Commenti (6)
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Schiave di oggi, spezziamo le catene

Spezzare le catene. Quante volte lo ripetuto! Spezzare le catene che tengono schiave tante immigrate, trafficate e sfruttate, ma anche tante donne italiane, impegnate a lottare per riappropriarsi del proprio ruolo e della propria dignità e femminilità. Spezzare le catene di modelli mercantili che mercificano il corpo della donna e la riduco a un oggetto usa e getta. Spezzare le catene per ridonare alla famiglia, alla società e alla Chiesa la bellezza e la ricchezza del nostro “genio femminile”.

La donna deve ritornare ad essere protagonista: capace di stimolare, umanizzare e trasformare ancora questo nostro mondo globalizzato, bisognoso di relazioni vere, di accoglienza dell’altro e del diverso, di solidarietà che costruisce ponti, di impegno quotidiano per una convivenza serena e pacifica di cui sentiamo tutti una grande necessità. Spezzare le catene è ora anche il titolo del nuovo libro edito dalla Rizzoli. Con un sottotitolo molto significativo e a cui tengo molto: La battaglia per la dignità della donna. È stato scritto con Anna Pozzi, redattrice della rivista “Mondo e Missione” del Pime e collaboratrice di Famiglia Cristiana, con la quale avevo già collaborato per il precedente libro “Schiave” delle Edizione San Paolo, uscito nel 2010.

“Spezzare le catene” ha appena visto la luce, lo scorso 9 gennaio, giorno del mio 73° compleanno, per cui lo accolgo come un dono, che a mia volta condivido con tante altre persone. La gestazione, però, è stata lunga, iniziata inconsciamente il 13 febbraio dello scorso anno in Piazza del Popolo di Roma, quando in rappresentanza delle religiose, ho accettato di essere presente per prendere atto prima di tutto della nostra responsabilità di donne a servizio del bene comune e poi per ricordare alla nostra società, che sembra aver smarrito il senso della persona con i suoi valori profondi e indiscutibili, che è tempo di reagire: “Se non ora quando?”.

Alla richiesta della Rizzoli di scrivere un libro, la mia prima reazione è stata di un rifiuto categorico e per diversi motivi: prima di tutto per mancanza di tempo. Non potevo trascurare il mio quotidiano servizio all’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’USMI, fatto di incontri, comunicazioni e corrispondenza, per dare risposte a tante richieste: i contatti con le comunità e le persone in difficoltà, il creare reti tra i Paesi di origine, transito e destinazione, per sostenere il servizio prezioso di tante religiose e ong che cercano di contrastare la compravendita di esseri umani, sono pur sempre la mia priorità. Tuttavia, questa richiesta aveva i suoi lati positivi e validi, per cui mi sono arresa nella speranza di offrire un ulteriore servizio per una più corretta conoscenza del fenomeno con i suoi risvolti negativi ed anche positivi e per condividere con tante altre donne e non solo la nostra battaglia per la dignità della persona. Chiunque essa sia.

Un secondo ostacolo da superare è stata la difficoltà di rileggere la mia storia personale e soprattutto di condividere le esperienze di cinquant’anni di vita missionaria a servizio delle donne, prima in Africa - affiancandomi a loro nel cammino di sviluppo, educazione ed emancipazione - e poi in Italia, per prevenire, proteggere e recuperare tante donne e minorenni straniere, cadute nelle maglie dei trafficanti e di quanti abusavano della loro povertà e vulnerabilità per interessi personali. Alla fine mi sono arresa e ha prevalso il desiderio di offrire un contributo in più come donna, religiosa e missionaria con il solo scopo di aiutare in particolare i giovani a cogliere la sfida educativa nell’oggi, attraverso una formazione ai valori e principi umani fatta di relazioni autentiche e serie, basate sul rispetto e l’apprezzamento della persona, evitando sfruttamento e mercificazione.

Questo libro è un altro pezzo di questo impegno. Racconta le situazioni e le storie di tante persone, soprattutto donne, che ho incrociato sul mio cammino di “missionaria della notte e della strada” per consolare e camminare insieme verso la conquista della propria dignità e libertà, spezzando le catene della povertà, degli sfruttatori, della nostra società opulenta che perde i suoi valori, anche dei nostri governi e di tutte le istituzioni, che non fanno il necessario per combattere le nuove forme di schiavitù del XXI secolo.

Anche la Chiesa e tutti noi che ci diciamo cristiani spesso siamo complici con il nostro silenzio e la nostra indifferenza. Ciascuno di noi ha un ruolo da svolgere con responsabilità a secondo delle proprie competenze: autorità sociali e religiose, funzionari dell’ordine pubblico e operatori del settore privato, insegnanti e genitori, religiosi e religiose, missionari e missionarie, uomini e donne che mirano al bene comune basato sul valore e rispetto di ogni persona. Solo unendo i nostri sforzi potremo finalmente… spezzare le catene!

Pubblicato il 17 gennaio 2012 - Commenti (0)
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India, nel segno delle adozioni

Ogni anno le Missionarie della Carità organizzano a Roma una giornata per tutte le famiglie che hanno adottato bambini dall’India e che sono seguite con particolare attenzione e sostegno dalle stesse Missionarie. Sono loro infatti che hanno fatto da tramite per facilitare queste adozioni. Non è difficile per loro aiutare genitori italiani che desiderano allargare il loro cuore e la loro casa per accogliere bambini abbandonati per vari motivi e dare a loro una famiglia e un futuro. In India le Missionarie hanno molte istituzioni, dove accolgono questi bambini e sono ben consapevoli della necessità di trovare famiglie che possano adottare questi bambini. L’accoglienza diventa davvero un dono reciproco che arricchisce moltissimo sia la coppia di genitori, che per vari motivi non può avere figli, sia gli stessi bambini che trovano una famiglia e di conseguenza hanno un futuro più sereno e sicuro. E ogni anno vengono adottati dai 70 ai 100 i bambini da coppie italiane, tramite le Missionarie della Carità.


Queste famiglie si ritrovano durante l’anno a livello regionale per incontri formativi e scambi di esperienze, che li aiutano a confrontarsi e a crescere come genitori adottivi. Il giorno dell’Epifania invece si incontrano per un grande momento di festa con tutti i bambini adottati. Un’esperienza che si ripete da molti anni e che all'inizio del 2012 si è svolta a Roma presso una grande scuola Salesiana dove si sono radunate circa 400 persone tra genitori e bambini. Quest’ultimi, in particolare, erano pieni di vita e lieti di potersi incontrare, giacché molti di loro hanno vissuto per mesi o anni nello stesso Istituto a Calcutta in attesa di adozione. Molti di questi bambini se non avessero trovato una famiglia che li ha accolti e adottati sarebbero certamente finiti nelle maglie della criminalità organizzata per essere usati per ogni tipo di sfruttamento, specie per guadagni illeciti, distruggendo così le loro potenzialità e impedendoli di affermarsi nella vita e diventare protagonisti del loro futuro.


