logo san paolo
domenica 16 dicembre 2018
 

Dio? Onnipotente e giusto, ma innanzitutto misericordioso


Il cardinale Gianfranco Ravasi, biblista, teologo,  ha 73 anni: dal 2007 presiede il Pontificio Consiglio della Cultura.
Il cardinale Gianfranco Ravasi, biblista, teologo, ha 73 anni: dal 2007 presiede il Pontificio Consiglio della Cultura.

«Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!». Chi non conosce questa frase rivolta da Lucia all’Innominato nel ventunesimo capitolo de “I Promessi Sposi”? L’orizzonte umano e spirituale di questa virtù fondamentale si allarga alle tre grandi religioni monoteiste, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. L’itinerario di approfondimento in un tema così vasto potrebbe essere riassunto attraverso un particolare percorso, quello dei termini con cui la misericordia viene espressa nel libri sacri di queste religioni.

Ogni realtà, infatti, ha nel vocabolario adottato la sua identità più specifica: così, è evidente che per l’italiano l’organo “fisico” simbolico di questa virtù è il cuore (miseri-cordia) che conosce i fremiti della compassione e condivisione nei confronti del misero. Nel linguaggio biblico, invece, assistiamo a un fenomeno curioso perché, sia per l’ebraico sia per il greco, le due lingue capitali delle Sacre Scritture, la sede della misericordia è l’utero materno o la generatività paterna.

In ebraico è il sostantivo rehem, al plurale rahamîm, che designa primariamente il grembo materno e che viene trasformato in una metafora emozionale applicata innanzitutto a Dio che si ritrova, così, connotato anche femminilmente. Illuminante per l’immagine e il concetto è un passo del libro del profeta Isaia: «Si dimentica forse una mamma del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro ti dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!» (49,15).

Esplicito è il Salmo 103 che rimanda, invece, alla generatività paterna: «Come un padre prova misericordia (rhm) per i suoi figli, così il Signore prova misericordia per quelli che lo temono» (v. 13), cioè per i suoi fedeli.

Non elenchiamo i passi biblici ove questa metafora generazionale è assegnata a Dio. Basti solo citare un paio di frasi: «Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò con immensa misericordia» (Isaia 54,7), ove è usato appunto il vocabolo rahamîm; «Pietà di me nel tuo amore, nella tua grande misericordia (rahamîm) cancella la mia iniquità», e questa è l’invocazione iniziale del celebre Miserere, il Salmo 51.

È interessante notare a questo punto che tutte le sure (o capitoli) del Corano (tranne la IX, frutto forse di un frazionamento) si aprono proprio con due aggettivi arabi modulati sulla stessa radice rhm del termine biblico: «Nel nome di Dio misericorde e misericordioso» (bismi Llah al-rahman al-rahim). È, perciò, paradossale che il fondamentalismo musulmano proceda proprio in senso opposto, ignorando il volto autentico del Dio del Corano che, prima di essere giusto, è compassionevole e misericordioso. Un tema esaltato in modo molto intenso da un’importante tradizione mistica musulmana nota come sufi, ove entra in scena ripetutamente il Dio amoroso e il fedele innamorato.

Certo, nel libro sacro dell’islam ci sono pagine aspre, e fin violente, come per altro accade nell’Antico Testamento. Ecco, quindi, l’importanza di un’interpretazione che cerchi di cogliere l’anima più profonda al di là delle formule contingenti. È il superamento del letteralismo fondamentalista perché, come scriveva san Paolo, «la lettera uccide, è lo Spirito che dà vita» (2Corinzi 3,6).

Essere misericordiosi equivale, quindi, a essere presi “fin nelle viscere”, con un amore totale, spontaneo, assoluto, fino a compiere quel gesto estremo di donazione, delineato da Gesù nei discorsi dell’ultima sera della sua vita terrena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Giovanni 15,13).

Passiamo, così, al greco neotestamentario ove – come accade anche per le Scritture ebraiche – sono adottati vari termini sinonimici, a partire dal verbo eleéô, presente nell’invocazione liturgica Kyrie eleison, «Signore, abbi misericordia!». Ma il più suggestivo è il verbo splanchnízomai, evocato 12 volte: esso rimanda proprio agli splánchna, le “viscere” materne della compassione. Gesù ha il cuore attanagliato da questa tenerezza misericordiosa quando incrocia i sofferenti sulle strade della sua terra.

Così gli accade quando s’imbatte nel funerale del ragazzo del villaggio galilaico di Nain, figlio unico di una vedova (Luca 7,13), o quando vede davanti a sé la folla affamata che lo ha seguito e ascoltato (Marco 6,34); anzi, in un altro caso, esplicitamente confessa: «Splanchnízomai per questa folla che mi segue da tre giorni senza mangiare» (Marco 8,3). La stessa esperienza si ripete davanti ai due ciechi di Gerico (Matteo 20,34), oppure con un lebbroso (Marco 1,41) e così via. È per questo che giustamente il grande scrittore Dostoevskij definiva nel suo romanzo L’idiota la misericordia come «la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera».

Pubblicità
Edicola San Paolo