10
mag

Lotta alla tratta degli esseri umani

“La lotta alla tratta di esseri umani”. È il titolo di una speciale conferenza che si è tenuta ieri, 8 maggio, a Roma, nella sede del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace. Promotore di questo particolare evento a Roma è stato nientemeno che l’Ufficio per le politiche migratorie della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles che ha voluto coinvolgere in questo incontro due dicasteri vaticani di particolare interesse: il Pontificio consiglio di Giustizia e Pace e quello per la Pastorale dei Migranti e Itineranti.
L’obiettivo: far emergere ancora una volta l’importanza del lavoro di rete tra tutte le forze politiche e religiose, di associazionismo e di volontariato che operano nel delicato e difficile campo della lotta contro il traffico di esseri umani. L’incontro di Roma dava continuità a un primo seminario sulla “Tratta di esseri umani” che si era svolto lo scorso dicembre a Londra, sempre organizzato dal Forum delle migrazioni cattoliche della Conferenza dei vescovi.

Io pure ero stata invitata a condividere con un folto gruppo di 120 partecipanti l’esperienza che da anni stiamo portando avanti in Italia e non solo, come religiose, in collaborazione con vari enti del pubblico e del privato, per sconfiggere questa terribile piaga della tratta di persone, specie per la compravendita del corpo di tante giovani ingannate e sfruttate.

La conferenza di ieri aveva lo scopo di offrire una maggior visibilità al problema e soprattutto cercare di incidere più decisamente nel dare risposte concrete, con l’obiettivo fondamentale di restituire rispetto e dignità alle persone. Il tutto, coinvolgendo una vasta rappresentanza di istituzioni-chiave, rappresentanti di governo e di Chiesa, ambasciatori di vari Paesi, interessati perché di origine, transito o destinazione delle persone trafficate, nonché le forze dell’ordine impegnate contro la criminalità.
Erano inoltre presenti rappresentanti di vari enti e istituzioni che da anni si battono su diversi livelli: prevenire il reclutamento, specialmente nei Paesi poveri (o impoveriti dai nostri stessi sistemi di vita); proteggere le vittime di tale traffico e sfruttamento e soprattutto offrire soluzioni alternative attraverso un’adeguata reintegrazione sociale sia nel Paese di origine che di destinazione.

La condivisione che mi è stata chiesta verteva sull’importanza e sulla forza del lavoro di rete. L’esperienza delle religiose italiane, che è andata rafforzandosi in questi anni, specialmente attraverso l’accoglienza nelle nostre stesse case, è un segno che colpisce e stimola le Conferenze di religiose di altri Paesi. Le interroga e le spinge ad assumere questa nuova emergenza, quale “segno dei tempi”, e le aiuta anche a rivitalizzare e attualizzare i loro stessi carismi di fondazione.

Durante la mattinata non è mancata la voce - interrotta più volte dalla commozione - di una giovane vittima, che ha raccontato, nel più assoluto silenzio e rispetto, la sua storia di inganno, illusione, maltrattamenti, disprezzo, solitudine, prima di trovare aiuto e ottenere una possibilità di riscatto. Oggi questa giovane donna ha ritrovato identità, dignità e libertà, ma purtroppo non ha ancora del tutto superato il trauma psicologico, morale e spirituale vissuto all’età di 18 anni.

Mentre ascoltavo, pure io commossa e indignata per quello che aveva dovuto subire, rivedevo i volti di tante giovani incontrate sulle strade del nostro Paese e riascoltavo le loro storie, le loro sofferenze, il loro grido di aiuto. E mi domandavo: fino a quando la nostra società con la sua perdita di valori veri e umani, del rispetto e dell’accoglienza, rimarrà sorda e indifferente di fronte a questo grido? Perché ancora oggi nel nostro Paese non si parla della costante richiesta di sesso a pagamento che tiene imprigionate tante giovani donne e lo si giustifica in mille modi? Perché si continuano a trasmettere modelli culturalmente e moralmente sbagliati soprattutto ai nostri giovani? E perché le nostre istituzioni di governo e di Chiesa, che hanno responsabilità sociale e morale - anche attraverso parrocchie, scuole, mezzi di comunicazione… - non parlano quasi mai di questo grosso problema della “domanda”?
I milioni di clienti che acquistano sesso a pagamento contribuiscono a sostenere i guadagni dei trafficanti e a tenere schiave nel nostro Paese, che si dice civile e cattolico, migliaia di donne sfruttate e abusate.

Ancora una volta il Convegno ha voluto lanciare un forte appello alla coesione, al mettere in comune le nostre forze e la nostra capacità di lavorare in rete. Un lavoro che richiede davvero un grande sforzo; ciascuno di noi deve offrire il proprio contributo per spezzare per sempre tutti gli anelli di questa orribile catena.

Pubblicato il 10 maggio 2012 - Commenti (0)
19
apr

Grazie, padre di una grande famiglia!

Grazie Santità per il Suo ministero pastorale. Lunedì scorso, 16 aprile, ci siamo unite a tutta la Chiesa per ringraziare il Signore per il dono della Sua lunga vita a servizio della Chiesa e dell’umanità e oggi, 19 aprile, abbiamo un altro motivo per esprimere la nostra riconoscenza al Signore per l’anniversario del Suo ministero pastorale come guida del gregge di Cristo.

Questi sette anni di servizio alla Chiesa universale sono stati intensi e impregnati di sollecitudine per la Chiesa e per i suoi figli, specialmente attraverso i Suoi insegnamenti per aiutare ogni persona a scoprire la bellezza e ricchezza di sentirsi figli e figlie amate da quel Dio che è Padre di tutti, senza esclusione o preferenze. Santo Padre, come non ricordare il Suo insistere sul dono e rispetto per la vita, ogni vita, dal suo concepimento fino al termine della propria esistenza? Come non pensare ai Suoi messaggi e interventi a favore della pace, della riconciliazione, della fratellanza tra i popoli perché impariamo a vivere da veri fratelli e sorelle? Come non ricordare i Suoi insegnamenti sulla dignità e rispetto per ogni persona, particolarmente della donna che purtroppo ancora oggi subisce in tanti luoghi e in tanti modi esclusione, umiliazione, violenza e sfruttamento?

Questo messaggio vuole essere l’espressione corale di tante religiose e missionarie che condividono sulle strade del mondo il Suo insegnamento ed esempio di donazione totale a favore di tante persone bisognose di attenzione e accoglienza: degli immigrati, di donne e minori vittime di tratta di esseri umani, dei poveri, degli ultimi, dei bambini, dei senza casa e senza lavoro, tutti bisognosi di speranza, di amore, di compassione, misericordia e consolazione.

E oggi vorrei proprio essere voce di ognuno di loro per esprimere un grazie sincero a Vostra Santità, con la promessa di un ricordo riconoscente per tutte le Sue intenzioni pastorali unito ad un augurio di poter continuare ancora per tanti anni ad esserci pastore e guida sicura di tutto il gregge che gli è stato affidato dal Risorto: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”.

Pochi mesi prima che iniziasse la terribile guerra in Libia sono stata a Tripoli per alcuni giorni per rendermi conto della situazione di tante donne africane, soprattutto nigeriane, che arrivavano sulle coste italiane dopo aver sostato in Libia per parecchi mesi. Purtroppo molte di loro, una volta sbarcate sulle nostre coste, venivano respinte e riportate in Libia, dove erano rinchiuse nelle terribili prigioni che ho potuto visitare insieme alle religiose che operano sul territorio. Commovente l’incontro con un gruppo di giovani africani che, dopo aver saputo della mia provenienza da Roma, hanno avuto un sussulto di gioia e di speranza, chiedendomi di andare a visitare il Papa, di portargli i loro saluti e dirgli: “Le vogliamo bene!”.

