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Ragazzi che non imparano la matematica

Sicuramente Emanuele è un ragazzo di buona intelligenza, brillante nelle argomentazioni, risoluto nelle affermazioni, rispettoso ma talvolta caparbio nelle sue convinzioni. Gli piace incrociare le armi della polemica, del contraddittorio, con i coetanei ma soprattutto con gli adulti, e lo fa con ricchezza verbale e proprietà di linguaggio.

Eppure… consigliato dagli insegnanti delle medie di frequentare il liceo scientifico per i buoni risultati conseguiti in tutte le discipline, si è iscritto al primo anno della sperimentazione informatica, ma ha incontrato notevoli difficoltà nello studio. E’ passato in II nel liceo scientifico ordinario, ma a metà anno ha abbandonato la scuola, per gli esiti decisamente negativi e stati di malessere derivanti dalle faticose relazioni familiari. Ad un certo punto, la sua rivolta (inconsapevole) lo aveva portato addirittura a sovvertire l’alternanza del giorno e della notte, restando sveglio per la maggior parte delle ore notturne e prendendo sonno solo alle prime luci dell’alba. Ora sta ripetendo il II anno, con buoni risultati in molte materie… tranne matematica. Pur avendo buon intuito, non si applica con continuità, e i risultati sono decisamente scadenti.

Anche Mathias è un ragazzo dalle ottime potenzialità intellettive: intuizioni vivaci, uno stimolante contesto familiare. Ha un pensiero logico forte e consequenziale. Con le parole se la cava benissimo. E’ iscritto anche lui al liceo scientifico, in primo anno. Il suo andamento scolastico è alterno, anche a causa di una situazione personale e familiare complessa e delicata. Mathias infatti utilizza buona parte del suo tempo a tramare contro genitori ed insegnanti, ad escogitare modi per ingannare gli adulti che lo circondano, in primo luogo per liberarsi da un controllo severo, a volte esasperato, che i suoi genitori mettono in atto.  E’ oppositivo e in-sofferente. Malgrado tutto ciò, riesce comunque a mettere a segno buoni risultati in alcune materie, come il latino, l’italiano  e l’inglese. Ma non in matematica…

Sono molti i ragazzi che incontrano difficoltà in matematica, e non sempre per carenze di base o difficoltà specifiche nell’apprendimento. I loro risultati sono in contrasto con le loro buone capacità logiche, con l’intuito che mostrano anche in ambito scientifico e numerico. Certo, spesso scontano una carenza di esercizio e talvolta, a causa delle loro personalità combattive e non sempre controllate, arrivano allo scontro con l’insegnante per le loro inadempienze.

Mi viene da pensare però che ci sia dell’altro, e non soltanto la carenza di impegno nel lavoro a casa. Noto che spesso si tratta di ragazzi piuttosto refrattari alle norme dei ‘grandi’, strenui difensori della propria libertà personale contro il controllo messo in atto dai genitori e dagli altri adulti.

Forse c’è qualche collegamento tra gli elementi caratteriali di oppositività e di conflitto con le norme sociali che alcuni ragazzi, come i due citati, manifestano (sia pure in modi diversi)  e la difficoltà ad accettare la ‘sottomissione’ alle norme operative della matematica sui numeri, l’adesione alle quali non sembra avere altra giustificazione che un obbligo interno alla materia stessa. La matematica è la più astratta delle conoscenze, pur avendo delle applicazioni concrete così necessarie per la nostra vita. I suoi elementi sono ì lontani dalla concretezza: i numeri, le lettere, le forme geometriche… Chi non ricorda le prime lezioni di geometria in cui l’insegnante, disegnando un punto con il gesso sulla lavagna, subito avverte : “Questo NON è un punto, perché il punto è un’entità geometrica senza dimensioni” e così via con la retta, il piano, lo spazio… Anche i  rapporti tra gli enti matematici e geometrici seguono regole stabilite formalmente, che non si possono discutere. Prendere o lasciare. Un’alternativa difficile da accettare per i ragazzi di cui sto parlando. In più la matematica mi appare come la materia dove più è necessario sottoporsi ad una disciplina interna ferrea, tanto nell’attenzione costante alle spiegazioni, quanto nell’esercizio domestico; e ciò appare molto difficile ad Emanuele e Mathias, che faticano ad accogliere le richieste degli adulti di rispettare la disciplina, l’autorità, le regole formali del comportamento. Ragazzi che hanno sempre bisogno di essere rassicurati sui legami affettivi con gli altri, perché hanno paura che rispettare la disciplina significhi doversi sottomettere ad un’autorità rigida e poco affettuosa come quella che hanno sperimentato in famiglia. Le mie sono riflessioni che nascono da una pratica quotidiana che non è quella specifica del matematico. Mi piacerebbe invece sapere che cosa ne pensano i matematici di professione…    

Pubblicato il 20 gennaio 2012 - Commenti (1)
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Pensare al Natale: un augurio

Ciò che più mi colpisce, del Natale, resta sempre l’evento incomprensibile di un Dio creatore e Signore assoluto del tutto che, anziché starsene nel più alto dei cieli, nella sua pienezza assoluta e perfetta, avverte una specie di ‘mancanza’ in sé e decide di calarsi nel corpo di un uomo, provando in tutto la condizione umana. E lo fa per amare fino in fondo l’uomo e tutto il creato.

Resta per me un atto di immenso coraggio e di amore assoluto quello di Dio che si fa piccolo, fino ad entrare nella vita di un bambino, inerme di fronte ai bisogni più elementari. Che si lascia vincere dal sonno o squassare dalla fame. Che si lascia accarezzare, nutrire, vestire, pulire e sperimenta tutte le primordiali sensazioni di ogni bambino… E che poi cresce, incomincia a pensare, a provare i sentimenti che colorano il mondo interiore di ogni uomo. Che si consente di vivere i molteplici moti dell’animo : l’attaccamento a chi si ama, il piacere e la delusione, la paura e la rabbia. Che sperimenta il pensiero, lo studio e la conoscenza.

Per questo Dio che si è fatto uomo, tutto nel mondo appare ancora più nuovo, perché egli proviene da distanze siderali e resta pur sempre Dio, pur essendo pienamente calato nella dimensione umana. Immagino che ciò abbia molte volte provocato in Gesù una tensione enorme tra questi due estremi, sempre presenti insieme.