Quest’anno il tema dell’incontro è stato: “L’accoglienza dell’altro”. Trovandomi di fronte a una simile assemblea di genitori che, attraverso l’adozione di bambini stranieri hanno dato un senso nuovo alla loro vita di coppia, non è stato difficile condividere una riflessione sulla ricchezza e la bellezza dell’accoglienza dell’altro, del diverso, del bambino indifeso, gracile e bisognoso di affetto e di speranza, pur nelle difficoltà quotidiane che certamente non mancano. Ho incontrato coppie con quattro bambini adottati, altre con tre, altre ancora che, dopo averne adottato uno, hanno già fatto la richiesta di un’altra adozione, nonostante le difficoltà finanziarie che molte famiglie stanno vivendo.


Queste coppie hanno invece sperimentato la gioia dell’accoglienza che offre non tanto cose materiali bensì l’apertura del cuore, attraverso l’attenzione, la disponibilità di tempo più che di beni di consumo, consapevoli che i figli hanno bisogno di relazioni umane fatte di affetto e di fiducia, di attenzione e di disponibilità, di accoglienza vera, soprattutto senza essere usati come oggetti da possedere per soddisfare le proprie esigenze di compensazioni affettive. Questo favorisce la costruzione di un’umanità nuova, dove davvero ci riconosciamo tutti figli dello stesso Padre, senza pregiudizi o discriminazioni. L’accoglienza è un grande dono reciproco, giacché nell’accoglienza dell’altro, del diverso, dello straniero c’è lo scambio del dono, della gratuità, dell’interesse e del vero bene, che poi diventa bene di tutta la famiglia e della comunità.

Pubblicato il 09 gennaio 2012 - Commenti (0)
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dic

2012, prospettive al femminile

Al termine di ogni anno le varie istituzioni e il mondo imprenditoriale fanno un bilancio consuntivo e si apprestano a guardare, inserendo nuove strategie per mettere in atto misure di ripresa e di maggior profitto. È ciò che attualmente stanno facendo anche i governi di tutto il mondo per far fronte alla crisi economico-finanziaria e offrire ai loro Paesi garanzie di crescita e maggior sicurezza economica. Non sempre, però, le molte aspettative dei cittadini trovano riscontro positivo quando ci si concentra solo sulle questioni economiche e non si pensa a investire sulle persone che sono pur sempre il capitale più prezioso da custodire, sviluppare e valorizzare.

L’ultimo rapporto dell’Istat ci prospetta il futuro demografico del nostro Paese, che richiede una seria riflessione per una maggior consapevolezza e un cambiamento di mentalità e di politiche sociali e familiari. L’Italia si presenta, anche a livello mondiale, come un Paese di persone anziane. Si legge, infatti, nel rapporto che: “la popolazione è destinata a invecchiare gradualmente, gli ultra 65enni, oggi pari al 20,3 per cento del totale, costituiranno quasi il 33 per cento nel 2059”. Similmente la popolazione sino a 14 anni, oggi pari al 14 per cento del totale, scenderà sino a raggiungere un minimo del 12,7 per cento.

Ma come prevedere un futuro, in cui si possa far fronte alle necessità di cura e assistenza di una popolazione che invecchia tanto rapidamente e massicciamente? Dove si possono trovare chiavi di lettura per prevenire e trovare risposte adeguate a tali bisogni? Forse dovremmo allargare un po' lo sguardo. Di fronte a un continente Europa che sta invecchiando c’è invece un continente Africa che cresce dal punto di vista demografico (e non solo), nonostante le grosse difficoltà in cui versano molti Paesi. Nel 2050, infatti, una persona su quattro nel mondo sarà nata in Africa. Mentre noi occidentali saremo una minoranza. Per di più vecchia.

Attualmente, l’età media in Africa si aggira attorno ai 18-20 anni. In Italia siamo a 43, ma, secondo l’Istat, arriveremo nel 2059 a quasi 50. Già oggi la presenza di migranti, molti dei quali africani e giovani, sta contribuendo all’abbassamento dell’età media e soprattutto al tasso di natalità del nostro Paese, che per le donne italiane è tra i più bassi al mondo (1,2 figli per donna) mentre per le africane è ancora del 5,7. E sono proprio le donne immigrate - non solo africane - che contribuiscono in tanti modi alla crescita del nostro Paese.


Dobbiamo quindi apprezzare la loro presenza e investire sui ricongiungimenti familiari che offrono stabilità e sicurezza. A tal scopo c’è bisogno di un accurato e urgente lavoro di integrazione per una convivenza pacifica e rispettosa di diritti e doveri. Purtroppo, i progetti di accoglienza e integrazione sono ancora molto carenti e in molte regioni inesistenti. In questi ultimi anni le migrazioni in Italia hanno assunto un volto sempre più femminile: le donne sono sempre più presenti nelle nostre famiglie, dove lavorano particolarmente nell’assistenza domiciliare dei nostri anziani, che a volte nemmeno i figli riescono gestire.

«L’aumento delle donne - commenta Brizida Haznedari, albanese, avvocato e mediatrice culturale - ha provocato un positivo riequilibrio della popolazione migrante, che fa bene sia alla realtà immigrata sia a quella italiana. Aiuta nel percorso di integrazione, soprattutto quando ci sono dei figli che creano legami e aperture con altre famiglie. Spesso le donne migranti vivono le stesse problematiche di quelle del posto, come la scarsità di asili nido a basso costo o le difficoltà scolastiche. E a anche per gli uomini è una presenza più rasserenante. Oggi non ci troviamo più di fronte solo all’individuo migrante, ma alla famiglia. Anche molte badanti e collaboratrici domestiche stanno facendo i ricongiungimenti con mariti e figli».

La presenza di famiglie immigrate, ben inserite nella nostra società, crea equilibrio e armonia. All’inizio del nuovo anno 2012 auguriamo a tutte le donne italiane e immigrate e ancor più a tutti i giovani a cui il Papa Benedetto XVI ha dedicato il messaggio per la Giornata mondiale della Pace, di essere davvero strumenti di coesione, solidarietà e comunione per la costruzione di un Paese che più che mai ha bisogno di riprendere fiducia e speranza.

Infatti il Santo Padre ci ricorda che “sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi”. E ancora: “Guardiamo con maggiore speranza al futuro, incoraggiamoci a vicenda nel nostro cammino, lavoriamo per dare al nostro mondo un volto più umano e fraterno, e sentiamoci uniti nella responsabilità verso le giovani generazioni presenti e future, in particolare nell’educarle ad essere pacifiche e artefici di pace.”.

Pubblicato il 30 dicembre 2011 - Commenti (0)
24
dic

Natale per chi non trova posto

Da circa nove anni l’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’Unione delle superiore maggiori d’Italia (USMI) è presente al CIE di Ponte Galeria, dove centinaia di immigrati sono in attesa di identificazione ed espulsione perché privi di documenti.