Santità, oggi Le ridico questo loro desiderio che è pure il nostro e quello di tutte le persone che accogliamo e aiutiamo a ritrovare dignità e legalità perché nessuno si senta straniero, ma tutti parte di una grande famiglia, dove riconosciamo la Sua paternità di tutto il popolo di Dio. Santità anche noi Le vogliamo bene e la ringraziamo per il suo instancabile servizio alla verità. Accetti i nostri auguri di buon compleanno e di una fruttuosa continuazione del Suo ministero Petrino. Ad multos annos e grazie.

Pubblicato il 19 aprile 2012 - Commenti (0)
08
apr

Quella veglia con Joy e papa Wojtyla

Quest’anno mi trovo a celebrare la veglia pasquale a Zagabria, in Croazia, ospite delle suore Ancelle di Gesù Bambino che si stanno preparando a celebrare il loro Capitolo generale. Mi hanno chiesto di condividere con loro l’esperienza della lotta contro le nuove schiavitù, che vedono coinvolte molte giovani dai Paesi dell’Est Europa.

Per la prima volta partecipo alla liturgia pasquale in un Paese che in pochi anni è passato dalla dittatura comunista a una democrazia, che permette ai tanti cristiani rimasti fedeli alle loro tradizioni di poter esprime la loro fede. Durante la celebrazione colgo ciò che significa per questi popoli il passaggio del Mar Rosso, l’attraversata del deserto per raggiungere la terra promessa e vivere in piena libertà anche le loro radici cristiane.

Ma come mi capita sempre in questi ultimi anni, il ricordo più forte è quello di una veglia vissuta nella basilica di San Pietro nel 2003, in cui ufficiava il Beato Giovanni Paolo II, già assai sofferente. In una basilica gremita di fedeli, oltre a ricordare il grande mistero della resurrezione di Cristo, abbiamo condiviso la gioia di accogliere nella comunità cristiana nuovi membri adulti, tra cui una giovane mamma africana. La sua storia ha un sapore tutto particolare. Quel battesimo, infatti, segnava il coronamento di un lungo cammino di morte e di vita, di sofferenza e di gioia, di fatica e di speranza.

Joy, assai emozionata, aveva un abito bianco, tipico del suo Paese, di quelli che le donne indossano per le grandi occasioni. Aveva un aspetto davvero regale. Ricordavo molto bene la prima volta che l’ho incontrata alla stazione Termini di Roma, per offrirle la possibilità di lasciare la vita di sfruttamento sulla strada, a cui era costretta ed entrare in una comunità di accoglienza. Joy era incinta. Doveva prendersi cura di sé e della creatura che sarebbe dovuta nascere di lì a tre mesi. Ricordo la sua disperazione e i suoi singhiozzi, i suoi alti e bassi, le paure e le attese, le lacrime e i sogni infranti, la rabbia e il silenzio, la lontananza della famiglia, ma anche la vergogna e la paura di non essere più accolta dai genitori se avessero saputo.

Ma poi, quasi per miracolo, ci fu il contatto telefonico con la madre, che non sentiva da moltissimo tempo, pochi giorni prima del parto. Da vera mamma africana, le disse di non aver paura, ma di accogliere la sua bambina con amore, perché ogni vita è sempre un dono di Dio. Quelle parole hanno trasformato l'atteggiamento di Joy giacché, nonostante il suo dramma, si è sentita ancora una volta capita e accolta. “Senza il vostro aiuto e la vostra accoglienza - mi disse al telefono - ora, non solo non sarebbe nata la mia bambina, ma non ci sarei stata più nemmeno io, giacché la vita per me non aveva più alcun senso”.

Come poi Joy sia giunta al Battesimo in San Pietro rimane un vero miracolo dell'amore traboccante di Dio, che ancora una volta si china sulle sue creature povere e insignificanti per renderle creature nuove e pasquali. La fantasia di Dio oltrepassa tutti i nostri sogni. Joy desiderava che, il giorno del suo battesimo, il Santo Padre benedicesse anche la sua bambina. E così, all'offertorio, le è stato concesso di offrire non solo la sua vita trasformata in Cristo, ma anche quella della sua creatura.

Joy è salita dignitosamente verso l’altare e si è avvicinata al Santo Padre, presentando la piccola Cristina tranquillamente addormentata tra le braccia della madre. Il Santo Padre ha accarezzato e benedetto entrambe, madre e figlia, segnate per sempre dalla Grazia e dall’amore infinito di Dio che si china con compassione sulle sue creature per imprimere il sigillo della sua Paternità e Maternità.

Pubblicato il 08 aprile 2012 - Commenti (0)
06
apr

La Via Crucis di Ponte Galeria

Erano un’ottantina, tutte donne, provenienti da Africa, America Latina, Europa dell’Est, moltissime cinesi… Tutte hanno partecipato, anche se non sono cristiane. Tutte hanno voluto portare la croce, cantare, pregare… in mezzo al cortile, in mezzo alle sbarre.

Non so se riesco ad esprimere il vissuto di una Via Crucis tutta speciale, celebrata questo Venerdì Santo presso il Centro di Identificazione ed Espulsione (Cie) di Ponte Galeria a Roma. È stato come un regalo di Gesù per me, questo cammino vissuto con le donne e le ragazze del Cie. Come gruppo di religiose, ogni sabato pomeriggio visitiamo la sezione femminile di questo Centro, per conoscerle, ascoltarle, stare con loro; condividere le loro sofferenze e dare speranza; pregare con loro, ridando fiducia e affidandole al Signore Risorto. Essere con loro, perché non si sentano sole e abbandonate.

Oggi, Venerdì Santo, è stato un appuntamento tutto speciale con il “Primo Clandestino” della storia, Gesù Cristo Crocifisso, per celebrare il rito liturgico della Via Crucis. Il Crocifisso è stato visibilmente presente in mezzo a loro e ha preso tutta l’attenzione e il raccoglimento delle ragazze. Anche solo la sua presenza dava tanta serenità, consolazione e forza.

«Chiunque volgerà il suo sguardo verso di Lui, sarà salvo»,dice la Scrittura. Non ci sono volute parole speciali. Abbiamo ascoltato con il cuore i racconti evangelici della sua passione e morte nelle diverse lingue. Era facile intuire come ogni ragazza vedesse e sentisse con il cuore e la mente; mentre con i gesti adorava colui che conosce tutto il patire umano, di fronte al quale Gesù non è mai stato indifferente. Anzi si è offerto con amore.

E allora anche l’adorazione alla croce con il bacio è stato un affidare al Crocifisso la loro vita, la loro storia, il loro futuro: un grande atto di abbandono, perché da quel luogo di reclusione e di snervante attesa venga presto la libertà e la possibilità di vivere una vita libera, serena e dignitosa. Nella meditazione delle sei stazioni che erano state scelte, seguendo un breve cammino all’interno della struttura, le ragazze e le donne si sono lasciate tutte coinvolgere pienamente. Mi è sembrato di avvertire come questo luogo venisse alleggerito e purificato, riempito di speranza e di coraggio, nella certezza che il Signore non abbandona mai nessuno, ma assicura a tutti la sua presenza che salva e sostiene.

Non posso dimenticare queste donne. Hanno, volti, nomi, storie… Sono scappate dai loro Paesi per trovare una vita più degna e sicura. Si ritrovano invece in Europa e in Italia in mezzo a infinite difficoltà, tra cui il mancato riconoscimento della loro dignità di persone. È anche per loro, che il “Primo Clandestino” della storia si è lasciato crocifiggere per assicurare vita piena per tutti. L’Amore è più forte della morte - ci ricorda l’apostolo Paolo - e questo forte e fecondo Amore divino ci dà la capacità di resistenza per non mollare mai di fronte alle prove della vita.

Sappiamo tutti che dopo ogni Venerdì Santo c’è sempre la Pasqua di Risurrezione. Lui ha spezzato le catene di ogni schiavitù, oppressione, ingiustizia, discriminazione e sfruttamento. Con la sua risurrezione affida alle donne il grande annuncio di speranza e liberazione per tutte le persone che soffrono e sperano in un futuro di pace e armonia, un futuro dove ogni persona possa venire rispettata nella sua dignità. Cristo è vivo e ci rende oggi capaci di essere risurrezione anche nel Cie di Ponte Galeria.