Questo senso di novità, quasi di stupore, che, posso immaginare, ha continuamente accompagnato Gesù, mi ricorda quello di ogni adolescente che, crescendo, vede e sperimenta con sensi nuovi e nuovi pensieri ciò che avviene attorno e dentro a sé. Anche Gesù avrà guardato il suo corpo crescere, avrà sperimentato la speranza che nutre i progetti e la fatica di realizzarli, l’incertezza e l’entusiasmo. E’ questo ciò che rende miracolosa ogni adolescenza, ciò che, quando rimane vivo, depositato dentro di noi, anche da adulti o da vecchi, ci permette di gustare la vita in modo nuovo.

Auguro a chi legge di poter sentire dentro di sé la vita rinnovata dall’atto di coraggio e di amore che Gesù ci offre anche in questo Natale 2011, incarnandosi nuovamente.

Per parte mia, regalo a tutti le parole, tanto più intense delle mie, di un grande poeta, Jorge Luis Borges, che in “Elogio dell’ombra”, rilegge così il versetto del Vangelo di Giovanni sull’Incarnazione “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv, 1, 14).

Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi gioca con un bimbo gioca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.

 
 

Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.

Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido,
quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sul palmo,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto gridio degli uccelli.

 
 

Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
sarà almeno la sua eco.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte e rimpiango l’odore
di quella bottega di falegname.

Pubblicato il 22 dicembre 2011 - Commenti (0)
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Ancora a proposito del suicidio

La lettura dei due commenti di bastardobuono e trismamma75 (che voglio ringraziare per la fedeltà con cui seguono il blog) mi spinge ad aggiungere qualcosa al post. Quando Flavio, come molti altri ragazzi all’incirca della sua età, dice di voler morire, non credo che pensi concretamente alla morte come esperienza definitiva, dalla quale non si torna indietro, come fine completa della vita terrena. Spesso gli adolescenti, quando parlano di morte, pensano di far morire qualcosa di sé, ma di tenere qualcos’altro vivo.

E’ paradossale, ma il più delle volte, gli adolescenti che parlano di morte lo fanno per non morire. Anzi, qualcuno dice: «Se muoio, voglio proprio vedere quante persone verranno al mio funerale; voglio sentire  che cosa la gente dirà di me…». Come se si potesse partecipare al proprio funerale (come nella vecchia canzone di Jannacci) e di nascosto scoprire i legami più autentici, le amicizie più profonde, e smascherare quelle ipocrite e false. Come se in questo modo si potesse far emergere ciò che di più vivo c’è nella loro attuale esistenza.

Non tutti gli adolescenti pensano di morire, certo; anche se molti percepiscono di doversi confrontare con questa esperienza sconvolgente e radicale, sia direttamente (pensandoci, parlandone…), sia indirettamente, attraverso la musica (specie quella degli ‘eroi’ morti giovani, da Jim Morrison a Kurt Cobain) o il cinema (pensiamo ai film dell’orrore, oppure a quelli che hanno per protagonisti vampiri, zombies e altre creature morte ma vive). Forse, in tutto questo, c’è di mezzo anche l’esperienza di una ‘morte’ simbolica come quella dell’età infantile, un’epoca della propria vita così tranquilla da desiderarla ancora un po’, ma anche da superare. Si fa il “funerale” al bambino che si era (mettendo via per sempre i giochi che prima occupavano la camera; cambiando completamente amicizie e interessi…) e si diventa grandi, ma con un po’ di nostalgia per una fase della vita irrimediabilmente passata. E intanto ci si proietta  verso l’età adulta, sperando di riuscire ad arrivare al di là del guado adolescenziale. Questo è ciò che accade un po’ a tutti gli adolescenti, quelli “normali” (uso apposta le virgolette), cioè con le oscillazioni proprie di ogni adolescenza; a questi pensieri fanno da barriera le sicurezze interiori che hanno acquisito, soprattutto nelle relazioni (familiari, di amicizia, amorose) che sono così importanti. I pensieri sulla morte vengono anche a quei ragazzi e ragazze che vivono una vita più difficile, qualche volta più disperata, e pertanto temono maggiormente di non farcela a crescere e trovare la propria direzione. Loro pensano alla morte in modo meno protetto, e magari giocano pericolosamente con la morte, attraverso vari comportamenti a rischio, per sfidarla e pensare di vincerla, proprio perché ce l’hanno molto presente. Per loro le cose avvengono in modo meno sereno che per la maggior parte dei ragazzi… E’ soprattutto per loro che diventa importante trovare relazioni vere, forti, profonde, che li aggancino alla vita!

P.S. per bastardobuono: in un commento precedente avevi espresso il desiderio di chiedermi un parere più personale: puoi farlo scrivendo all’indirizzo di redazione famigliacristiana@stpauls.it. Grazie e ciao!

Pubblicato il 19 dicembre 2011 - Commenti (1)
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Flavio vuole morire

Da quando ha dodici anni (adesso ne ha 14), pensa ogni giorno di morire. Di farla finita. Così mi dice Flavio all’inizio di una consultazione, con aria tranquilla e senza la vergogna che di solito gli adolescenti manifestano quando parlano di queste cose. Mi dice che forse qualche volta succederà. Perché gli piacerebbe vedere com’è. Una volta ha provato a salire in piedi sul davanzale della finestra, ma poi è sceso. Anche altre volte ha avuto questo pensiero in modo molto intenso, ad esempio quando è scappato di casa, un pomeriggio. In quell’occasione, era in III media, ha lasciato la cartella a scuola, ha telefonato ad alcuni amici manifestando i suoi propositi, e verso sera è tornato a casa: lo hanno cercato il fratello e la sorella più grandi, lo hanno convinto gli amici. Con la sua solita tranquillità, ma anche in modo polemico, aggiunge che non l’ha fatto certo per mamma e papà…

Malgrado il garbo e la pacatezza delle sue parole, afferma le cose che dice come se fossero forti prese di posizione, che non lasciano scampo. I genitori non lo capiscono, gli pesano addosso. Vuole rendersi autonomo dalla famiglia e uscire di casa il prima possibile. Il liceo che sta frequentando al primo anno (con scarsi successi) e a cui dice che l’hanno iscritto i genitori in combutta coi prof delle medie, è una strada troppo lunga per andare a lavorare presto, come vorrebbe. Per ora ha degli amici, che gli vogliono bene e con cui vuole divertirsi. Vuole stare con loro al pomeriggio, farsi le canne insieme. Quando fuma sta bene, i pensieri di morte se ne vanno, e con loro molti altri pensieri…

In questo periodo l’unico impegno che regge stabilmente è la palestra, che frequenta da solo due volte la settimana. Vuole rafforzare il suo corpo alto ed esile. Magari, prima o poi, gli capiterà di usare la sua forza, forse in una rissa, come quelle che tanto lo attraggono, ma da cui anche si tiene a debita distanza.