      Un gruppo di una ventina di religiose di diverse Congregazioni e nazionalità visita settimanalmente il reparto riservato alle donne per offrire una presenza di consolazione e di speranza, in quella situazione così difficile e dolorosa. Specialmente a durante questo periodo di feste. Queste donne, sempre oltre il centinaio, vedono il proprio sogno migratorio frantumarsi  e subiscono l’umiliazione di ritornare a casa a mani vuote, invece di continuare ad aiutare la famiglia, come avevano cercato di fare venendo in Italia.

     Purtroppo molte di queste giovani donne, specialmente le nigeriane e quelle provenienti dall’Europa dell’Est, sono spesso anche vittime della terribile tratta di esseri umani sia per sfruttamento lavorativo ma soprattutto per sfruttamento sessuale. Sono gli anelli più deboli di una terribile catena di schiavitù che tiene soggiogate milioni di giovani vittime ingannate, trasportate nei Paesi di “consumo”, messe sul mercato del sesso, da cui è difficile sganciarsi per ricostruirsi una nuova vita. 

      Nel Centro di Ponte Galeria, come in tutti i Cie d’Italia, gli ambienti sono di uno squallore indescrivibile. Non esistono luoghi di aggregazione e le giornate trascorrono nella più totale inerzia. Terribile per giovani piene di vita, costrette a passare lunghe ore sdraiate sul letto, a volte in preda alla disperazione, sognando un futuro di libertà e normalità. L’unico momento della settimana che fa la differenza è la presenza delle suore il sabato pomeriggio. 

     Le incontriamo in gruppetti a seconda della loro provenienza e conoscenza della lingua, per stare con loro, ascoltare le loro storie, far uscire la loro rabbia e offrire un momento di riflessione e di preghiera, con canti e letture che richiamano la ricchezza e bellezza delle loro culture e tradizioni. Uno dei momenti più belli e significativi, che si ripete ogni anno, è stata certamente la celebrazione del Natale, attraverso un momento di preghiera ecumenica, con canti in varie lingue e un momento di festa per tutte. 

     Anche quest’anno si è ripetuta questa celebrazione, giacché Gesù vuole nascere anche nel Cie di Ponte Galeria, in un ambiente non molto diverso da quello in cui è nato duemila anni fa, in una stalla di Betlemme. Celebrare il Natale con le ragazze e le donne che sono a Ponte Galeria è sempre un’esperienza unica e toccante. Un’esperienza di vita, gioiosa e dolorosa, al tempo stesso. Gioiosa, perché permette di donare la gioia di Betlemme a chi non ha nulla. Dolorosa per il dramma che vivono queste ragazze, lontane dal loro Paese e dalle loro famiglie, dal loro mondo giovanile e dagli affetti più cari. 

      È in questa atmosfera che siamo tornate quest’anno a Ponte Galeria, con una quindicina di suore. Abbiamo incontrato una settantina di donne, pronte a riunirsi nella sala mensa per celebrare insieme il Natale e cogliere il suo messaggio di gioia, di pace, di condivisione e fratellanza: i doni che il Redentore vuole donare ancora ai poveri, agli ultimi, agli emarginati. Quest’anno ci ha profondamente colpito l’annuncio della nascita di Gesù proclamato in ben dieci lingue: italiano, spagnolo, portoghese, inglese, francese, russo, ucraino, rumeno, albanese, e infine in cinese. Dopo l’annuncio della Parola, i canti e le preghiere, ogni ragazza si dispone a preparare la culla dove deporre il Bambinello.

     Purtroppo non hanno nulla all’infuori delle mani aperte e vuote dove possono ricevere e contemplare un Bambinello splendente di luce. Le donne non possiedono nulla qui al Cie. Hanno solo la loro storia personale, fatta di violenze subite, a volte di ferite profonde incise nel cuore. Sicuramente il piccolo Gesù va volentieri da loro, per santificare e sanare le loro vite distrutte. Vita che rimane ugualmente e sempre un dono di Dio. Questo momento è sempre vissuto dalle donne e anche da noi con molta commozione.

     Al termine della celebrazione ecumenica, è seguito il momento di festa con l’arrivo di Babbo Natale che distribuisce a tutte doni utili e graditi: una grande borsa, una tuta calda, vestiario e abbigliamento intimo, nonché dolci tipici di Natale insieme a un bellissimo peluche, donato dagli alunni di due scuole: Marymount di Roma e da un Liceo statale di Ariccia.
Il tutto distribuito tra tanta allegria, con musica e canti natalizi. Solo in questa condivisione il Natale ha senso. Ancora oggi il Piccolo Bambino si fa presente nelle “stalle” odierne, per portare un messaggio di gioia e di pace, proprio come duemila anni fa, quando aveva sperimentato il rifiuto dell’accoglienza nei palazzi dei potenti, giacché anche oggi, come allora, “non c’è posto per Lui nell’albergo”.

Pubblicato il 24 dicembre 2011 - Commenti (0)
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Giustizia e di pace: largo ai giovani

Papa Benedetto XVI in compagnia di alcuni giovani.
Papa Benedetto XVI in compagnia di alcuni giovani.

Il Messaggio del Papa per la XLV Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il prossimo 1° gennaio, si inserisce in una prospettiva educativa molto interessante e di grande attualità: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace».
La convinzione del Santo Padre è che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possano offrire una nuova speranza al mondo e per questo vanno adeguatamente valorizzati.
È quanto cerchiamo di fare anche noi, nel nostro piccolo, con incontri formativi e informativi, provando a raggiungere il maggior numero possibile di giovani, ancora sensibili alle tematiche sociali, per far conoscere in particolare il dramma della tratta di esseri umani e soprattutto per aiutarli a riscoprire e a vivere il grande valore del rispetto della dignità di ogni persona. Solo così, ciascuno potrà essere protagonista di uno sviluppo personale, sociale e cristiano equilibrato, che si esprime attraverso gesti concreti di giustizia e di pace.

Recentemente ho partecipato a un incontro molto bello, consolante e promettente in un Liceo Statale di Ariccia (Roma), organizzato quale preparazione alternativa a un Natale commerciale. Le insegnanti di religione si erano documentate sul problema della tratta di esseri umani e avevano preparato i giovani nelle varie classi attraverso informazioni, documenti e filmati. I ragazzi erano entusiasti di poter incontrare qualcuno che vive a diretto contatto con queste donne e che ha condiviso i loro drammi. E si sono interrogati su cosa potevano fare anche loro.