Pubblicato il 06 aprile 2012 - Commenti (0)
02
apr

Euroafrica, la sofferenza di essere donna

Da sinistra: i premi Nobel 2011 per la Pace Leymah Gbowee, liberiana, e Tawakkol Karman, yemenita.
Da sinistra: i premi Nobel 2011 per la Pace Leymah Gbowee, liberiana, e Tawakkol Karman, yemenita.

Euroafrica, la voce delle donne è il titolo di un libro a cura da Marina Piccone, fortemente voluto dall’europarlamentare Silvia Costa. È stato presentato lo scorso 30 marzo a Roma, in Parlamento, luogo istituzionale di grande importanza e significato che richiama lo Stato e i suoi doveri di difendere e proteggere tutti i suoi cittadini, sia di nascita che di adozione. Il libro è stato dedicato in modo particolare alle tre donne Premio Nobel per la Pace, Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee and Tawakkul Karman, ma vuole raccontare la vita e l’impegno di tante altre donne africane e italiane nel dialogo euro-africano.

Nel libro sono raccolte le storie di alcune donne africane immigrate in Italia e altre storie di donne italiane legate all’Africa. Insieme raccontano la bellezza e ricchezza del mondo africano femminile, ma anche la difficoltà di essere donna, africana e immigrata, a volte emarginata e anche svantaggiata, specialmente per quanto riguarda l’inserimento in una nuova realtà sociale e lavorativa. Grazie, però, alle loro capacità e tenacia queste donne hanno raggiunto traguardi molto importanti, non solo per loro e le loro famiglie, ma soprattutto per la nostra stessa società, dove sono inserite e sono pure un esempio e uno stimolo per altre donne africane e non solo.

Alcune di loro erano presenti e hanno dato la loro testimonianza di donne che hanno rischiato, lottato e sofferto per ottenere una posizione e offrire a loro volta un contributo valido e prezioso nel mondo dell’immigrazione e di interazione nel nostro Paese. Tra queste donne, che hanno saputo raggiungere una posizione di rilievo, favorendo un vero scambio di valori umani e culturali, erano presenti Suzanne Diku Mbiye e Muanji Pauline Kashale della Repubblica Democratica del Congo; Maria Josè Mendes Evora e Dulce Araujo, capoverdiane; Marguerite Lottin, camerunese.

Quando mi hanno chiesto di parlare della mia esperienza di donna e missionaria italiana che opera a contatto con tante donne immigrate, specialmente africane, non ho potuto fare a meno di parlare della sofferenza di tante giovani venute in Italia con il miraggio di un lavoro onesto per aiutare le loro famiglie e che purtroppo sono finite nelle mani di nuovi schiavisti che le hanno derubate di tutto, dei loro sogni, della loro giovinezza e persino della loro dignità. Molte sono poi finite in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie) perché prive di documenti, dove vengono trattenute in condizioni disumane per 18 mesi e vengono espulse senza un minimo di rispetto per la loro dignità. In uno di questi centri, quello di Ponte Galeria di Roma - che visito ogni sabato dal 2003, insieme a un gruppo di religiose di diversi Paesi e congregazioni - scopro ogni volta la sofferenza, la delusione e la rabbia di tante giovani donne, che si trovano rinchiuse un ambiente di uno squallore indescrivibile, fatto solo di cemento e sbarre di ferro.

Queste donne esigono di essere trattate come esseri umani e non come “criminali” o “clandestine”. Molte di loro vivono momenti di profonda disperazione, specie quando sono consapevoli che presto verranno espulse e dovranno tornare a casa a mani vuote, con il rischio di venir rifiutate anche dalla famiglia. Aisha, per esempio, era una donna tunisina terrorizzata dall’idea di tornare a casa. Sapeva che nel suo Paese l’avrebbero di certo uccisa e spesso ripeteva che piuttosto avrebbe preferito togliersi lei stessa la vita. Quando le hanno comunicato che il giorno dopo sarebbe stata rimpatriata, a nulla sono valsi i consigli e l’occhio attento delle amiche, che hanno vegliato con lei per quasi tutta la notte: il mattino presto, il suo corpo privo di vita è stato ritrovato appeso alla doccia. Sconvolte e addolorate, non ci è rimasto che interrogarci su cosa avremmo potuto fare per prevenire questo dramma e salvare quella giovane vita.

All’inizio i migranti potevano essere trattenuti per trenta giorni; poi i giorni sono stati raddoppiati fino ad arrivare a sei mesi. Oggi una nuova normativa prevede di prolungare la loro permanenza in questi centri addirittura sino a diciotto mesi. Un anno e mezzo di detenzione. È un’ingiustizia! Una terribile violazione dei diritti umani e un’inutile sofferenza inflitta a degli innocenti. Mi sconcerta e mi indigna che, ancora una volta, siano loro a pagare il prezzo più alto di politiche ingiuste che confondono le vittime coi carnefici. Intanto trafficanti e clienti rimangono impuniti, se non addirittura protetti dalla stessa legge, semplicemente perché in possesso di un permesso di soggiorno, magari ottenuto tramite corruzione, o di documenti in regola.

Pubblicato il 02 aprile 2012 - Commenti (0)
22
mar

L'amore non si compra

Ieri sera, presso il Centro Pime di Milano, mi hanno chiesto di intervenire sul tema “Fame di relazioni” nell’ambito del ciclo di Quaresima, dedicato alle “fami dell’anima”. Un tema che mi sollecita molto, dal momento che da molti anni ormai mi occupo di relazioni spezzate, negate, abbruttite, quelle che riguardano il rapporto tra cliente e prostituta.
Relazioni fatte spesso di potere, di sopraffazione e di possesso. Relazioni in cui l’altro è privato della propria dignità, non è più persona, viene annullato, ridotto a oggetto, a merce.
Che si compra e che si vende, che si usa e che si getta.

Eppure, anche in questi luoghi di relazioni negate è possibile intraprendere percorsi di rottura delle catene di questa vergognosa schiavitù contemporanea e di liberazione, mettendo al centro la dignità della persona e la possibilità di costruire relazioni nuove e vere, ricche di senso e significato. La Beata Madre Teresa di Calcutta soleva affermare che la più grande povertà nel mondo non è la mancanza di cibo, bensì la carenza di amore. E l’amore si costruisce e si manifesta nella relazione, nel vedere e capire i bisogni dell’altro, del fratello e della sorella che mi vivono accanto. Ma dove trovare i punti di riferimento e di riflessione per scoprire e vivere la bellezza e ricchezza della relazione umana?
L’essere umano non può esistere da solo, giacché il bisogno di amore è profondamente radicato nel suo cuore, ma molte sono le difficoltà nel viverlo. L’abbé André-Marie Talvas affermava che «la peggiore tragedia per un persona è l’essere chiuso in se stesso e incapace di comunicare». Fondatore in Francia del movimento Le Nid (“Il Nido”) a favore di prostitute ed emarginati, conosceva bene la desolante mancanza d’amore che si cela dietro il mercanteggiamento sessuale; parlando di clienti e prostitute sosteneva che «la maggior parte di essi ricercano non tanto il piacere sessuale quanto l’affetto e il rapporto personale. Sotto la ricerca di sessualità genitale, c’è un vivo desiderio di essere amati». È dunque possibile che i clienti, quando si rivolgono alle prostitute, rivelino un silenzioso e inappagato bisogno di relazione, amore, amicizia e attenzione. E questa triste costatazione ci interpella tutti.