I genitori, attenti e sensibili, sono preoccupati, ma anche arrabbiati: la mamma, più esigente, appare come irrigidita e in difficoltà a riconoscere le istanze di autonomia del figlio; il padre argomenta con gli stessi modi pacati e distensivi che appartengono anche al ragazzo, ma che Flavio, nel suo percorso di acquisizione della virilità, vorrebbe integrare con modi più aggressivi e ‘duri’.

La depressione di Flavio non sembra essere quella triste e amara di quegli adolescenti preoccupati di non farcela ad attraversare la ‘linea d’ombra’ della loro età per approdare alla sponda dell’essere grandi, uscendo in questo modo dalle oscillazioni e dalle incertezze identitarie della prima adolescenza. Piuttosto, Flavio sembra mancare di un obiettivo, di una méta verso la quale convogliare le proprie energie, a contatto con situazioni concrete e persone reali. Questa situazione si può definire come un caso di ‘depressione esistenziale’, una manifestazione particolare della ricerca profonda di un senso per cui vivere, che appartiene a tutte le età della vita, ma che nell’adolescenza si esprime spesso con più intensità.

Talvolta, come genitori o educatori, rischiamo di non accorgerci di una domanda di difficile decifrazione come questa, e di interpretarla in modo superficiale, o peggio moralistico e giudicante (disimpegnato! menefreghista! fannullone!).

Flavio non desidera morire, né ci sono, a mio parere, rischi in tal senso. Paradossalmente, la sua voglia di ‘provare a morire’ è una richiesta di vita più forte e coinvolgente, come ogni altra esperienza estrema. La ricerca di sensazioni intense e vive, sedata con i pomeriggi passati al parchetto a ‘fumare’, è il bisogno di un progetto di vita, ancora provvisorio ma che dia un senso ai giorni che passano. Trovare un lavoro, confrontarsi da solo con le scadenze della quotidianità, vivendo fuori dalla famiglia, sono i modi che Flavio ha scelto per dare una direzione tangibile alla propria crescita. Sa che ciò non gli è possibile nel concreto, per la sua troppo giovane età, ma non rinuncia a porre a modo suo la domanda di senso che sta nel cuore di ogni adolescente. Ha bisogno di un surplus di vita, in questo momento, che non gli viene dai progetti a lungo termine della scuola. Può essere più utile, in questa fase, un impegno di volontariato forte e coinvolgente, che preveda un incontro autentico con l’esistenza delle persone, anche nelle sue forme più difficili e faticose. Un incontro con chi ha trovato la sua strada nella apertura agli altri e nella prossimità.

In questo modo, il pensiero da cui Flavio vorrebbe fuggire, attraverso la fantasia eccitante ed estrema della morte, attraverso il rifiuto della famiglia e dello studio, attraverso l’ebetitudine delle canne, diventerebbe accessibile: trovare la propria strada da percorrere che dia la forza e la sicurezza per diventare uomo.

Pubblicato il 13 dicembre 2011 - Commenti (2)
07
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Per contattarmi

Giungono talvolta delle richieste di comunicazione personale, o tramite i commenti (ad es. quello di bastardobuono di qualche tempo fa) oppure attraverso richieste in redazione.
Penso che la cosa migliore sia quella di far pervenire le vostre domande di carattere personale, che non riguardano i post e i commenti, all’indirizzo di redazione famigliacristiana@stpauls.it, con la specifica indicazione per me. Mi impegno a rispondere personalmente a ciascuno. Probabilmente questo consentirà anche una più diretta vicinanza tra me e i molti lettori di questo blog. Sono tanti, anche se il numero dei commenti ai post non lo mostra, e per questo voglio ringraziarli!

Fabrizio Fantoni

Pubblicato il 07 novembre 2011 - Commenti (0)
04
nov

Un colloquio

La signora, mamma di tre ragazzi, si lamenta del marito: è buono, partecipe, ma è incapace di prendere posizioni chiare e decise in famiglia. Succede che allora Ii ragazzi non gli chiedano niente, perché risponde distrattamente oppure li lascia fare. Qualche volta, inaspettatamente, si irrigidisce sulle sue posizioni, e non c’è possibilità di dialogo. In certe situazioni, impone ai figli di fare alcune cose, ma poi non si cura di verificarne l’adempimento, che spetta alla moglie.

Talvolta, nelle frequenti discussioni tra la mamma ed i figli, quando viene chiamato in causa, il marito non sostiene la moglie, ma acconsente alle richieste dei figli, senza pensare alle motivazioni che spingono la moglie ad essere più severa : ad esempio, che i ragazzi non possono uscire se non hanno finito i compiti, non  si meritano di fare qualcosa che piace se hanno fatto disperare fino a poco prima o non hanno obbedito a quanto richiesto. Il papà concede, la mamma contiene.

Il marito, interpellato, racconta di non avere avuto una figura di padre da cui ‘imparare il mestiere’. E’ il figlio maggiore di un uomo prepotente e tirannico, che se n’è andato di casa, lasciando la moglie con quattro figli nella miseria e nella depressione. Sono stati anni difficili, quelli della sua adolescenza, e si è dovuto sobbarcare il compito di mantenere la famiglia e sostenere una madre sempre triste ed arrabbiata.

La signora riprende la parola: finché i bambini erano piccoli, le cose in famiglia sono andate abbastanza bene, ma adesso che i figli sono adolescenti, tutto si è fatto più difficile. Le difficoltà del marito sono messe in luce anche dai ragazzi stessi, che a volte rimproverano il padre.

