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Il mondo latino avanza. Dentro e fuori dal campo

27/06/2014  I successi calcistici di Paesi come l'Uruguay, la Colombia, il Costa Rica, il Cile sono la rappresentazione del fermento sociale ed economico del continente sudamericano.

Tifosi dell'Uruguay con le maschere del presidente José "Pepe" Mujica (Ansa).
Tifosi dell'Uruguay con le maschere del presidente José "Pepe" Mujica (Ansa).

Uruguay-Colombia: il 28 giugno agli ottavi si sfidano due delle rivelazioni sudamericane di questo Mondiale, almeno finora, fortemente sudamericano. Nazionali agguerrite, vivaci, sicure di sé. E se il pallone, in fondo, riflette lo stato di salute di un Paese, allora possiamo dire che il Mondiale brasiliano è la rappresentazione del dinamismo e del fermento sociale ed economico che ormai da anni il continente latino  sta vivendo.

«In Uruguay il calcio è un miracolo, perché siamo un piccolo Paese», dichiarava una decina di giorni fa il presidente José "Pepe" Mujica.  E' proprio qui, nella capitale Montevideo, che nel 1930 sono nati i Mondiali di fútbol. Peraltro vinti dall'Uruguay (contro la rivale Argentina), che conquistarono un altro celeberrimo primo posto nel 1950, battendo il Brasile. Secondo uno studio di Ing Bank che stima il valore di mercato di tutte le Nazionali partecipanti al Mondiale 2014 (ottenuto sommando il valore di mercato dei singoli giocatori), l'Uruguay si piazza in decima posizione, a breve distanza dall'Italia che risulta ottava, grazie al traino di giocatori molto quotati come Cavani.

Stato minuscolo, appena 3 milioni di abitanti, un tempo chiamato "la Svizzera dell'America latina" per la sua stabilità e democrazia, da sempre l'Uruguay lotta per sopravvivere all'"ingombrante" vicinanza del gigante argentino. Fra i due Paesi corre una rivalità (non solo calcistica) secolare, tipica tra vicini, ancora più forte tra pueblos hermanos, popoli fratelli, come nel caso argentini e uruguayani: molto simili per cultura, stile di vita e modo di parlare. Ma guai a dire a un uruguayano che dall'accento sembra un argentino, guai a confondere le nazionalità. Fratelli, certo, ma ben distinti. 

In Uruguay buona parte dei programmi Tv sono argentini, così come i giornali.  Ma negli ultimi anni Montevideo si è sganciata economicamente da Buenos Aires, ponendo un limite alla dipendenza dalle esportazioni verso l'Argentina (anche se le importazioni dal vicino rimangono consistenti). Una delle principali risorse dell'Uruguay è il turismo, grazie alle sue splendide spiagge (che attraggono comunque soprattutto visitatori argentini).

A lungo quasi dimenticato, schiacciato dalla predominanza anche mediatica dei colossi latini, Argentina e Brasile, oggi l'Uruguay fa parlare di sé nel mondo per il suo leader, il presidente povero Mujica: in passato impegnato nella lotta rivoluzionaria, come leader dei guerriglieri Tupamaros, oggi, da capo di Stato, "Pepe" vive con la moglie Lucia Topolansky in campagna, in una fattoria, dove si occupa dell'orto e di giardinaggio, ha destinato la dimora presidenziale ai senzatetto, devolve il 90% del suo stipendio agli aiuti sociali, si mette in coda in ospedale e aspetta il suo turno, come tutti i comuni cittadini, per fare una visita. Sotto il suo mandato - dal 2010, le prossime elezioni presidenziali si terrano il 26 ottobre - in effetti l'economia del Paese è migliorata, la povertà e la disoccupazione sono sensibilmente diminuite, i programmi di assistenza sociale sono stati rafforzati arrivando a raggiungere più del 45% della popolazione. 

Tifosi della Nazionale colombiana (Ansa).
Tifosi della Nazionale colombiana (Ansa).

A far parlare di sé, in modo positivo, oggi è anche la Colombia. Calcisticamente, certo. Ma prima ancora e soprattutto per i notevoli sforzi verso il cambiamento che il Paese andino, attanagliato da oltre mezzo secolo di guerra civile, ha compiuto in quest'ultimo decennio, prima con il presidente Alvaro Uribe (in carica dal 2002 al 2010), adesso con il suo successore Juan Manuel Santos (appena rieletto per un secondo mandato).