Ma l’amore non può essere comprato, bensì presuppone un mutuo rispetto, comprensione, accoglienza e soprattutto perdono. Un uomo e una donna sono in grado di esprimere la profondità del loro amore quando nel matrimonio divengono «una sola carne». Nell’unione dei corpi e nell’intimità dell’amore, la coppia esprime la reciproca e totale donazione di sé. La prostituzione invece nega tutto questo: nega l’uguaglianza e la reciprocità tra l’uomo e la donna e pone il rapporto sessuale sullo stesso piano di un qualsiasi prodotto commerciale. La donna è vista come un oggetto. E questo purtroppo non accade solo nell’ambito della prostituzione, ma anche più in generale, nella rappresentazione che viene fatta dai media e dalla pubblicità. La donna - o, meglio, il suo corpo - serve per vendere (a volte anche prodotti che non hanno niente a che vedere con una fisicità gratuitamente esibita); più o meno “implicitamente”, però, è la donna stessa ad essere messa in vendita. In una società in cui domina la cultura del permissivismo e dell’edonismo, l’amore e l’educazione sessuale dovrebbero essere la preoccupazione di ogni famiglia, scuola e parrocchia. Tutti coloro che sono responsabili dell’educazione hanno infatti un ruolo vitale nel formare nei giovani la capacità di rispettare la propria sessualità, di distinguere e controllare i propri sentimenti ed emozioni, di saper discernere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che costruisce da ciò che distrugge.

Pubblicato il 22 marzo 2012 - Commenti (2)
09
mar

Quella violenza ancora nascosta

Le numerose comunità gestite da religiose in tutta Italia rappresentano in molti casi dei luoghi-protetti, case-famiglia nel vero senso della parola, luoghi di accoglienza dove, in un clima di relazioni familiari vere, molte donne trovano sostegno e voglia di ricominciare una vita nuova. Nate per accogliere specialmente le vittime di tratta, sempre più queste case accolgono donne, spesso italiane, con i loro bambini, che fuggono da minacce e violenze quasi sempre domestiche. Vittime dei loro uomini, violenti e pericolosi, che non accettano sconfitte e mediazione di conflitti. Sono molti i casi in cui, per evitare che i continui conflitti si traducano in veri drammi della follia umana, queste mamme con i loro bambini vengono allontanate da casa. Purtroppo non sempre si interviene in tempo. E troppo poco si fa per la prevenzione, per spezzare schemi di potere e di dominio ancora troppo radicati nella nostra società e per denunciare l’inerzia di chi - e siamo tutti noi - è responsabile del disagio umano e sociale che lacera il nostro Paese.

Un'attivista del gruppo Femen protesta contro la violenza sulle donne a Istambul (foto Reuters).
Un'attivista del gruppo Femen protesta contro la violenza sulle donne a Istambul (foto Reuters).

Quello della violenza domestica è un fenomeno ancora troppo nascosto; si consuma il più delle volte in modo silenzioso e oscuro tra le mura delle nostre case. Salvo quando drammatici fatti di cronaca  vengono alla ribalta sporadicamente sulle prime pagine dei nostri giornali.

Ma non basta. Perché il sensazionalismo non crea coscienza e consapevolezza. Occorre invece dare a questo fenomeno più profonda e costante attenzione.

Purtroppo quella della violenza sulle donne pare essere una piaga che sta dilagando non solo in Italia, ma in tanti altri Paesi. Poco tempo fa ho ricevuto la visita della moglie del Governatore dell’Alaska che chiedeva di poter visitare una delle nostre case-famiglia per donne vittime di tratta e di violenza domestica. Voleva confrontarsi con i nostri modelli di intervento e capire come cerchiamo di far fronte alle tragiche conseguenze di tali abusi

Durante la visita, a cui ha preso parte anche il marito Governatore, ci siamo imbattuti in una giovane mamma straniera in attesa di un bimbo. Aveva subìto pesantissime violenze fisiche da parte dell’uomo che l’aveva messa incinta perché abortisse. Non riuscendo nell’intento l’aveva letteralmente abbandonata lungo una strada. Trovata di notte da una delle nostre unità di strada, è stata accolta in comunità, dove ha ritrovato una casa e una famiglia.

Commovente il nostro incontro con lei. Parlando in un inglese stentato, in lacrime, mi chiedeva di ringraziare le suore che l’avevano presa con loro. Lei, donna musulmana, si sentiva accolta tra quelle religiose cristiane. Lei, senza casa e senza famiglia, aveva trovato un tetto e l’affetto e le cure delle suore. Lei, senza soldi e con un bimbo in arrivo, poteva adesso contare su qualcuno.

La sua testimonianza, così sincera e commossa, ha fatto breccia nel cuore dei nostri visitatori: hanno costatato l’importanza di creare luoghi adatti per accogliere queste donne con i loro bambini, luoghi in cui possano prendere il tempo per guarire le profonde ferite che si portano dentro e poter sperare e costruire un futuro sereno per loro e per i loro piccoli.

In questa giornata della donna, vorrei ricordare particolarmente queste mamme, che hanno subito troppe violenze. Non hanno bisogno di una mimosa, ma di un gesto di accoglienza, solidarietà, rispetto e amore per ricominciare ad avere fiducia in se stesse, nella vita, e in chi sta loro accanto.

Pubblicato il 09 marzo 2012 - Commenti (1)
15
feb

“Se non ora, quando?”, un anno dopo

“Se non ora, quando?”. Questo, lo slogan che il 13 febbraio dello scorso anno è risuonato in molte piazze d’Italia, gremite di donne (e non solo) che finalmente riprendevano coscienza del loro ruolo e delle loro potenzialità e manifestavano per riappropriarsi di quella loro identità e dignità così vilipesa e calpestata, specialmente dai mezzi di comunicazione. Era tempo di prendere atto di ciò che stava capitando in tanti modi e forme nel nostro Paese e di dire “basta” alla strumentalizzazione e allo sfruttamento della donna.

Questa manifestazione era stata organizzata in un momento in cui la donna veniva sempre più svuotata dai nostri media e dai nostri stili di vita dei suoi valori intrisici e dal suo ruolo di persona, chiamata a costruire con le sue peculiarità e talenti una società più umana e umanizzante, attraverso rapporti veri e sinceri e non strumentali e mercantili.

In una di quelle piazze, quella di Roma, c’ero anch’io, religiosa e missionaria, ma pur sempre donna, per condividere con tante altre donne di diverse posizioni e schieramenti lo stesso sdegno contro la mercificazione del corpo femminile, ma soprattutto per lanciare un grido e un appello a nome e a favore di tante giovani, soprattutto immigrate, che non avevano diritto di parola. Ero lì anche in rappresentanza di tante altre religiose, che ogni giorno devono confrontarsi con le conseguenze causate dalle discriminazioni di genere, dalla violenza fisica e psicologica che si scatena in tantissimi modi contro le donne, dall’oppressione e dallo sfruttamento derivanti dall’orribile traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale…

In quell’occasione avevo lanciato un forte un appello per dire “basta” all’indegno mercato del corpo della donna e ricordare a tutti gli enti, istituzioni e persone coinvolte che ciascuno di noi ha una grande responsabilità ma anche un dovere: eliminare tutte le forme di compravendita del corpo della donna mascherati sotto diversi camuffamenti: prostituzione, pornografia, pubblicità, trasmissioni televisive, carriera, ecc…

Numerosissimi sono stati i messaggi ricevuti, soprattutto di approvazione ma anche di biasimo. Come se le suore - e tanto più le missionarie - dovessero rimanere richiuse nei conventi o impegnarsi contro le numerose povertà di cui si occupano, possibilmente senza parlare pubblicamente. A un anno di distanza, e di fronte ai molti messaggi che continuo a ricevere, vorrei ringraziare le tante persone che hanno avuto parole di sostegno per il coraggio di presentarmi come donna e religiosa sul quel palco e soprattutto per aver toccare una piaga che sta logorando e distruggendo le nostre stesse famiglie e il nostro tessuto sociale. Mi sento però di dire a quanti hanno trovato fuori posto la mia presenza in quella piazza che sono stata spinta solo dal desiderio di difendere e dar voce pubblicamente a tutte quelle donne e quei bambini, che continuano ad essere vittime di una società dove tutto si può vendere e comprare, persino il corpo di una minorenne indifesa, povera, immigrata e in cerca di un futuro dignitoso.