Con i suoi comportamenti, l’adolescente punta sull’adulto un nuovo sguardo, che impone all’adulto di confrontarsi con se stesso: con le sue parti più intime e messe da parte. Al genitore l’adolescente impone un lavoro interiore di ripensamento di sé e di riflessione sulle sue certezze e credenze. Lo mette di fronte ai suoi progetti giovanili, ai suoi ideali e alle sue illusioni, al loro successo o al loro fallimento. Lo forza ad un lavoro interiore che è assai difficile per l’adulto. Gli chiede di rivedere se stesso adolescente, di mettere a fuoco che cosa ha imparato in quell’età, come e quanto è maturato in quella fase della vita. Di ripensare anche a ciò che allora è rimasto irrisolto, ed oggi, con i figli adolescenti, torna a galla.  

Pubblicato il 04 novembre 2011 - Commenti (1)
14
ott

Quando imparare è difficile per un disturbo

In questi giorni compie un anno la legge n.170 sui disturbi specifici dell’apprendimento. Cioè quelle difficoltà che affliggono molte persone (una percentuale tra il 2,5 e il 3,5 della popolazione, secondo dati dell’Istituto Superiore di Sanità) le quali, pur avendo una normale intelligenza, non automatizzano alcuni processi neuropsicologici alla base del leggere, scrivere e far di conto. Per loro la lettura e la comprensione di ciò che si legge, oppure la corretta scrittura secondo le norme dell’ortografia, o l’acquisizione della matematica diventano compiti faticosi e spesso frustranti per gli scarsi risultati, malgrado l’impegno profuso.

La condizione di queste persone, se non riconosciuta, ha spesso importanti conseguenze sulla stima di sé, sulla preoccupazione di essere poco intelligenti o di essere fatalmente votati all’insuccesso scolastico. Chi è dislessico, disgrafico, disortografico o discalculico porta con sé, ben oltre la scuola, la percezione di un limite che, quando non viene opportunamente affrontato, si può trasformare in senso di colpa. E’ facile che un bambino o un ragazzo che va male a scuola venga accusato di essere indolente, poco impegnato, senza comprendere la reale natura delle sue difficoltà, e si porti dietro anche da adulto lo stigma : quello, come si diceva una volta, di essere “un asino”.

La legge 170 ci fa passare da un’epoca in cui l’intervento degli insegnanti era frutto di benevolenza ad un’altra in cui la loro mancanza può diventare illegalità. In cui la scuola che non segnala ai genitori le difficoltà dei bambini manca ad un obbligo fondamentale e sancito dalla legge. In cui i genitori, gli specialisti, i docenti hanno precisi doveri (ulteriormente precisati per la scuola dalle Linee guida emanate nello scorso luglio dal Ministero dell’Istruzione).

Questo discorso sembra, a prima vista, riguardare soprattutto i bambini della scuola primaria. Eppure sempre più spesso, nella pratica clinica, mi capita di incontrare ragazzi di scuola superiore la cui dislessia o discalculia non è stata riconosciuta in precedenza. Spesso per incuria o incompetenza della scuola. O perché i genitori hanno scelto di non accogliere le preoccupate segnalazioni degli insegnanti, per paura o per superficiale noncuranza.

Il prezzo è alto: adolescenti demotivati per lo studio, che fuggono dagli impegni scolastici e non ne tollerano le frustrazioni. Ragazzi inclini a sottovalutare le loro capacità, che compiono scelte orientative sbagliate. Ragazzi oppositivi, verso la scuola e la famiglia, perché le sentono alleate nell’imporre loro un cammino troppo faticoso. Ragazzi che rischiano di entrare con strumenti inefficaci in un mondo che richiede una preparazione intellettuale sempre più ricca, per affrontare la complessità della vita lavorativa e sociale.

Gli insegnanti e la famiglia devono affinare l’attenzione verso queste difficoltà, attraverso l’accertamento precoce, intervenendo con gli strumenti più efficaci per sostenere l’apprendimento. E anche tenendo in considerazione coloro che, più grandi, potrebbero essere portatori di questi disturbi: ancora oggi gli esperti ci ricordano che i ragazzi con diagnosi di dislessia presenti nelle scuole sono solo una parte delle persone affette da questo disturbo.

La diagnosi di queste situazioni richiede specialisti competenti: purtroppo le strutture pubbliche di servizi per l’età evolutiva, spesso oberate da richieste (non solo per i disturbi dell’apprendimento) e in sofferenza per carenze di personale, non sempre sono in grado di rispondere alla crescente  domanda di diagnosi. Occorre un affiancamento tra il pubblico e il privato che, con il medesimo rigore diagnostico (formalizzato da documenti importanti, tra cui una Consensus Conference dell’Istituto Superiore di Sanità del dicembre 2010), possano offrire un adeguato supporto ai ragazzi e ai genitori. Le varie regioni stanno regolando questa materia, con tempi e modi differenti. Il web offre anche ai genitori costanti riferimenti in merito. In particolare, mi sembra utile segnalare il sito dell’Associazione Italiana Dislessia (www.aiditalia.org), sempre aggiornato sulle novità e le iniziative in merito ai disturbi specifici dell’apprendimento su tutto il territorio nazionale e nelle diverse sezioni diffuse sul territorio.   

Pubblicato il 14 ottobre 2011 - Commenti (0)
06
ott

La morte di Steve Jobs

Poche ore fa, si è diffusa contemporaneamente in tutto il mondo la notizia della morte di Steve Jobs, creatore di Apple. Uomo geniale, coraggioso, sognatore, intraprendente, inflessibile : così ci viene detto sul web in tutte le lingue.

Malgrado i tempi di crisi, di scoraggiamento, di disilluso e crudo realismo, abbiamo bisogno di miti che ci ricordino dove l’uomo può giungere. Ci piace pensare che in una sola persona si concentrino capacità, carattere, volontà, che gli permettano di lasciare nel mondo un’impronta più profonda del nostro essere ‘a immagine e somiglianza’ di Qualcuno Altro.

Non si è mai da soli nel realizzare qualcosa di bello e importante, e anche Jobs avrà avuto i suoi collaboratori con i quali condividere sogni e ansie. Con i quali, prima ancora, imparare a condividere, anche affrontando i conflitti. Penso che anche lui abbia dovuto apprenderlo col tempo, forse all’indomani della sua estromissione, nel 1985, dall’azienda che aveva contribuito a fondare, e alla cui guida sarebbe tornato undici anni dopo.