A questo proposito ho parlato loro del momento di preghiera e di festa che ogni anno organizziamo per Natale nel Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria con donne in attesa di essere rispedite a casa perché prive di documenti. Normalmente regaliamo loro una borsa viaggio, perché possano rientrare in maniera dignitosa e non con le loro poche cose buttate in un sacco della spazzatura. Portiamo degli abiti caldi e un po’ di dolci. I ragazzi, però, sapevano che queste donne, molte delle quali giovanissime, avrebbero gradito anche qualcosa di “speciale”. E allora i 400 studenti della scuola si sono attivati e con grande sorpresa e commozione ho visto il palco letteralmente coperto di bellissimi peluche. Era il loro dono per le ragazze di Ponte Galeria.

Questo gesto, ma anche le loro domande e il silenzio che accompagnava le risposte, mi ha confermato ancora una volta della necessità di investire sui giovani specie nelle scuole per un vero cambiamento di mentalità e per creare una società basata sui valori di giustizia ed equità. Spetta, però, anche a noi adulti, educatori e genitori, accogliere ancora l’invito del Papa che ci sollecita a «comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene. È un compito, questo, in cui tutti siamo impegnati in prima persona».

Il Santo Padre inoltre aggiunge: «Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone». Questa è proprio la nostra sfida di oggi: essere testimoni che propongono una meta da raggiungere ma che sanno anche camminare al fianco di chi sta intraprendendo il cammino della vita.

Pubblicato il 21 dicembre 2011 - Commenti (0)
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dic

Diritti umani, non basta una firma

Sbarchi a Linosa, scene di vita quotidiana tra gli immigrati.
Sbarchi a Linosa, scene di vita quotidiana tra gli immigrati.

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite firmava a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, venne prodotto un documento riguardante il mondo intero, dove tutti sono riconosciuti come persone, senza distinzioni di genere, razza, provenienza, lingua e religione.

Nel Preambolo della dichiarazione viene considerato prima di tutto il riconoscimento della dignità dı tutti i membri della famiglia umana e i loro diritti, uguali e inalienabili, che costituiscono il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Per la prima volta veniva scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo.

Eppure la Dichiarazione è tuttora disattesa in molti contesti e in troppe situazioni, perché non applicata o rispettata, se non addirittura perché apertamente violata. Purtroppo nel 64° anniversario di questo prezioso documento, assistiamo ancora oggi, sempre più di frequente, in svariati angoli di mondo, alla limitazione o alla totale negazione dei diritti umani in essa sanciti e ribaditi. Spesso si tratta dei diritti riguardanti le donne, del rıspetto che dovrebbe essere loro dovuto, della valorizzazione del loro ruolo nella famıglıa e nella società.

Ma penso anche a molte minoranze e al loro diritto a esistere come popoli nelle loro terre di origine; agli immigrati con il diritto di lasciare la loro terra per cercare lavoro e condizioni dı vita migliore altrove; ai richiedenti asilo alla rıcerca di un po’ di sicurezza in Stati democratici; a quanti sono perseguitati a causa della religione o in nome di un Dio che talvolta viene usato per giustificare i nostri interessi personali; nonché tutte le altre forme di violenza e discriminazione ancora esistenti in varie parti del mondo.

Riflettendo su ciò che ogni giorno sentiamo e vediamo nei nostri ambienti di famiglia e di lavoro non è difficile scoprire come questi diritti non siano spesso riconosciuti e garantiti neppure da noi. Infatti all’ Articolo 4 della Dichiarazione leggiamo: «Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù. La schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma».

Eppure la tratta delle schiave, specie di donne e bambini per sfruttamento sessuale, continua ad essere praticata nonostante sia stata definita dall’Onu un “crimine contro l’umanità” e continua a produrre benefici enormi per traffıcani senza scrupoli: oggi rappresenta il terzo business illegale al mondo, dopo il traffico di armi e droga. Ogni anno schiavizza milioni di persone, l’80 per cento donne e minori per una cifra d’affari globale che si aggira attorno ai 32 miliardi di dollari. Molte di queste persone trafficate continuano a soffrire e a morire sulle nostre strade, uccise dalle malattie, dagli incidenti, dai trafficanti o dai clienti, ma soprattutto uccise dalla nostra indifferenza.

Come Joy, uccisa a Novara all’età di 21 anni, Lillian morta a 23 anni per un terribile cancro, o Issi, deceduta due mesi fa al pronto soccorso per un ictus celebrale e ancora in attesa di una degna sepoltura. La comunità che l’aveva accolta e aiutata a spezzare le sue catene di schiavitù si sta organizzando per offrirle un loculo che accolga il suo giovane corpo usato e martoriato da tanti uomini, che hanno ucciso anche i suoi sogni e le speranze di un avvenire sicuro per se stessa e la propria famiglia.

Oggı, dunque, celebrare l’anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani ha senso solo se insieme continueremo a lavorare per riconoscere il dono della dignità, identità e libertà dı ogni persona così com’è stata pensata e voluta dallo stesso Creatore: “Fatta a sua immagine”.

Pubblicato il 10 dicembre 2011 - Commenti (1)
25
nov

La violenza che ho conosciuto

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un’occasione di riflessione e sensibilizzazione contro la violenza perpetrata sulle donne in molti modi: da quella più frequente, che purtroppo resta ancora oggi la violenza domestica, sino a quella più subdola e umiliante, ovvero la tratta di donne e minori per lo sfruttamento sessuale.

     I Governi e le organizzazioni internazionali e non governative sono stati invitati oggi a promuovere incontri e iniziative per sensibilizzare l'opinione pubblica su questa terribile piaga sociale che sta dilagando e distruggendo generazioni di giovani donne. Nella mia lunga vita di missionaria, prima in Africa per 24 anni e dal 1993 qui in Italia, sono venuta a contatto con tante storie di donne. Spesso drammatiche. Ma è nel nostro stesso Paese che ho conosciuto la violenza e lo sfruttamento più degradante a cui moltissime donne, specialmente immigrate, sono costrette.

     Donne impoverite e sfruttate dai nostri sistemi di vita. Nelle nostre città ho incontrato il mondo della violenza, dell’emarginazione e dello sfruttamento. Qui sono diventata una “missionaria della notte e della strada”. E qui mi è stato chiesto con forza di prendermi cura di tante giovani vittime del traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale: le nuove schiave del XXI secolo.  Ancora oggi le nostre case-famiglia sparse un po’ in tutta Italia accolgono queste giovani vite sfuggite alla criminalità organizzata e allo sfruttamento per cercare di guarirle dalle profonde ferite causate dalle molte violenze subite ogni notte. Ferite che portano non solo sul loro giovane corpo, ma soprattutto nel loro essere profondo di donne.

     Sovente i nostri mezzi di comunicazione danno giustamente molta attenzione e informazione per i casi di donne o giovani violentate o stuprate in modi assai brutali, ma purtroppo quasi mai si pensa e si parla di chi ogni notte vive questa stessa esperienza ripetutamente. Una volta, una ragazza minorenne, mi diceva che in una notte aveva avuto 13 clienti. Per lei era come se essere violentata per 13 volte! In un’altra occasione una giovane dell’Est, rinchiusa in un appartamento al terzo piano e continuamente violentata dai suoi schiavisti per costringerla ad andare in strada a prostituirsi, stanca e disperata ha chiesto di andare in bagno e si è buttata dalla finestra. È stata trovata sul prato sottostante con tutte le ossa fracassate, ma miracolosamente viva.