A un anno da quella manifestazione che cosa è cambiato nella politica, nella società, nella Chiesa e soprattutto nel mondo femminile? È difficile fare un vero bilancio in termini di risultati visibili ed eclatanti, che forse non si notano ancora. Tuttavia da quel giorno si scorgono alcuni segnali importanti, piccole luci che indicano un cammino nuovo specialmente per le future generazioni. In questi ultimi mesi, abbiamo avuto tre donne Premio Nobel per la pace, due africane e una yemenita, altre sono elette come Capi di Stato o di governo, altre ancora sono responsabili di importanti ministeri. Soprattutto, però, riscontro più consapevolezza e desiderio di riflessione tra le donne comuni, che in mille modi e luoghi ogni giorno svolgono la loro missione nella famiglia, nella società, nel mondo del lavoro e della politica, e anche negli ambienti religiosi o di volontariato, mettendo a disposizione i loro talenti e valori, le loro intuizioni e la loro formazione umana, cristiana e professionale per far crescere il nostro Paese. Ed è proprio nel quotidiano che la donna deve essere presente e può fare la differenza. Questa è la nostra responsabilità di donne che vogliono e devono costruire una società non più basata solo sul consumo e su uno sviluppo squilibrato, bensì sulla dignità, la grandezza e la bellezza interiore di ogni persona a servizio del bene comune.

Pubblicato il 15 febbraio 2012 - Commenti (0)
06
feb

No alla legalizzazione della prostituzione

Nei giorni scorsi, mentre ero a Torino per presentare il libro: “Spezzare le Catene. La battaglia per la dignità della donna” (Rizzoli), il Consiglio comunale approvava un ordine del giorno, presentato alcuni mesi fa dalla Lega Nord, che chiede al Parlamento di discutere alcune proposte di legge sulla prostituzione. La Lega, in sintesi, chiede la regolamentazione della prostituzione e la possibilità di riaprire le “case di tolleranza”, motivandola col fatto che questo provvedimento potrebbe far entrare ingenti guadagni nelle casse dello Stato. L'ordine del giorno ha ricevuto 22 voti favorevoli a fronte di 9 astensioni.

Dure e tempestive sono state le reazioni di alcune associazioni che da anni si occupano di tratta di esseri umani, specialmente per lo sfruttamento sessuale. Dai loro comunicati si coglie lo sgomento e l’indignazione di fronte a decisioni prese con molta leggerezza e senza cognizione di causa circa le implicazioni di tali proposte e le conseguenze per tante persone. È rischioso e vergognoso che nel 2012 si continui a considerare le donne come semplice merce da usare a piacimento e a pagamento. Tanto più se si auspica pure un guadagno per lo Stato.

L'Associazione Iroko e la Coalizione internazionale contro la tratta delle donne (Italia), insieme agli Amici di Lazzaro - organizzazioni non governative senza fini di lucro, senza appartenenze politiche e/o religiose - esprimono il loro forte dissenso rispetto a questa proposta, in quanto la prostituzione è violenza contro le donne, rappresenta il più antico degli sfruttamenti e non può essere mai considerata un'attività lavorativa. Infatti, il lavoro, pur semplice e umile che sia, mira a nobilitare la persona e a mettere a disposizione della società le sue capacità professionali e creative, di mente e di cuore.

Questa presa di posizione si basa su molti anni di esperienza e impegno a favore delle donne vittime di tratta e costrette a prostituirsi e di ricerche e di studio del fenomeno in tutto il mondo. La nostra posizione non è dunque basata solo su motivi religiosi o di etica religiosa, bensì sull’etica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne. Il livello spaventosamente alto di violenza a danno delle donne in Italia è allarmante e ben noto. Non possiamo permetterci di aggiungere altra violenza per di più legalizzata. Una delle peggiori violenze contro la donna, in tutte le società, è proprio la prostituzione e poco vale la scusa che le donne abbiano “scelto” o meno di prostituirsi. Ricordo molto bene l’espressione sovente usata dal caro don Oreste Benzi, che tanto si è battuto contro il terribile flagello della tratta e della prostituzione: «Nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che la fa diventare tale o qualche situazione che la induce».

Oggi, ancora, alla nostra società civile e religiosa viene chiesto di debellare tutte quelle situazioni che possono indurre le donne a dover vendere il proprio corpo per vari motivi: povertà o indigenza, ma anche per un posto di lavoro, per far carriera e soprattutto per fare spettacolo o entrare nel mondo della moda e della pubblicità. Questo non è più tollerabile, e sono le donne, prima di tutto, a doverne prendere atto e a non prestarsi a questo squallido mercato che degrada sia chi provoca e sia chi passivamente accetta e subisce.

Inutile combattere la tratta di esseri umani come nuova e terribile forma di schiavitù - che ancora oggi produce un fatturato annuo di 32 miliardi di dollari - se allo stesso tempo non combattiamo la prostituzione in tutte le sue forme. Quante volte, incontrando donne immigrate costrette a prostituirsi sulle nostre strade di notte, mi sono sentita dire: «Se nessuno venisse a cercarci e a usarci noi non saremmo qui».

La legalizzazione della prostituzione e la sua promozione come attività lavorativa è una delle cause dirette della tratta internazionale di donne e bambini per lo sfruttamento sessuale. In una società ancora fortemente maschilista e patriarcale, che tollera l'uso maschile del corpo femminile come merce usa e getta, esprimere indignazione e chiedere la fine della tratta di giovani donne e bambini è contraddittorio e incoerente se prima non poniamo fine alla commercializzazione del corpo delle donne. Per questo con forza e determinazione rifiutiamo le varie proposte di legalizzazione della prostituzione che equivale per molti versi a legalizzare la tratta di esseri umani per l’industria del sesso. Ovvero una delle peggiori schiavitù del XXI secolo.

Pubblicato il 06 febbraio 2012 - Commenti (7)
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Schiave di oggi, spezziamo le catene

Spezzare le catene. Quante volte lo ripetuto! Spezzare le catene che tengono schiave tante immigrate, trafficate e sfruttate, ma anche tante donne italiane, impegnate a lottare per riappropriarsi del proprio ruolo e della propria dignità e femminilità. Spezzare le catene di modelli mercantili che mercificano il corpo della donna e la riduco a un oggetto usa e getta. Spezzare le catene per ridonare alla famiglia, alla società e alla Chiesa la bellezza e la ricchezza del nostro “genio femminile”.

La donna deve ritornare ad essere protagonista: capace di stimolare, umanizzare e trasformare ancora questo nostro mondo globalizzato, bisognoso di relazioni vere, di accoglienza dell’altro e del diverso, di solidarietà che costruisce ponti, di impegno quotidiano per una convivenza serena e pacifica di cui sentiamo tutti una grande necessità. Spezzare le catene è ora anche il titolo del nuovo libro edito dalla Rizzoli. Con un sottotitolo molto significativo e a cui tengo molto: La battaglia per la dignità della donna. È stato scritto con Anna Pozzi, redattrice della rivista “Mondo e Missione” del Pime e collaboratrice di Famiglia Cristiana, con la quale avevo già collaborato per il precedente libro “Schiave” delle Edizione San Paolo, uscito nel 2010.

“Spezzare le catene” ha appena visto la luce, lo scorso 9 gennaio, giorno del mio 73° compleanno, per cui lo accolgo come un dono, che a mia volta condivido con tante altre persone. La gestazione, però, è stata lunga, iniziata inconsciamente il 13 febbraio dello scorso anno in Piazza del Popolo di Roma, quando in rappresentanza delle religiose, ho accettato di essere presente per prendere atto prima di tutto della nostra responsabilità di donne a servizio del bene comune e poi per ricordare alla nostra società, che sembra aver smarrito il senso della persona con i suoi valori profondi e indiscutibili, che è tempo di reagire: “Se non ora quando?”.