Si possono apprezzare queste figure, senza cadere nell’idealizzazione o nella commozione effimera che accompagna i grandi eventi mediatici, per quello che hanno fatto e per quello che hanno detto. Quando, nel giugno 2005, Jobs, già malato di tumore al pancreas, fu chiamato a parlare ai neolaureati dell’Università di Stanford, lui, che aveva lasciato gli studi accademici dopo solo 6 mesi, perché costavano troppo per la sua famiglia e non gli davano abbastanza, fece un discorso (che si può trovare facilmente sul web) alto e stimolante. Per noi adulti, e anche per i nostri adolescenti, che a volte ci sembrano così legati ad una quotidianità di scarso respiro.

In quel discorso, classicamente articolato in tre parti, parlò delle sue origini di bambino dato in adozione prima di nascere dai suoi genitori, due studenti (un’americana e uno studente straniero, siriano). Fu così accolto da una famiglia di origine armena, con la promessa che, una volta cresciuto, lo avrebbero mandato all’università. Parlò di sé come di un ragazzo alla ricerca, appassionato di calligrafia: un ragazzo che pieno di paura decideva comunque di seguire la sua curiosità, pagando anche con una scelta di precarietà. Bisogna tollerare queste incertezze, perché da giovani non si sa come andrà. Quale disegno uscirà “unendo i puntini”, lo sapremo solo dopo. Se avremo fede.

La seconda parte è dedicata all’amore e alla perdita. L’insuccesso è parte della vita, perché consente di essere ancora debuttanti, e di ritrovare l’amore per ciò che si è scelto di fare.

Ma è la terza parte quella più intensa e commossa. Là dove parla della morte. Dove, in modo molto pragmatico, Jobs diceva:

“Per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato allo specchio ogni mattina e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, farei quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta è stata “No” per troppi giorni di fila, sapevo che dovevo cambiare qualcosa”.
Il pensiero della morte come strumento per compiere le grandi scelte. Per distinguere ciò che è accidentale da ciò che è autenticamente importante. Parole non nuove, certo, ma testimoniate da una persona che ci raccontava il dramma di una diagnosi infausta, che rendeva presente e vicina la morte. Ma che la percepiva come un formidabile agente di cambiamento e di rinnovamento. Un invito forte a non sprecare e a non disperdere la vita.

Una versione laica e tutta immanente di ciò che chi ha una fede religiosa sente, pur nella paura e nel dubbio che appartengono ad ogni essere umano. La morte è una risorsa per i viventi. E non è l’ultima parola, ma siamo chiamati a vivere anche dopo la fine della vita biologica, se sappiamo alzare lo sguardo, se sappiamo amare,  se teniamo viva in noi una fede. 

Pubblicato il 06 ottobre 2011 - Commenti (1)
19
set

Educare in quattro passaggi

“Adesso sono grosso, lo vedo anch’io. E capisco che grosso non è chi vince gli altri, ma chi vince se stesso. Il grosso è la parte migliore di me che mi cammina davanti, mi guida, mi ispira. Ce l’ho fatta, anch’io vedo il grosso che è in me”

Con queste parole, il protagonista adolescente de “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” (edizioni e/o) arriva a capire se stesso e a dare una svolta alla sua vita. La lettura dei racconti morali di Eric-Emmanuel Schmitt mi colpisce sempre per la freschezza e la semplicità con cui lo scrittore francese sa andare al cuore delle tematiche. La trama è esile, come la quotidianità della vita. Ma, alla fine della lettura, voltandosi indietro, si sente di avere letto parole che fanno pensare. Che si depositano nel profondo e spingono a guardare con occhi diversi se stessi e gli altri.

Nel racconto in questione, un quindicenne giapponese selvatico e arrabbiato vagabonda per le vie di Tokio, senza famiglia, vivendo di espedienti, finché non incontra (per caso?) un anziano maestro di sumo che si ostina a vedere in lui un ‘grosso’, a intuire una struttura forte, malgrado l’esilità fisica e psicologica del ragazzo. Il quale dapprima si ribella a questa apertura di speranza e di credito. Poi piano piano accetta l’offerta, riesce a fare piazza pulita dei propri pregiudizi e a indirizzare la sua volontà. E infine, a diventare ‘grosso’, e adulto, nel corpo e nello spirito.

Non è facile anche per noi vedere ‘grossi’ i nostri adolescenti, labili e incerti come sono. E spesso ci facciamo prendere dalla preoccupazione o dallo scoramento. Ci rassegniamo all’idea che comunque diventano grandi, ma non come li vorremmo. E, presi da questi stati d’animo, oscilliamo tra interventismo e abbandono, ma rinunciamo a fare quel che forse sarebbe meglio. Cioè quanto lo scrittore francese ci suggerisce col suo ‘racconto di formazione’: un incontro autentico e rispettoso tra due persone, dove l’adulto offre qualcosa con la caparbietà della speranza, ma poi sa attendere la risposta del ragazzo. Una disciplina accolta dall’adolescente e sostenuta dall’adulto con risposte di significato. Uno spazio e un tempo per ripensare alla propria esperienza passata e presente, e tracciare un quadro d’insieme. Una proposta di valore (attraverso la meditazione nel giardino zen) sperimentata e condivisa. Così Jun, il protagonista, arriva a pronunciare le parole riportate più sopra, e passa dal vagare senza méta di un’adolescenza confusa all’intraprendere con decisione la propria strada.  

Pubblicato il 19 settembre 2011 - Commenti (0)
29
ago

Giovani adulti

Storce il naso, Marco, quando gli dico che a 19 anni non può più definirsi adolescente, quando si vede alla sera con i suoi oramai ex compagni di scuola. Finita la maturità, nella lunga estate che precede l’università, Marco e i suoi amici si ritrovano nella città semideserta per le vacanze, a casa dell’uno o dell’altro… Uscire tutte le sere per divertirsi significa spendere, e i soldi non sono molti, specie se si è fatto (o si farà a settembre) un viaggio all’estero. Meglio stare nelle case libere dai genitori, più fresche delle strade urbane, a guardare film in streaming, chiacchierare, cantare e suonare la chitarra, giocare alla play. Faranno in tempo ad annoiarsi nel lungo mese di settembre che precede l’inizio delle lezioni.