Il livello della sicurezza nel Paese è visibilmente migliorato, oggi viaggiare in territorio colombiano è molto più tranquillo che in passato (se si evitano, certo, le zone ancora a rischio, controllate dalla guerriglia). Ormai da mesi il presidente Santos ha avviato a L'Avana (Cuba) un dialogo con i capi dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie (Farc) legate al narcotraffico, che dovrebbe porre fine al sanguinoso conflitto, arrivando alla pacificazione nazionale agognata per decenni. 

La rivelazione più inaspettata in Brasile è stata quella del Costa Rica: basti pensare che nella classifica delle Nazionali stilata da Ing Bank risulta la quarta più "povera", con 32 milioni di euro in totale per i suoi giocatori, dietro  a Honduras, Australia e Iran (tutte e tre eliminate al primo turno).  Del resto, il Costa Rica Paese (non squadra) l'ha dimostrato chiaramente: il benessere spesso percorre vie particolari che non sono necessariamente legate al mercato e al reddito. Nel 2010 e, poi, nel 2012, il piccolo Paese centroamericano è risultato quello dove gli abitanti sono i più felici al mondo, secondo l'organizzazione The New economics foundation (per la cronaca, l'Italia è stata collocata al 69° posto), sulla base di vari criteri come l'aspettativa di vita, la soddisfazione generale dei cittadini, le politiche verso l'ambiente.

Paese molto rispettoso del suo immenso patrimonio naturalistico, il Costa Rica. E decisamente rivolto verso la pace: nel 1949 ha abolito l'esercito.  Nel 1987 il presidente Oscar Arias Sánchez ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Eletto un anno prima, Arias, politilogo con studi in Gran Bretagna alle spalle, nel corso della sua presidenza si è impegnato per promuovere la pacificazione della regione centroamericana, negli anni della Guerra fredda, per liberarla dalle pressioni degli Usa e dell'Unione sovietica e per stimolare gli Stati dell'istmo a limitare gli armamenti e promuovere la democrazia. Con i soldi del premio Nobel il presidente ha poi promosso la nascita della Fondazione Arias per la pace e il progresso umano.  Arias è rimasto al potere fino al 1990; in seguito è stato rieletto nel 2006.
 
Al presidente Nobel per la pace nel 2010 è succeduta la prima donna capo di Stato del Costa Rica, che si aggiunge alla schiera delle mujeres al potere in America latina. E' Laura Chinchilla, del Partito Liberazione nazionale e numero due di Arias, anche lei particolarmente impegnata nello sviluppo dei diritti umani e della sicurezza dei cittadini.  La Costituzione non permette la candidatura presidenziale per un secondo mandato consecutivo: lo scorso maggio alla Chinchilla è succeduto Luis Guillermo Solís, esponente del Partito progressista Acción ciudadana.

Marea di tifosi del Costa Rica (Reuters).
Marea di tifosi del Costa Rica (Reuters).

Per la Chinchilla non sono stati quattro anni semplici: dal 2008 il Costa Rica vive una crisi economica pesante, con livelli preoccupanti di disoccupazione e povertà. Inoltre, nonostante il Paese sia il più sicuro del Centroamerica, la violenza di strada ha registrato un aumento allarmante, legata in modo particolare alle rotte del narcotraffico che dai Paesi andini attraversano la regione istmica per arrivare fino agli Stati Uniti (attraverso la frontiera con il Messico).

Nel 2010 gli Stati Uniti hanno inserito 13 Paesi latinoamericani nella lista degli Stati con elevata incidenza della produzione e del traffico di droghe: fra questi il Costa Rica, oltre a Nicaragua e Honduras. La lista sottolinea una dura realtà: la lotta al narcotraffico per la regione istmica rappresenta una delle sfide più grandi.

Un altro exploit sudamericano del Mondiale è stato quello del Cile, anche'esso classificato agli ottavi. Il Paese sta vivendo un periodo di grande vivacità dal punto di vista economico: ha chiuso il 2013 con una crescita del Pil del 4,2% e per il 2014 le prospettive percentuali sono simili. Il tasso di disoccupazione è ai minimi storici (intorno al 5,8%). Con il ritorno al potere, all'inizio dell'anno, della popolarissima Michelle Bachelet, la prima donna presidente nel Paese latinoamericano, i cileni si dicono ancora più ottimisti riguardo al loro benessere: secondo un sondaggio di alcuni mesi fa, più del 70% dei capifamiglia pensa che il ritorno al Governo del Centrosinistra porterà un ulteriore miglioramento del tasso di occupazione. Ancora di più che gli uomini, sono le donne (73%) a guardare alla Bachelet con enorme speranza e fiducia.  Il Cile, insomma, si muove, cresce, si da fare. Dentro il campo da calcio e fuori, ha deciso di diventare protagonista. Laggiù, agli estremi confini del mondo. 

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