Alla richiesta della Rizzoli di scrivere un libro, la mia prima reazione è stata di un rifiuto categorico e per diversi motivi: prima di tutto per mancanza di tempo. Non potevo trascurare il mio quotidiano servizio all’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’USMI, fatto di incontri, comunicazioni e corrispondenza, per dare risposte a tante richieste: i contatti con le comunità e le persone in difficoltà, il creare reti tra i Paesi di origine, transito e destinazione, per sostenere il servizio prezioso di tante religiose e ong che cercano di contrastare la compravendita di esseri umani, sono pur sempre la mia priorità. Tuttavia, questa richiesta aveva i suoi lati positivi e validi, per cui mi sono arresa nella speranza di offrire un ulteriore servizio per una più corretta conoscenza del fenomeno con i suoi risvolti negativi ed anche positivi e per condividere con tante altre donne e non solo la nostra battaglia per la dignità della persona. Chiunque essa sia.

Un secondo ostacolo da superare è stata la difficoltà di rileggere la mia storia personale e soprattutto di condividere le esperienze di cinquant’anni di vita missionaria a servizio delle donne, prima in Africa - affiancandomi a loro nel cammino di sviluppo, educazione ed emancipazione - e poi in Italia, per prevenire, proteggere e recuperare tante donne e minorenni straniere, cadute nelle maglie dei trafficanti e di quanti abusavano della loro povertà e vulnerabilità per interessi personali. Alla fine mi sono arresa e ha prevalso il desiderio di offrire un contributo in più come donna, religiosa e missionaria con il solo scopo di aiutare in particolare i giovani a cogliere la sfida educativa nell’oggi, attraverso una formazione ai valori e principi umani fatta di relazioni autentiche e serie, basate sul rispetto e l’apprezzamento della persona, evitando sfruttamento e mercificazione.

Questo libro è un altro pezzo di questo impegno. Racconta le situazioni e le storie di tante persone, soprattutto donne, che ho incrociato sul mio cammino di “missionaria della notte e della strada” per consolare e camminare insieme verso la conquista della propria dignità e libertà, spezzando le catene della povertà, degli sfruttatori, della nostra società opulenta che perde i suoi valori, anche dei nostri governi e di tutte le istituzioni, che non fanno il necessario per combattere le nuove forme di schiavitù del XXI secolo.

Anche la Chiesa e tutti noi che ci diciamo cristiani spesso siamo complici con il nostro silenzio e la nostra indifferenza. Ciascuno di noi ha un ruolo da svolgere con responsabilità a secondo delle proprie competenze: autorità sociali e religiose, funzionari dell’ordine pubblico e operatori del settore privato, insegnanti e genitori, religiosi e religiose, missionari e missionarie, uomini e donne che mirano al bene comune basato sul valore e rispetto di ogni persona. Solo unendo i nostri sforzi potremo finalmente… spezzare le catene!

Pubblicato il 17 gennaio 2012 - Commenti (0)
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India, nel segno delle adozioni

Ogni anno le Missionarie della Carità organizzano a Roma una giornata per tutte le famiglie che hanno adottato bambini dall’India e che sono seguite con particolare attenzione e sostegno dalle stesse Missionarie. Sono loro infatti che hanno fatto da tramite per facilitare queste adozioni. Non è difficile per loro aiutare genitori italiani che desiderano allargare il loro cuore e la loro casa per accogliere bambini abbandonati per vari motivi e dare a loro una famiglia e un futuro. In India le Missionarie hanno molte istituzioni, dove accolgono questi bambini e sono ben consapevoli della necessità di trovare famiglie che possano adottare questi bambini. L’accoglienza diventa davvero un dono reciproco che arricchisce moltissimo sia la coppia di genitori, che per vari motivi non può avere figli, sia gli stessi bambini che trovano una famiglia e di conseguenza hanno un futuro più sereno e sicuro. E ogni anno vengono adottati dai 70 ai 100 i bambini da coppie italiane, tramite le Missionarie della Carità.


Queste famiglie si ritrovano durante l’anno a livello regionale per incontri formativi e scambi di esperienze, che li aiutano a confrontarsi e a crescere come genitori adottivi. Il giorno dell’Epifania invece si incontrano per un grande momento di festa con tutti i bambini adottati. Un’esperienza che si ripete da molti anni e che all'inizio del 2012 si è svolta a Roma presso una grande scuola Salesiana dove si sono radunate circa 400 persone tra genitori e bambini. Quest’ultimi, in particolare, erano pieni di vita e lieti di potersi incontrare, giacché molti di loro hanno vissuto per mesi o anni nello stesso Istituto a Calcutta in attesa di adozione. Molti di questi bambini se non avessero trovato una famiglia che li ha accolti e adottati sarebbero certamente finiti nelle maglie della criminalità organizzata per essere usati per ogni tipo di sfruttamento, specie per guadagni illeciti, distruggendo così le loro potenzialità e impedendoli di affermarsi nella vita e diventare protagonisti del loro futuro.


Quest’anno il tema dell’incontro è stato: “L’accoglienza dell’altro”. Trovandomi di fronte a una simile assemblea di genitori che, attraverso l’adozione di bambini stranieri hanno dato un senso nuovo alla loro vita di coppia, non è stato difficile condividere una riflessione sulla ricchezza e la bellezza dell’accoglienza dell’altro, del diverso, del bambino indifeso, gracile e bisognoso di affetto e di speranza, pur nelle difficoltà quotidiane che certamente non mancano. Ho incontrato coppie con quattro bambini adottati, altre con tre, altre ancora che, dopo averne adottato uno, hanno già fatto la richiesta di un’altra adozione, nonostante le difficoltà finanziarie che molte famiglie stanno vivendo.


Queste coppie hanno invece sperimentato la gioia dell’accoglienza che offre non tanto cose materiali bensì l’apertura del cuore, attraverso l’attenzione, la disponibilità di tempo più che di beni di consumo, consapevoli che i figli hanno bisogno di relazioni umane fatte di affetto e di fiducia, di attenzione e di disponibilità, di accoglienza vera, soprattutto senza essere usati come oggetti da possedere per soddisfare le proprie esigenze di compensazioni affettive. Questo favorisce la costruzione di un’umanità nuova, dove davvero ci riconosciamo tutti figli dello stesso Padre, senza pregiudizi o discriminazioni. L’accoglienza è un grande dono reciproco, giacché nell’accoglienza dell’altro, del diverso, dello straniero c’è lo scambio del dono, della gratuità, dell’interesse e del vero bene, che poi diventa bene di tutta la famiglia e della comunità.

Pubblicato il 09 gennaio 2012 - Commenti (0)
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2012, prospettive al femminile

Al termine di ogni anno le varie istituzioni e il mondo imprenditoriale fanno un bilancio consuntivo e si apprestano a guardare, inserendo nuove strategie per mettere in atto misure di ripresa e di maggior profitto. È ciò che attualmente stanno facendo anche i governi di tutto il mondo per far fronte alla crisi economico-finanziaria e offrire ai loro Paesi garanzie di crescita e maggior sicurezza economica. Non sempre, però, le molte aspettative dei cittadini trovano riscontro positivo quando ci si concentra solo sulle questioni economiche e non si pensa a investire sulle persone che sono pur sempre il capitale più prezioso da custodire, sviluppare e valorizzare.

L’ultimo rapporto dell’Istat ci prospetta il futuro demografico del nostro Paese, che richiede una seria riflessione per una maggior consapevolezza e un cambiamento di mentalità e di politiche sociali e familiari. L’Italia si presenta, anche a livello mondiale, come un Paese di persone anziane. Si legge, infatti, nel rapporto che: “la popolazione è destinata a invecchiare gradualmente, gli ultra 65enni, oggi pari al 20,3 per cento del totale, costituiranno quasi il 33 per cento nel 2059”. Similmente la popolazione sino a 14 anni, oggi pari al 14 per cento del totale, scenderà sino a raggiungere un minimo del 12,7 per cento.