Storce il naso e sorride, Marco, quando sottolineo che ‘adulto’ è il sostantivo, e ‘giovane’ solo un aggettivo. Ma poi riconosce che anche lui si accorge che c’è qualcosa che lo differenzia dagli adolescenti. Gli amici di minore età sono più rigidi, fanno questioni di principio, se la prendono di più. Lui e i suoi coetanei sono di clima più ‘temperato’. Guardano alle cose con un po’ più di distacco. Non sempre, ma… insomma…. Forse perché iniziano a ragionare più in prospettiva, meno legati all’immediato presente, che fa apparire ogni cosa come in una lente d’ingrandimento.

Non è facile, per noi adulti, entrare in contatto. Specialmente quando sono i nostri figli. Come genitori, oscilliamo continuamente tra la distanza di rispetto dovuta a una persona che è necessario considerare grande, e il desiderio di metterci in relazione con loro in modo più diretto e anche più esigente. Diventa un esercizio di equilibrio: occorre sorvegliare costantemente la tentazione di sostituirsi a loro (quanti genitori in questo periodo in coda alle segreterie universitarie al posto dei figli!). Evitare di volerli troppo simili a noi, con i nostri criteri, il nostro modo di fare, di organizzarsi, di affrontare gli impegni. Qualche volta ci dimentichiamo delle nostre superficialità, delle nostre facilonerie, dei nostri errori alla loro età. Tendiamo a considerare noi stessi da giovani un po’ migliori di come eravamo. A non ricordare come i nostri genitori spesso fossero più capaci di noi oggi di prendere le distanze dai figli e di lasciarci fare le nostre esperienze.

Parlo con i genitori di Marco di questo difficile esercizio. Propongo a figlio e genitori di stabilire insieme delle priorità e individuare dei momenti durante l’anno in cui fare il punto della situazione: i genitori di Marco sostengono che prima di tutto Marco organizzi il nuovo studio universitario, in modo da sostenere gli esami nei tempi stabiliti (e magari con profitto). Marco condivide e propone di fare una prima verifica a dicembre e poi dopo la prima sessione di esami. Marco si rende più disponibile a settembre, prima che inizino le lezioni, per dare una mano in casa. Genitori e figlio si trovano d’accordo. Io vi farò sapere….  

Pubblicato il 29 agosto 2011 - Commenti (4)
08
ago

Tempo di bilanci

Da poco più di una settimana ho interrotto il lavoro per le vacanze estive. E’ stato un periodo molto intenso, e ne ha fatto le spese anche questo blog, che ultimamente ho trascurato. E’ arrivato il momento per ripensare all’anno trascorso. Per mettere ordine tra le cose che mi hanno  insegnato gli adolescenti e i loro genitori. Per fare bilanci, propositi, progetti, approfittando dei tempi più dilatati e sereni delle vacanze. Per dedicarmi, come tutti, in modo più leggero e creativo al sempre difficile compito di pensare…

Se mi soffermo sulle persone incontrate in questo anno professionale da poco interrotto, mi tornano alla mente per prime le situazioni di alcuni ragazzi e ragazze che stanno vivendo i momenti di passaggio: la preadolescenza e la tarda adolescenza. Due fasi schiacciate dallo strapotere dell’adolescenza, che, da età cenerentola, poco studiata e poco praticata, oggi appare come un modello dominante di lettura dei comportamenti giovanili (e non solo): i bambini sono descritti come degli adolescenti in miniatura, con le stesse oppositività e spinte all’indipendenza; i giovani adulti vengono spesso considerati come degli adolescenti di lungo corso, in fondo ancora sedicenni… per non parlare dei tanti adulti i cui comportamenti vengono rubricati come ‘da eterni adolescenti’.

Desidero allora puntare l’attenzione su queste due fasce d’età: oggi sulla preadolescenza, nel prossimo post sui giovani adulti. Le ragazze e i ragazzi  della scuola media (che oggi si chiama ‘secondaria di I grado’) che ho incontrato mi sono apparsi centrati sull’accelerazione e la radicalità dei mutamenti corporei, cioè la pubertà fisica, con tutto quello che comporta sul piano del pensiero, dell’immagine di sé, dei rapporti con gli altri (la pubertà mentale). Un corpo con nuove potenzialità, che permette di fare cose prima impensate; fonte di attrazione per gli altri, che ne ammirano la forza, la prestanza, la bellezza. Un corpo che dà da fare, che suscita insieme imbarazzo e soddisfazione. Un corpo da ripensare. Per questo spesso i preadolescenti appaiono dominati dal disorientamento e dalla confusione. Disorganizzati nelle loro attività, inclini alla rassicurante ripetizioni dei giochi, disponibili a mantenere i legami infantili, qualche volta pigri e timorosi verso le novità; ma insieme pronti ad abbandonarsi alle spinte prepotenti del corpo, del movimento, dell’aver voglia di fare qualcosa di mai tentato, di mai provato… Andare a scuola da soli, aprirsi ad una vacanza nuova, senza mamma e papà, mettere da parte le passioni e gli interessi consolidati (dal calcio ai videogiochi, dai cartoni animati alle chat) per fare qualcosa di diverso sembra per alcuni un’impresa impossibile.

I genitori propositivi spesso conoscono bene le resistenze che devono affrontare per convincere alcuni dodici-tredicenni ad affrontare un’esperienza diversa dal solito, anche solo una pizza con gli amici dello sport o dell’oratorio. A un certo punto, e in modo improvviso, i primi adolescenti si aprono alle novità, spesso senza troppo pensarci, buttandosi, anche contro il parere (o i divieti) dei genitori. Così, le prime condivisioni con qualche amico o amica di pensieri nuovi e interessanti (che riguardano le coetanee o i coetanei carini, sessualmente attraenti, o le ‘trasgressioni’), la voglia di libertà e di movimento, che diventano anche fuga silenziosa dai luoghi più vicini a casa, quelli dove i genitori si sentono più sicuri, per esplorare un mondo più vasto e insicuro. E così, si alternano fasi di innovazione e di conservatorismo, apparentemente senza senso, segnali appunto della confusione dei preadolescenti.