     Quante giovani ancora oggi vengono uccise brutalmente sulle nostre strade, non solo da brutali assassini, ma anche dalla nostra stessa indifferenza. L’ultimo caso che ho incontrato è quello di Joy, nigeriana di 21 anni. Il suo corpo è stato gettato via come spazzatura e trovato nell’Agogna nel Novarese. Casi come questi sono ancora assai numerosi. Purtroppo non si trovano quasi mai i colpevoli perché non vengono ricercati o adeguatamente puniti dalla giustizia e non ci sono mai risarcimenti per le vittime e le loro famiglie lontane e povere.

     Molte di queste vittime sono madri e lasciano le loro creature in assoluta povertà, quasi sempre a carico della famiglia materna che certamente non vive nell’abbondanza. Oggi, in occasione di questa giornata contro la violenza sulle donne, vorrei rivolgere un appello in particolare ai giovani delle nostre famiglie, scuole e parrocchie, nonché ai loro educatori. C’è bisogno di più testimonianza, di esempio e di maggiore formazione. C’è bisogno di più rispetto della dignità della persona, di relazioni più ricche di senso tra uomini e donne, che portino all’apprezzamento reciproco, alla comunicazione e alla vera amicizia, e che contribuiscano a promuovere i valori più autentici che ciascuno racchiude in sé per il bene personale e della società.

     Spero anche che le tre donne di grande valore e capacità che sono oggi presenti nel nuovo governo - Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, Paola Severino, ministro della Giustizia, e Elsa Fornero, ministro del Welfare con delega alle Pari Opportunità - possano contribuire a dare all’Italia una nuova speranza per un futuro più solidale. Ci auguriamo che, insieme ai loro colleghi uomini, possano fare un buon lavoro a favore di tutto il Paese, ma in modo particolare per un maggior riconoscimento e apprezzamento del ruolo e della dignità delle donne, lottando con decisione contro ogni forma di violenza, discriminazione, manipolazione e sfruttamento.

Pubblicato il 25 novembre 2011 - Commenti (0)
23
nov

Donne, “spina dorsale” della Chiesa africana

Papa Benedetto XVI durante la sua ultima visita in Benin.
Papa Benedetto XVI durante la sua ultima visita in Benin.

Durante la sua visita in Benin, Benedetto XVI ha consegnato alla Chiesa d’Africa l’Esortazione apostolica post-sinodale: Africae Munus (“L'impegno dell'Africa”). Nel capitolo dedicato alle donne, molti sono i passaggi in cui si riconosce alle donne africane il loro ruolo insostituibile nella famiglia, nella società e nella Chiesa. Molte delle affermazioni che i vescovi avevano usato nelle loro raccomandazioni finali sono state elaborate e inserite come linee guida per una Chiesa chiamata a essere al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Le donne, in particolare, sono proprio la “spina dorsale” di questo continente così ricco di valori umani, culturali e religiosi, ma altrettanto impoverito da troppi interessi sia locali, che del mondo occidentale che reitera vecchie e nuove logiche di sfruttamento e oppressione. Tutto questo crea povertà, malattie, discriminazione, ingiustizia e tanta violenza. Le prime a soffrirne sono proprio le donne.

Il Papa si auspica e chiede ai suoi pastori che la stessa Chiesa e la società diano alle donne il posto che spetta loro e incoraggino la formazione delle donne affinché esse assumano «la loro propria parte di responsabilità e di partecipazione nella vita comunitaria della società e della Chiesa. Esse contribuiranno così all’umanizzazione della società». Il documento fa pure emergere l’importanza dell’educazione della donna giacché, «se è innegabile che dei progressi sono stati compiuti per favorire la promozione e l’educazione della donna in certi Paesi africani, ciononostante, nell’insieme, la sua dignità, i suoi diritti così come il suo apporto essenziale alla famiglia ed alla società continuano a non essere pienamente riconosciuti, né apprezzati». Il documento ribadisce che «troppo numerose sono ancora le pratiche che umiliano le donne e le avviliscono, in nome della tradizione ancestrale». C’è quindi bisogno di un vero cambiamento di mentalità e questo può avvenire solo se siamo convinti che «bisogna riconoscere, affermare e difendere l’uguale dignità dell’uomo e della donna». Purtroppo, aggiunge il Papa, «l’evoluzione delle mentalità in questo campo è eccessivamente lenta».

Nella sua Esortazione apostolica, Africae munus il Santo Padre non parla specificamente delle nuove forme di schiavitù del XXI secolo e della terribile piaga della tratta di esseri umani che distrugge la vita di moltissime donne e minori dei Paesi africani. Questo mi è molto dispiaciuto, anche perché nelle proposizioni finali del secondo Sinodo per l’Africa, questa piaga veniva esplicitamente denunciata, così come tanti altri abusi come la schiavitù sessuale ed il turismo sessuale. I Padri sinodali avevano inoltre proposto «la creazione di “case di accoglienza” per ragazze e donne vittime di abusi perché trovino riparo e consulenza, nonché la stretta collaborazione tra Conferenze Episcopali per porre fine al traffico delle donne».

Per chi, come me e come molte altre religiose, lavora qui e in Africa per combattere questo vergognoso traffico, si tratta purtroppo di un’ottima occasione persa. Chi ha vissuto per molti anni in Africa - come ho avuto la gioia di farlo io per 24 anni - a contatto con tante donne africane, piene di vita e di coraggio, sa molto bene il valore di queste donne, ma anche le difficoltà e le sofferenze che esse continuano a vivere e subire. E dunque, nonostante non sia stato fatto alcun riferimento alle vittime della tratta, condividiamo con Benedetto XVI il grido di speranza per tutte le donne africane, affinché possano continuare a essere sempre di più nella Chiesa, nella società e nella famiglia una presenza di vita e di comunione: «La Chiesa conta su di voi per creare una “ecologia umana” attraverso l’amore e la tenerezza, l’accoglienza e la delicatezza, e infine la misericordia, valori che voi sapete trasmettere ai figli e di cui il mondo ha tanto bisogno. Così, con la ricchezza dei vostri doni propriamente femminili, favorirete la riconciliazione degli uomini e delle comunità».

Pubblicato il 23 novembre 2011 - Commenti (0)
09
nov

Donne, la preoccupazione del Papa

Lunedì 7 novembre, Benedetto XVI ha ricevuto in udienza il nuovo ambasciatore della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede, Reinhard Schweppe. Durante l’udienza, il Santo Padre ha pronunciato un discorso in cui riafferma con forza che la Chiesa, “forte della verità sull’uomo”, è chiamata a impegnarsi per “quei valori che sono validi per l’uomo in quanto tale, a prescindere dalle singole culture”.