Ma come prevedere un futuro, in cui si possa far fronte alle necessità di cura e assistenza di una popolazione che invecchia tanto rapidamente e massicciamente? Dove si possono trovare chiavi di lettura per prevenire e trovare risposte adeguate a tali bisogni? Forse dovremmo allargare un po' lo sguardo. Di fronte a un continente Europa che sta invecchiando c’è invece un continente Africa che cresce dal punto di vista demografico (e non solo), nonostante le grosse difficoltà in cui versano molti Paesi. Nel 2050, infatti, una persona su quattro nel mondo sarà nata in Africa. Mentre noi occidentali saremo una minoranza. Per di più vecchia.

Attualmente, l’età media in Africa si aggira attorno ai 18-20 anni. In Italia siamo a 43, ma, secondo l’Istat, arriveremo nel 2059 a quasi 50. Già oggi la presenza di migranti, molti dei quali africani e giovani, sta contribuendo all’abbassamento dell’età media e soprattutto al tasso di natalità del nostro Paese, che per le donne italiane è tra i più bassi al mondo (1,2 figli per donna) mentre per le africane è ancora del 5,7. E sono proprio le donne immigrate - non solo africane - che contribuiscono in tanti modi alla crescita del nostro Paese.


Dobbiamo quindi apprezzare la loro presenza e investire sui ricongiungimenti familiari che offrono stabilità e sicurezza. A tal scopo c’è bisogno di un accurato e urgente lavoro di integrazione per una convivenza pacifica e rispettosa di diritti e doveri. Purtroppo, i progetti di accoglienza e integrazione sono ancora molto carenti e in molte regioni inesistenti. In questi ultimi anni le migrazioni in Italia hanno assunto un volto sempre più femminile: le donne sono sempre più presenti nelle nostre famiglie, dove lavorano particolarmente nell’assistenza domiciliare dei nostri anziani, che a volte nemmeno i figli riescono gestire.

«L’aumento delle donne - commenta Brizida Haznedari, albanese, avvocato e mediatrice culturale - ha provocato un positivo riequilibrio della popolazione migrante, che fa bene sia alla realtà immigrata sia a quella italiana. Aiuta nel percorso di integrazione, soprattutto quando ci sono dei figli che creano legami e aperture con altre famiglie. Spesso le donne migranti vivono le stesse problematiche di quelle del posto, come la scarsità di asili nido a basso costo o le difficoltà scolastiche. E a anche per gli uomini è una presenza più rasserenante. Oggi non ci troviamo più di fronte solo all’individuo migrante, ma alla famiglia. Anche molte badanti e collaboratrici domestiche stanno facendo i ricongiungimenti con mariti e figli».

La presenza di famiglie immigrate, ben inserite nella nostra società, crea equilibrio e armonia. All’inizio del nuovo anno 2012 auguriamo a tutte le donne italiane e immigrate e ancor più a tutti i giovani a cui il Papa Benedetto XVI ha dedicato il messaggio per la Giornata mondiale della Pace, di essere davvero strumenti di coesione, solidarietà e comunione per la costruzione di un Paese che più che mai ha bisogno di riprendere fiducia e speranza.

Infatti il Santo Padre ci ricorda che “sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi”. E ancora: “Guardiamo con maggiore speranza al futuro, incoraggiamoci a vicenda nel nostro cammino, lavoriamo per dare al nostro mondo un volto più umano e fraterno, e sentiamoci uniti nella responsabilità verso le giovani generazioni presenti e future, in particolare nell’educarle ad essere pacifiche e artefici di pace.”.

Pubblicato il 30 dicembre 2011 - Commenti (0)
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Natale per chi non trova posto

Da circa nove anni l’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’Unione delle superiore maggiori d’Italia (USMI) è presente al CIE di Ponte Galeria, dove centinaia di immigrati sono in attesa di identificazione ed espulsione perché privi di documenti.


      Un gruppo di una ventina di religiose di diverse Congregazioni e nazionalità visita settimanalmente il reparto riservato alle donne per offrire una presenza di consolazione e di speranza, in quella situazione così difficile e dolorosa. Specialmente a durante questo periodo di feste. Queste donne, sempre oltre il centinaio, vedono il proprio sogno migratorio frantumarsi  e subiscono l’umiliazione di ritornare a casa a mani vuote, invece di continuare ad aiutare la famiglia, come avevano cercato di fare venendo in Italia.

     Purtroppo molte di queste giovani donne, specialmente le nigeriane e quelle provenienti dall’Europa dell’Est, sono spesso anche vittime della terribile tratta di esseri umani sia per sfruttamento lavorativo ma soprattutto per sfruttamento sessuale. Sono gli anelli più deboli di una terribile catena di schiavitù che tiene soggiogate milioni di giovani vittime ingannate, trasportate nei Paesi di “consumo”, messe sul mercato del sesso, da cui è difficile sganciarsi per ricostruirsi una nuova vita. 

      Nel Centro di Ponte Galeria, come in tutti i Cie d’Italia, gli ambienti sono di uno squallore indescrivibile. Non esistono luoghi di aggregazione e le giornate trascorrono nella più totale inerzia. Terribile per giovani piene di vita, costrette a passare lunghe ore sdraiate sul letto, a volte in preda alla disperazione, sognando un futuro di libertà e normalità. L’unico momento della settimana che fa la differenza è la presenza delle suore il sabato pomeriggio. 

     Le incontriamo in gruppetti a seconda della loro provenienza e conoscenza della lingua, per stare con loro, ascoltare le loro storie, far uscire la loro rabbia e offrire un momento di riflessione e di preghiera, con canti e letture che richiamano la ricchezza e bellezza delle loro culture e tradizioni. Uno dei momenti più belli e significativi, che si ripete ogni anno, è stata certamente la celebrazione del Natale, attraverso un momento di preghiera ecumenica, con canti in varie lingue e un momento di festa per tutte. 

     Anche quest’anno si è ripetuta questa celebrazione, giacché Gesù vuole nascere anche nel Cie di Ponte Galeria, in un ambiente non molto diverso da quello in cui è nato duemila anni fa, in una stalla di Betlemme. Celebrare il Natale con le ragazze e le donne che sono a Ponte Galeria è sempre un’esperienza unica e toccante. Un’esperienza di vita, gioiosa e dolorosa, al tempo stesso. Gioiosa, perché permette di donare la gioia di Betlemme a chi non ha nulla. Dolorosa per il dramma che vivono queste ragazze, lontane dal loro Paese e dalle loro famiglie, dal loro mondo giovanile e dagli affetti più cari. 

      È in questa atmosfera che siamo tornate quest’anno a Ponte Galeria, con una quindicina di suore. Abbiamo incontrato una settantina di donne, pronte a riunirsi nella sala mensa per celebrare insieme il Natale e cogliere il suo messaggio di gioia, di pace, di condivisione e fratellanza: i doni che il Redentore vuole donare ancora ai poveri, agli ultimi, agli emarginati. Quest’anno ci ha profondamente colpito l’annuncio della nascita di Gesù proclamato in ben dieci lingue: italiano, spagnolo, portoghese, inglese, francese, russo, ucraino, rumeno, albanese, e infine in cinese. Dopo l’annuncio della Parola, i canti e le preghiere, ogni ragazza si dispone a preparare la culla dove deporre il Bambinello.

     Purtroppo non hanno nulla all’infuori delle mani aperte e vuote dove possono ricevere e contemplare un Bambinello splendente di luce. Le donne non possiedono nulla qui al Cie. Hanno solo la loro storia personale, fatta di violenze subite, a volte di ferite profonde incise nel cuore. Sicuramente il piccolo Gesù va volentieri da loro, per santificare e sanare le loro vite distrutte. Vita che rimane ugualmente e sempre un dono di Dio. Questo momento è sempre vissuto dalle donne e anche da noi con molta commozione.