Disorientamento e confusione nascono dal rimescolarsi di movimenti interni, consci ed inconsci, che provocano turbolenze proprio come avviene quando le acque di due mari si incontrano negli stretti e provocano forti correnti in superficie e in profondità. Da un lato, l’investimento sul mondo esterno, così stimolante, al di fuori dai legami familiari, che vengono percepiti come infantili, regressivi, quasi fonte di vergogna. Guai al genitore che si permette di baciare il figlio davanti a scuola, e soprattutto di fronte ai suoi compagni e compagne! Dall’altro lato, il timore di abbandonare le sicurezze affettive infantili, di dover rinunciare alla rassicurante protezione di mamma e papà, di farli soffrire se si sentono abbandonati (soprattutto quando in famiglia c’è un solo genitore di riferimento, che potrebbe soffrire la solitudine).

Ancora una volta, si tratta di oscillazioni e turbolenze non risolvibili con un taglio netto. Occorre aprire lo spazio al pensare insieme, attraverso la conversazione, il contenimento (anche di orari) e l’azione di indirizzo. Creare le condizioni perché si possa stare insieme a conversare, ad ascoltarsi senza pesantezze, trascorrendo tempo insieme, sfruttando la rilassatezza del tempo di vacanza. Anche interessandosi di più a ciò che interessa ai ragazzi, con pazienza (anche quando per un adulto ciò comporta un po’ di  noia). Per restare nelle metafore vacanziere, è bene che i genitori apprendano a stare a galla anche quando le acque sono un po’ agitate, senza farsi prendere dal panico. Che significa guardare alla maturazione dei ragazzi con una prospettiva di lungo periodo e non solo nella breve prospettiva. Godere lo spettacolo della crescita, provando a discernere quanto nel figlio c’è di una salutare infanzia, che non va perduta, e quanto dei futuri giovani uomini e donne. Permettendo così anche ai ragazzi di conoscersi un po’ di più e di sentirsi meno confusi e disorientati.  

Pubblicato il 08 agosto 2011 - Commenti (1)
27
giu

Maturi, ma in che senso?

Quasi mezzo milione di diciannovenni in questi giorni affrontano gli esami che concludono la scuola superiore. Prima le tre prove scritte, poi le interrogazioni orali. Ogni anno c’è chi si interroga sul senso di questo appuntamento : rito ormai vuoto? prova iniziatica? necessaria valutazione di conoscenze/competenze/abilità acquisite in anni di scuola?

Molti esperti concordano sul fatto che questi esami sono rimasti l’unica prova di iniziazione all’età adulta, un rito sociale che attesta la fine dell’adolescenza e il passaggio alla condizione di giovani adulti. Ci si può chiedere di che genere sia la maturità che la società, tramite la scuola può attestare.

Far coincidere l’essere persone mature con la verifica dei livelli di conoscenza o con alcune capacità di riflessione scolastica è certamente riduttivo. In questo senso, la prova che maggiormente potrebbe attestare la presenza di un giudizio maturo è la prima prova scritta, quella d’italiano. Ma essere maturo non implica solo sapere riflettere, ma anche saper scegliere e operare di conseguenza. In questo senso, meglio sarebbe considerare come segno di maturità il modo in cui i ragazzi si preparano all’esame: la tenuta, la capacità di sopportare la fatica dello studio, di tollerare le frustrazioni connesse ad un cospicuo impegno mentale, senza cercare scorciatoie…

Anche così però si vede la limitatezza del giudizio: non si può infatti lasciare alla sola scuola un compito così importante. Occorre che la famiglia faccia la sua parte. Come per la scelta orientativa a 13-14 anni, questa è una buona occasione per i genitori per fare il punto della situazione. Nell’avvio dell’adolescenza, si erano posti la domanda: «Chi è questo nostro figlio che sta cambiando?». Ora possono interrogarsi sulle capacità di scelta del proprio ragazzo o della propria ragazza.

Penso allora che l’esame di maturità possa essere una buona opportunità per valutare gli elementi di maturità dei ragazzi insieme a loro, soprattutto in questa epoca in cui la possibilità dei giovani di realizzare delle scelte appare così difficile. Non si può non riconoscere ai ragazzi stessi che l’accesso al lavoro, l’entrata nella vita attiva, con le conseguenti autonomie (prima fra tutte quella economica), è così drammaticamente incerto.

Tuttavia, i genitori possono utilizzare l’occasione dell’esame per riflettere sui figli in quanto soggetti in grado di guidare la propria vita. Di ottenere una patente che prevede una certa consapevolezza di sé, con le risorse ma anche con i limiti personali. Le proprie capacità di autocontrollo emotivo. L’impegno a migliorare le carenze di carattere. La capacità di argomentare sulle proprie scelte, valutandone i pro e i contro, che si esprime ad esempio nella decisione su che cosa fare dal prossimo settembre. Una capacità progettuale riguardo alla propria vita, che spinga lo sguardo oltre l’immediato futuro e incominci a darsi degli obiettivi da realizzare. L’autonomia, anche concreta, dalla famiglia: sapersi gestire in situazioni nuove, da soli, senza perdersi d’animo o appoggiarsi ad altri. Considerando così l’esame scolastico come il primo di una serie di ben altri esami che la vita proporrà. 

Pubblicato il 27 giugno 2011 - Commenti (1)
01
giu

Rischio bocciature

In queste settimane si va definendo il destino scolastico di molti adolescenti. Una bocciatura non è una tragedia, ma è pur sempre uno schiaffo importante. Ed è un fenomeno da interpretare, con significati diversi da ragazzo a ragazzo.

Soprattutto in prima superiore, alcuni ragazzi pagano un chiaro errore di orientamento, che si è manifestato via via nel corso dell’anno e che porta, in questi giorni, a una nuova scelta scolastica, più consapevole di quella fatta in terza media.

Qualcun altro invece manifesta nella bocciatura una immaturità di fondo, che si esprime nella difficoltà a tollerare le frustrazioni del lavoro scolastico, dell’impegno sufficientemente continuativo. Per questi ragazzi il risultato è frutto più delle proprie capacità naturali, espresse in modo immediato, che non di uno sforzo, magari prolungato. Se l’esercizio non viene al primo colpo, si chiederà domani al prof o al compagno: non si prova e riprova fino a quando non si ottiene il risultato giusto. Se la verifica va male, pazienza: andrà meglio la prossima. Non si tenta un salvataggio, magari attraverso un’interrogazione volontaria.