     Egli richiama il popolo tedesco (e non solo) al senso del rispetto e della dignità della persona, valori mai negoziabili. Il Papa rileva che ancora oggi, purtroppo, alcuni “valori fondamentali dell’esistenza umana sono nuovamente messi in discussione”. Per questo, avverte, che la Chiesa ha il dovere di “difendere la dignità dell’uomo” quando “è messa a rischio”. E aggiunge: “Solo una società che rispetti e difenda incondizionatamente la dignità di ogni persona, dal concepimento fino alla morte naturale, può dirsi una società umana”.

     Ma soprattutto con molta forza si esprime contro la discriminazione di genere, la prostituzione e la mancanza di rispetto della dignità di ogni persona. Così il Papa si esprime: “A questo punto, vorrei affrontare un altro aspetto preoccupante che, a quanto pare, dilaga attraverso tendenze materialistiche ed edonistiche soprattutto nei Paesi del cosiddetto mondo occidentale, ovvero la discriminazione sessuale delle donne. Ogni persona, sia uomo, sia donna, è destinata a esserci per gli altri. Un rapporto che non sia fondato sul fatto che l'uomo e la donna hanno la stessa dignità, costituisce un grave crimine contro l'umanità. È ora di arginare in maniera energica la prostituzione che costringe migliaia di ragazze trafficate a vendere il proprio corpo come schiave, ma anche l'ampia diffusione di materiale pornografico, soprattutto in Internet".

     La preoccupazione del Santo Padre trova piena sintonia con quanti si chinano ogni giorno su tante donne e minorenni vendute e comprate, usate e ferite per aiutarle a guarire e a ritrovare il senso della propria vita e dignità, ma offre pure un grande incoraggiamento alle tante donne che in modi diversi subiscono violenze, sia psicologiche che fisiche, specialmente tra le mura domestiche. Mai come in questo tempo è diventata diffusa la discriminazione e la violenza di genere che distrugge rapporti familiari e tra colleghi e toglie sicurezza e serenità. Certamente le parole del Papa vogliono essere anche un forte richiamo alle varie istituzioni laicali e religiose, pubbliche e private, perché ciascuno è chiamato a confrontarsi con la realtà e ad assumersi le proprie responsabilità.

     Solo così potremo contribuire insieme alla costruzione di relazioni nuove non basate su interessi e guadagni o sulla sopraffazione, ma sul rispetto della persona e del vero bene comune. Solo così potremo creare una vera famiglia umana, dove ognuno svolge un ruolo specifico per il bene di tutti. Quante donne in questi ultimi mesi, specialmente mamme con bimbi, hanno trovato rifugio nelle nostre comunità di accoglienza! Lontane dall’incubo dello sfruttamento e da maltrattamenti di ogni tipo, sono desiderose di trovare serenità, sicurezza e stabilità. Ma quanto è difficile guarire certe ferite causate da relazioni violente, dal disprezzo o dall’abuso. Solo l’accoglienza e l’amore disinteressato che non giudica o condanna può aiutare ogni persona a ritrovare se stessa e a riscoprire quella forza interiore che viene da Dio che è Padre di tutti, specialmente delle persone più vulnerabili.

Pubblicato il 09 novembre 2011 - Commenti (0)
31
ott

La ricchezza delle donne immigrate

Giovedì  27 ottobre è stato presentato a Roma, e in contemporanea in tutte le regioni italiane, il 21° Rapporto sull’Immigrazione: “Oltre la crisi, insieme”. Come ogni anno, il dossier statistico di Caritas Italiana, Migrantes e Caritas Roma viene presentato con dati accurati che ci parlano in modo concreto e reale del variegato mondo dell’immigrazione e che ci aiutano a riflettere e valorizzare la presenza di tante persone che noi chiamiamo ancora stranieri, ma che sono ormai parte integrante del nostro tessuto sociale.


     Vorrei soffermarmi in modo particolare sulla presenza delle donne la cui percentuale supera ormai quella degli uomini. Su quasi 5 milioni gli immigrati residenti nel nostro Paese - pari al 7,5% della popolazione italiana - e le donne con un regolare permesso di soggiorno costituiscono il 51,8 per cento della popolazione immigrata. Ma dove sono tutte queste donne? Che cosa fanno? Che contributo offrono alla nostra società?


     È stato più volte affermato che le donne immigrate sono un elemento fondamentale di crescita, sviluppo e integrazione: primo fra tutti, contribuiscono fortemente e concretamente al tasso di fecondità nazionale. Il Dossier statistico mette in risalto il contributo delle donne straniere alle nascite e quindi alla ripresa demografica del Paese. I figli dovrebbero essere considerati la prima grande ricchezza su cui investire perché sono proprio loro che offrono stabilità, crescita e sicurezza di futuro per ogni Paese che vuole avere continuità. E le donne immigrate che portano con sé le ricchezze delle loro culture di origine, amanti della vita e della maternità, ci offrono questo dono. 

   

Esse sono pure portatrici di un tesoro di saperi e di competenze che Paesi come il nostro hanno tutto l’interesse a conoscere e assorbire. Abbiamo quindi bisogno di scoprire maggiormente e valorizzare le preziose risorse che ci vengono offerte, come l’enorme contributo di esperienza e di umanità che le immigrate portano con sé dai loro Paesi di provenienza.

     Queste donne le troviamo principalmente nelle nostre case, nella cura dei nostri bambini oppure nell’assistenza ai nostri genitori anziani e ammalati. Proprio a loro affidiamo le persone più preziose e care: la vita che nasce e cresce e quella che volge al tramonto. A loro va quindi la nostra riconoscenza e il nostro affetto. Ma anche la consapevolezza di quanto possa essere duro e difficile per ciascuna di loro il distacco dal loro Paese e dal loro mondo di affetti, relazioni, lingua e cultura per avere in cambio un lavoro remunerativo che permetta a se stesse e alle famiglie lasciate nei luoghi di origine di avere una vita più dignitosa. Molte di loro, infatti, sono fuggite dalla povertà o da situazioni di conflitti nella speranza di trovare un po’ di benessere e di dare un futuro ai propri, spesso bambini lasciati in custodia agli anziani genitori per prendersi cura dei nostri bambini.

     Ma ci sono anche migliaia di donne immigrate che non sono state considerate numericamente in questo Dossier, perché prive di documenti. Molte di loro sono ancora in balìa di trafficanti che sfruttano la loro situazione di illegalità per costringerle a vendere il loro corpo sulle nostre strade. Altre le troviamo rinchiuse per lunghi mesi nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE)  dove vivono la sofferenza di un futuro incerto e di un rimpatrio forzato. Altre ancora, purtroppo, continuano a morire sulle nostre strade: come Joy, che lo scorso mese di ottobre è stata trovata in un torrente alle porte di Novara, ammazzata a soli 21 anni.