     Al termine della celebrazione ecumenica, è seguito il momento di festa con l’arrivo di Babbo Natale che distribuisce a tutte doni utili e graditi: una grande borsa, una tuta calda, vestiario e abbigliamento intimo, nonché dolci tipici di Natale insieme a un bellissimo peluche, donato dagli alunni di due scuole: Marymount di Roma e da un Liceo statale di Ariccia.
Il tutto distribuito tra tanta allegria, con musica e canti natalizi. Solo in questa condivisione il Natale ha senso. Ancora oggi il Piccolo Bambino si fa presente nelle “stalle” odierne, per portare un messaggio di gioia e di pace, proprio come duemila anni fa, quando aveva sperimentato il rifiuto dell’accoglienza nei palazzi dei potenti, giacché anche oggi, come allora, “non c’è posto per Lui nell’albergo”.

Pubblicato il 24 dicembre 2011 - Commenti (0)
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Giustizia e di pace: largo ai giovani

Papa Benedetto XVI in compagnia di alcuni giovani.
Papa Benedetto XVI in compagnia di alcuni giovani.

Il Messaggio del Papa per la XLV Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il prossimo 1° gennaio, si inserisce in una prospettiva educativa molto interessante e di grande attualità: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace».
La convinzione del Santo Padre è che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possano offrire una nuova speranza al mondo e per questo vanno adeguatamente valorizzati.
È quanto cerchiamo di fare anche noi, nel nostro piccolo, con incontri formativi e informativi, provando a raggiungere il maggior numero possibile di giovani, ancora sensibili alle tematiche sociali, per far conoscere in particolare il dramma della tratta di esseri umani e soprattutto per aiutarli a riscoprire e a vivere il grande valore del rispetto della dignità di ogni persona. Solo così, ciascuno potrà essere protagonista di uno sviluppo personale, sociale e cristiano equilibrato, che si esprime attraverso gesti concreti di giustizia e di pace.

Recentemente ho partecipato a un incontro molto bello, consolante e promettente in un Liceo Statale di Ariccia (Roma), organizzato quale preparazione alternativa a un Natale commerciale. Le insegnanti di religione si erano documentate sul problema della tratta di esseri umani e avevano preparato i giovani nelle varie classi attraverso informazioni, documenti e filmati. I ragazzi erano entusiasti di poter incontrare qualcuno che vive a diretto contatto con queste donne e che ha condiviso i loro drammi. E si sono interrogati su cosa potevano fare anche loro.

A questo proposito ho parlato loro del momento di preghiera e di festa che ogni anno organizziamo per Natale nel Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria con donne in attesa di essere rispedite a casa perché prive di documenti. Normalmente regaliamo loro una borsa viaggio, perché possano rientrare in maniera dignitosa e non con le loro poche cose buttate in un sacco della spazzatura. Portiamo degli abiti caldi e un po’ di dolci. I ragazzi, però, sapevano che queste donne, molte delle quali giovanissime, avrebbero gradito anche qualcosa di “speciale”. E allora i 400 studenti della scuola si sono attivati e con grande sorpresa e commozione ho visto il palco letteralmente coperto di bellissimi peluche. Era il loro dono per le ragazze di Ponte Galeria.

Questo gesto, ma anche le loro domande e il silenzio che accompagnava le risposte, mi ha confermato ancora una volta della necessità di investire sui giovani specie nelle scuole per un vero cambiamento di mentalità e per creare una società basata sui valori di giustizia ed equità. Spetta, però, anche a noi adulti, educatori e genitori, accogliere ancora l’invito del Papa che ci sollecita a «comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene. È un compito, questo, in cui tutti siamo impegnati in prima persona».

Il Santo Padre inoltre aggiunge: «Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone». Questa è proprio la nostra sfida di oggi: essere testimoni che propongono una meta da raggiungere ma che sanno anche camminare al fianco di chi sta intraprendendo il cammino della vita.

Pubblicato il 21 dicembre 2011 - Commenti (0)
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Diritti umani, non basta una firma

Sbarchi a Linosa, scene di vita quotidiana tra gli immigrati.
Sbarchi a Linosa, scene di vita quotidiana tra gli immigrati.

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite firmava a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, venne prodotto un documento riguardante il mondo intero, dove tutti sono riconosciuti come persone, senza distinzioni di genere, razza, provenienza, lingua e religione.

Nel Preambolo della dichiarazione viene considerato prima di tutto il riconoscimento della dignità dı tutti i membri della famiglia umana e i loro diritti, uguali e inalienabili, che costituiscono il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Per la prima volta veniva scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo.

Eppure la Dichiarazione è tuttora disattesa in molti contesti e in troppe situazioni, perché non applicata o rispettata, se non addirittura perché apertamente violata. Purtroppo nel 64° anniversario di questo prezioso documento, assistiamo ancora oggi, sempre più di frequente, in svariati angoli di mondo, alla limitazione o alla totale negazione dei diritti umani in essa sanciti e ribaditi. Spesso si tratta dei diritti riguardanti le donne, del rıspetto che dovrebbe essere loro dovuto, della valorizzazione del loro ruolo nella famıglıa e nella società.

Ma penso anche a molte minoranze e al loro diritto a esistere come popoli nelle loro terre di origine; agli immigrati con il diritto di lasciare la loro terra per cercare lavoro e condizioni dı vita migliore altrove; ai richiedenti asilo alla rıcerca di un po’ di sicurezza in Stati democratici; a quanti sono perseguitati a causa della religione o in nome di un Dio che talvolta viene usato per giustificare i nostri interessi personali; nonché tutte le altre forme di violenza e discriminazione ancora esistenti in varie parti del mondo.

Riflettendo su ciò che ogni giorno sentiamo e vediamo nei nostri ambienti di famiglia e di lavoro non è difficile scoprire come questi diritti non siano spesso riconosciuti e garantiti neppure da noi. Infatti all’ Articolo 4 della Dichiarazione leggiamo: «Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù. La schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma».

Eppure la tratta delle schiave, specie di donne e bambini per sfruttamento sessuale, continua ad essere praticata nonostante sia stata definita dall’Onu un “crimine contro l’umanità” e continua a produrre benefici enormi per traffıcani senza scrupoli: oggi rappresenta il terzo business illegale al mondo, dopo il traffico di armi e droga. Ogni anno schiavizza milioni di persone, l’80 per cento donne e minori per una cifra d’affari globale che si aggira attorno ai 32 miliardi di dollari. Molte di queste persone trafficate continuano a soffrire e a morire sulle nostre strade, uccise dalle malattie, dagli incidenti, dai trafficanti o dai clienti, ma soprattutto uccise dalla nostra indifferenza.

Come Joy, uccisa a Novara all’età di 21 anni, Lillian morta a 23 anni per un terribile cancro, o Issi, deceduta due mesi fa al pronto soccorso per un ictus celebrale e ancora in attesa di una degna sepoltura. La comunità che l’aveva accolta e aiutata a spezzare le sue catene di schiavitù si sta organizzando per offrirle un loculo che accolga il suo giovane corpo usato e martoriato da tanti uomini, che hanno ucciso anche i suoi sogni e le speranze di un avvenire sicuro per se stessa e la propria famiglia.

Oggı, dunque, celebrare l’anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani ha senso solo se insieme continueremo a lavorare per riconoscere il dono della dignità, identità e libertà dı ogni persona così com’è stata pensata e voluta dallo stesso Creatore: “Fatta a sua immagine”.

Pubblicato il 10 dicembre 2011 - Commenti (1)


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Autore del blog

Noi donne oggi

Suor Eugenia Bonetti

Missionaria della Consolata, è stata per 24 anni in Kenya. Al ritorno comincia a lavorare in un Centro d’ascolto e accoglienza della Caritas di Torino, con donne immigrate, molte delle quali nigeriane, vittime di tratta. Dal 2000 è responsabile dell’Ufficio tratta dell’Unione superiori maggiori italiane (Usmi). Coordina una rete di 250 suore di 70 diverse congregazioni, che operano in più di cento case di accoglienza. Il presidente Ciampi l’ha nominata nel 2004 Commendatore della Repubblica italiana.
Ha scritto con Anna Pozzi il libro "Schiave" (Edizioni San Paolo).

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