Dietro a questi atteggiamenti rinunciatari si può nascondere una situazione depressiva, che deriva non da un conflitto interiore, ma dalla preoccupazione di non farcela di fronte alle elevate richieste avanzate dal mondo esterno, dagli adulti come dai coetanei. Un senso di inadeguatezza rispetto alle sfide quotidiane del diventare grandi, vissute in termini di prestazioni, quindi di successi o insuccessi personali. La scuola si presta bene a far emergere queste difficoltà: essa richiede ai ragazzi di esprimere i propri atteggiamenti più adulti, come l’affidabilità, la continuità dell’impegno, il senso dello sforzo e del sacrificio. E ne considera i risultati come prestazioni, con un corrispettivo quantitativo che è il voto.
Mi sembra siano soprattutto gli adolescenti maschi ad essere in difficoltà su questo versante, perché più pressati a corrispondere a modelli sociali di forza e sicurezza.

Altri ragazzi ancora ‘scelgono’ la bocciatura come forma di protesta visibile e allarmante di fronte ad un atteggiamento eccessivamente preoccupato dei genitori riguardo ai risultati scolastici. In qualche adolescente si sviluppa l’idea che i genitori siano interessati a lui o a lei solo in quanto studente, mentre per il resto della vita (e della crescita) c’è scarsa attenzione. Far fuori simbolicamente lo studente che c’è in loro serve a questi ragazzi per punire, in modo più o meno conscio, i genitori della loro disattenzione. Un modo sicuramente autolesionista. In cui si paga pegno per una comunicazione familiare troppo centrata sulle cose da fare, sulle attività, e poco sull’essere, cioè sulle relazioni e sulle loro risonanze interne nell’adolescente.

Ci sono poi ragazzi che sono talmente centrati su un progetto personale di realizzazione di sé, nelle amicizie, negli amori, nello sport o nella musica, da pensare di bastare a se stessi senza scendere a patti con le richieste provenienti dalla realtà. Presi dal desiderio di affermarsi negli ambiti dove riescono meglio, inebriati dai propri successi, finiscono per perdere il contatto con il mondo esterno, con le sue scadenze. La scuola diventa un peso da cui liberarsi, al più un’occasione di contatti sociali, ma non un’opportunità di crescita personale attraverso la conoscenza. Le sue richieste perdono senso. Ci si sottrae e si sparisce dal suo orizzonte.

Pubblicato il 01 giugno 2011 - Commenti (1)
16
mag

Vergogna

Gianluca, oggi in I superiore, mi racconta della sua bella esperienza di scuola media, specie nell’ultimo anno, in cui aveva tanti amici in classe (al contrario dell’attuale classe…). Eppure… anche in quella situazione così favorevole, egli temeva il giudizio dei compagni. Si curava molto nell’abbigliamento, si pettinava più volte prima di uscire, in modo che tutto fosse in ordine.

Ancora una volta trovo conferma al fatto che, tra le emozioni della prima fase dell’adolescenza, la vergogna occupi un posto speciale. Essa nasce in genere dal timore di un confronto troppo diretto ed impietoso tra una immagine di sé ancora poco definita e ciò che si vorrebbe essere. Si teme lo sguardo altrui, che giudica e valuta. Perfino dagli amici più stretti si ha paura di essere abbandonati, traditi, perché non si corrisponde ad un modello ideale.

Spesso questi timori riguardano l’aspetto fisico. Il corpo è sollecitato dallo sviluppo puberale, che oggi sembra essere spesso più precoce di un tempo, sia sul piano fisico che su quello psicologico, a causa di pressioni di varia natura.

Diversi studi confermano che l’alimentazione, l’uso aumentato di farmaci e cosmetici porta ad un anticipo della pubertà, specie femminile. Così come, sul piano psicologico, le spinte pubblicitarie per acquisire nuovi consumatori e la tendenza di molti genitori a spingere i figli alla competizione nelle prestazioni tendono a trasformare già i bambini e i fanciulli in uomini e donne in miniatura. Molti modelli televisivi, ma anche spesso la realtà, propongono bambini e preadolescenti già adultizzati, alla pari dei grandi che li circondano, e che non di rado li coinvolgono nelle loro vicende come fossero persone di pari livello.

Per molti adolescenti la vergogna nasce da un corpo non corrispondente ai canoni dell’attrattiva fisica corrente. Ragazzi e ragazze sovrappeso, ad esempio, oppure che non si ritengono abbastanza alti, possono soffrire la loro situazione, e a poco servono alcune rassicurazioni, come quella che lo sviluppo si completa solo al termine dell’adolescenza. In realtà, queste preoccupazioni riflettono sul corpo le fragilità psicologiche di ragazzi che spesso temono il processo di separazione dalle relazioni principali dell’infanzia, quelle con i genitori. A volte perché qualcosa è mancato, soprattutto nel rispecchiamento con il genitore dello stesso sesso. A volte invece perché è difficile rinunciare, al genitore come al figlio, ad una relazione avvolgente che non consente all’adolescente di diventare grande.

Occorre cogliere con sensibilità, senza enfatizzare ma neppure minimizzare, le possibili ‘vergogne’ dei nostri figli. Rassicurarli non solo con le nostre parole e la nostra stima, ma soprattutto proponendo loro di affrontare esperienze che possano far sperimentare le loro risorse migliori, che li confermino di essere in grado di vincere le resistenze alle separazioni e alla novità. Aiutandoli a capire che c’è una vergogna che schiaccia e fa sentire inadeguati, che si può affrontare e superare nel tempo, man mano che si consolida l’immagine di sé. E c’è anche una vergogna più ‘sana’, che si chiama pudore, che non riguarda solo la nudità, ma anche la manifestazione dei sentimenti, l’esposizione di sé, e che è una risorsa. Aiuta a proteggere il proprio nucleo più profondo e a coglierne la preziosa bellezza. A rafforzare il senso dell’intimità e a rifuggire l’inutile esibizione. 

Pubblicato il 16 maggio 2011 - Commenti (1)


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Autore del blog

Mio figlio l'adolescente

Fabrizio Fantoni

Fabrizio Fantoni, 54 anni, sposato, tre figli. Psicologo psicoterapeuta, esperto di adolescenti.

 

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