     Ora mi sto occupando del caso di Jessica, morta nei giorni scorsi per un’emorragia celebrale a poco più di trent’anni. Chi l’aveva conosciuta ha commentato: «La strada e gli aguzzini hanno rubato la vita a questa creatura». Anche loro come tutte le donne avevano dei sogni da realizzare. Nel giorno dedicato ai nostri defunti, abbiamo dunque un ricordo speciale, una preghiera e una richiesta di perdono per tutte le vittime uccise anche dalla nostra indifferenza.

Pubblicato il 31 ottobre 2011 - Commenti (0)
29
set

In ricordo di Wangari Maathai

Mentre aspettiamo e speriamo che il prossimo Nobel per la pace - che verrà reso noto tra qualche giorno, il 7 ottobre - venga assegnato alle donne africane, la notizia della scomparsa, domenica 25 settembre, di Wangari Maathai, 71 anni, mi ha particolarmente colpito e commosso, come donna e come missionaria della Consolata. Prima donna africana premio Nobel per la pace nel 2004, Wangari Maathai era un’autentica figlia dell’Africa. E un po’ la sentivamo anche figlia nostra, di noi missionarie della Consolata. È infatti presso una delle nostre scuole elementari di Nyeri, dove era nata, che ha cominciato il suo percorso formativo che l’ha portata successivamente a diventare la prima donna keniana a conseguire un dottorato in Scienze biologiche, la prima a ottenere una cattedra di veterinaria all’università di Nairobi, la prima a creare, nel 1977, un’associazione per la salvaguardia dell’ambiente, il Green Belt Movement che ha piantato più di trenta milioni, dagli anni Ottanta ad oggi in diversi Paesi africani.

«Quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista - diceva - ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini». E così, mentre piantava milioni di alberi, coinvolgeva migliaia di donne in un processo di consapevolezza non solo del rispetto della natura ma della propria dignità e del proprio valore, affinché diventassero protagoniste del loro riscatto e di un reale cambiamento della qualità della vita. L’esempio e la tenacia di questa donna kikuyu mi hanno sempre affascinato e mi sono stati di grande ispirazione. Purtroppo non l’ho mai conosciuta personalmente, ma l’ho sempre ammirata sia durante la mia permanenza in Kenya, come pure in questi anni di servizio missionario in Italia, rivolto in particolare alla donna immigrata, soprattutto africana. «Nel gennaio del 2010 - ricordano le mie consorelle che stanno in Kenya - abbiamo celebrato a Nyeri, prima missione dei missionari e delle missionarie della Consolata, il Centenario della nostra fondazione.


Fra le persone invitate, spiccava una donna dal sorriso pronto e dalla parola arguta: era Wangari Maathai, che volentieri aveva voluto partecipare all’evento, perché aveva frequentato la nostra scuola elementare nel 1952 e aveva avuto come insegnanti proprio le missionarie della Consolata». Ed ecco il ricordo commosso di Wangari Maathai: «Sono venuta qui all’età di dodici anni, in questo luogo dove siamo ora; dormivo nel dormitorio che ancora si vede nell’area dietro al podio. Poi sono andata alla Loreto School di Limuru per le scuole superiori e infine all’università negli Stati Uniti, dalle suore Benedettine. Quindi ha fatto tutto il mio percorso formativo dalle suore. E ciò che sono oggi si fonda in modo particolare su quanto ho ricevuto negli anni della mia fanciullezza, da quelle insegnanti che non potrò mai dimenticare».

La Maathai ha messo poi l’accento sul significato che ha avuto per lei la missione: consolare e riconciliare. «Siamo parte dell’ambiente - ha detto - e dobbiamo consolare e riconciliarci con l’ambiente... Per favore, continuiamo a piantare alberi, a costruire terrazze per evitare l’erosione che distrugge e porta via il terreno fertile, a ridare vita alle nostre foreste». La sua battaglia per la conservazione dell’ambiente ha trovato, proprio nei giorni della sua agonia, piena sintonia con ciò che Benedetto XVI ha detto, lo scorso 22 settembre, al Parlamento di Berlino: «L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Ma esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere.


L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana». Queste parole sono un richiamo e un monito per tutti noi. Che attenzione e cura abbiamo della natura? Che rispetto abbiamo dei luoghi in cui viviamo? Non solo i nostri ambienti naturali, ma anche le nostre città sono sporche e trascurate. Persino le meravigliose opere d’arte e i monumenti di cui è ricchissimo il nostro Paese sono spesso imbrattati o assediati dalla spazzatura. Non è questo un indice di noncuranza e menefreghismo? Da parte di tutti: autorità e singoli cittadini.

Tutto questo degrado non rivela forse il disagio di un Paese allo sbando, senza regole, valori e rispetto del creato, di ciò che ci circonda e anche delle persone? Che cosa potrebbe rimproverarci o stimolarci a fare oggi una donna come Wangari Maathai se camminasse per le strade delle nostre città in paese che si dice “civile”?

Pubblicato il 29 settembre 2011 - Commenti (0)
12
set

Caro ministro, non ti è lecito

Il ministro Sacconi.
Il ministro Sacconi.

Mi trovo in Polonia, ed esattamente a Cracovia, dove è in atto, dal 4 al 9 settembre, un importante Convegno per religiose, che si occupano di tratta di esseri umani, particolarmente di donne e minori per lo sfruttamento sessuale. Lo scopo e il tema di questo incontro è “ascoltare il grido di aiuto” di centinaia di migliaia di giovani donne, vittime di violenza e di sopruso, che vivono e soffrono nei nostri Paesi. Ascoltare il loro grido per ridonare a loro dignità, rispetto e libertà.     

     Le ottanta religiose, partecipanti al convegno, provengono da 19 Paesi dell’Europa dell’Est e dell’Ovest; si sono ritrovate insieme per un confronto, per cercare strategie comuni, per un serio “lavoro di rete” tra Paesi di origine, transito e destinazione. L’Italia vede una presenza di otto religiose, tutte coinvolte nel contrasto alla tratta in campi diversi, che portano l’esperienza di un capillare lavoro di rete in tutta Italia, specie nel delicato lavoro di recupero e reintegrazione sociale e legale di tante giovani donne.      

     Vi lascio immaginare il nostro sconcerto nell’apprendere la “barzelletta” del ministro Sacconi. Come è possibile che, ancora oggi, persone con alte cariche politiche e di governo banalizzino in questo modo la dignità della persona? Come è possibile che si permettano di scherzare con paragoni blasfemi persino sulle suore? Non si rende conto che, in questo modo, ferisce la parte più intima e sacra della loro vita di donne consacrate? Una vita vissuta nella donazione a Dio e a quanti attendono un servizio di amore gratuito e disinteressato, che spesso cerca di rimediare anche alle carenze di appropriati interventi governativi.     

     Al ministro Sacconi va l’indignazione non solo delle religiose italiane presenti a questo Convegno europeo, ma anche quella di tutte le ottanta religiose che vi partecipano, e che si sono unite a noi per gridare insieme: «Non ti è lecito!». Non ti è lecito, caro ministro, usare paragoni blasfemi nei riguardi di donne e della loro dignità. Non ti è lecito strumentalizzare la storia, usandola a tuo uso e consumo personale. Non ti è lecito ergerti a giudice della vita di altre persone. E non ti è lecito, soprattutto, infangare, usando frasi senza criterio e buon senso, la vita di donne consacrate, che ogni giorno, con il loro servizio disinteressato e amorevole, ridanno speranza e vita nuova a decine di donne stuprate, usate, gettate nella spazzatura o persino uccise.

     Caro ministro, “essere donne” è un grande dono e vorremmo che anche il popolo italiano e tutte le classi politiche e sociali ne rispettassero la dignità, ne apprezzassero la ricchezza, ne condividessero i valori, il servizio che offrono e la gratuità che è nel loro cuore.

Pubblicato il 12 settembre 2011 - Commenti (11)
25
ago

La Gmg e la storia di Florence

Mentre abbiamo ancora negli occhi le immagini di centinaia di migliaia di giovani di tutto il mondo, radunati a Madrid per celebrare la Gmg e riscoprire la loro appartenenza di cristiani «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (Col 2,7), penso con emozione e sofferenza a chi non ha potuto essere in mezzo a quella folla di giovani pieni di entusiasmo e di vita. Ripenso alle centinaia di giovani donne immigrate, che incontro ogni sabato pomeriggio - insieme ad altre religiose di diverse congregazioni e vari Paesi -, nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, relegate per 18 mesi e in attesa di espulsione con l’unica colpa di essere in Italia senza documenti.

E ripenso alle migliaia di altre giovani e minorenni costrette a vendersi lungo le nostre strade e che non possono godere con altre ragazze e ragazzi la bellezza di creare una forza di comunione e solidarietà, accomunati dallo stesso ideale e ricerca di verità. Rivedo quella moltitudine di giovani in attesa dell’incontro con Benedetto XVI, pronti ad ascoltare la sua parola che li stimola all’incontro con Cristo, unica speranza che non delude mai, e il mio pensiero ritorna alla Gmg dell’Anno Santo del Duemila, celebrata a Roma.

Ecco allora che rivivo con commozione la storia di Florence, una giovane nigeriana che ha avuto la forza e il coraggio di spezzare le sue catene e di ritornare a essere persona libera. A quel tempo, Florence era costretta a lavorare ormai da due anni lungo una strada di Roma. Da alcuni suoi clienti abituali venne a sapere che giovani di tutto il mondo stavano invadendo Roma per celebrare il Giubileo. Colpita da questa presenza festosa, Florence s'interroga su s{ stessa e la propria vita. Pure lei era giovane e veniva dalla Nigeria, dov’era stata battezzata da piccola nella Chiesa cattolica. Quindi l’invito a partecipare a quello straordinario evento era rivolto anche a lei.

Da tempo, però, non era più in sintonia con la sua fede cristiana perché, come in un fiume in piena, era stata trascinata nel mercato dello sfruttamento sessuale e segnata con il marchio di “prostituta”. Anche lei era stata sequestrata da un “pappone” che la soggiogava e la maltrattava se non guadagnava abbastanza, vendendo il suo corpo insieme alla sua giovinezza, femminilità e dignità. Ormai si sentiva estranea a quel mondo giovanile, così vibrante di gioia e di entusiasmo, che da aveva lasciato alle spalle per vivere un'umiliante e degradante esperienza.

Eppure, Florence, sentiva impellente nel cuore il richiamo di quell’evento, perché il Giubileo era proprio per chi, come lei, attendeva la liberazione da una vergognosa e nuova forma di schiavitù. Nonostante i dubbi e le paure, una forza interiore la spingeva a incamminarsi verso il grande raduno. E così ha lasciato la casa, e si è affiancata ai tanti pellegrini, titubante e sperduta. Si è ritrovata vicino al grande palco. Sorpresa e confusa si è seduta in attesa di vivere il più grande miracolo della sua vita. Alcuni giovani hanno notato la sua solitudine e si sono interessati a lei, offrendole la loro amicizia insieme a viveri e bevande.

Florence si è unita a loro con il canto, la danza e l’entusiasmo che fioriva nel suo povero corpo martoriato e segnato dallo sfruttamento sessuale. A poco a poco si è sentita a suo agio e ha preso coscienza che quell’evento aveva un significato profondo proprio per lei che aveva sperimentato la paura, la solitudine, l’inganno, la delusione, la rabbia, la violenza, la schiavitù e la morte. Florence ha vissuto intensamente quelle ore, lunghe quanto la sua vita di sofferenza, di sfruttamento, di dolore e di delusione, ma altrettanto corte, troppo corte per gustare fino in fondo la gioia della sua giovinezza e dignità ritrovata. Per Florence, il Giubileo si stava realizzando pienamente e in tutta la sua forza, integrità e bellezza.

L’incontro con l’Eucaristia del giorno seguente ha segnato il culmine di tutta la sua esperienza di fede e di misericordia del Signore e Florence ha trovato il coraggio di dire: «Basta!». Due giorni dopo è scappata, lasciando alle spalle, non solo la sua vita di miseria e di umiliazione, ma anche le sue poche cose: non ha portato nulla con sé, all’infuori della sua nuova esperienza interiore, che da quel momento in poi è stata la sua unica forza e ricchezza.

Ricordando Florence, chiediamo a Cristo, che continua a parlare al cuore di tanti giovani assetati di verità, di gioia, di giustizia, di pace e di solidarietà, di continuare a percorrere le strade del mondo, specialmente là dove la dignità della persona, soprattutto di donne e minori, è costantemente disprezzata e calpestata. Lui solo può spezzare le catene di ogni forma di schiavitù per aiutare le persone a vivere in liberà e verità.

Pubblicato il 25 agosto 2011 - Commenti (1)


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Autore del blog

Noi donne oggi

Suor Eugenia Bonetti

Missionaria della Consolata, è stata per 24 anni in Kenya. Al ritorno comincia a lavorare in un Centro d’ascolto e accoglienza della Caritas di Torino, con donne immigrate, molte delle quali nigeriane, vittime di tratta. Dal 2000 è responsabile dell’Ufficio tratta dell’Unione superiori maggiori italiane (Usmi). Coordina una rete di 250 suore di 70 diverse congregazioni, che operano in più di cento case di accoglienza. Il presidente Ciampi l’ha nominata nel 2004 Commendatore della Repubblica italiana.
Ha scritto con Anna Pozzi il libro "Schiave" (Edizioni San Paolo).

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